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Cosa ci dice l’ennesima operazione antimafia in Sicilia, una donna e i “cugini” di New York

Arrestate 22 persone, ritenute vicine, se non organiche, a Cosa nostra: ci sono cose che sappiamo già e cose su cui riflettere e che un po' ci inquietano

(Image Pixabay/SergeyGorbachev)

La Sicilia è un'isola fatta di isole, di territori a se stanti, qualche grande città, e in mezzo una campagna aspra e segreta che ancora nasconde latitanti... La migliore definizione di mafia è questa: violenza di relazione. Perché questo è Cosa nostra, un sistema di relazioni che fa di un corpo criminale modesto una formidabile macchina con un capitale incredibile e insospettabile di relazioni. Il tutto grazie a chi, fuori dalla mafia, ne fa la forza.

C’è questa sensazione di essere trascinati per i piedi verso delle sabbie mobili, quando suonano le sirene delle volanti e all’alba le agenzie battono le operazioni delle retate contro gli ultimi boss. Perché davvero viviamo tempi incerti, e abbiamo trovato pure una cura e un vaccino per un virus scoperto appena un anno fa,  ma c’è il virus della mafia che ancora, dopo 150 anni non riusciamo a debellare del tutto, nonostante strumenti investigativi avanzatissimi, una legislazione iper specializzata, menti raffinatissime alla guida di Procure e pool.

Tutti i latitanti (tranne uno) sono stati presi e sono crepati in carcere, confischiamo aziende e tesori, piazziamo cimici ovunque. E allora, perché accade ancora oggi qualcosa che ci sfugge?  Perché dobbiamo sentire parlare di criminali che si inginocchiano davanti al boss perché hanno fatto la rapina nel bar sbagliato (uno dei tanti episodi emersi dall’inchiesta), di estorsioni sul prezzo dell’uva, di riunioni per decidere mandamenti e confini?

Perché la Sicilia è grande, e non è un’ovvietà. La Sicilia è un’isola fatta di isole, di territori a se stanti, qualche grande città, e in mezzo una campagna aspra e segreta che ancora nasconde latitanti e segreti. Ed è un’isola fatta di isole, dicevamo, quindi Palermo non è Trapani e non è Canicattì.  E quindi hai voglia a scacciare la testa di Cosa nostra, spunta sempre qualcuno da qualche altra parte, che prova a fare la cosca, che ragioni di capimafia e di cupole, che cerca qualche business nuovo o ne riscopre di vecchi.

E poi, c’è questa cosa che rende la mafia ancora oggi invincibile. Perché tanto ho scritto di mafia e ragionato, tanto ho letto e discusso, ma alla fine mi sono convinto che la migliore definizione di mafia è questa: violenza di relazione. Perché questo è Cosa nostra, un sistema di relazioni che fa di un corpo criminale modesto (ricordiamo che per un periodo a capo dell’organizzazione criminale c’erano degli analfabeti di Corleone …) una formidabile macchina con un capitale incredibile e insospettabile di relazioni. Il tutto grazie a chi, fuori dalla mafia, ne fa la forza.

Come il caso dell’avvocatessa Angela Porcello, la vera protagonista di questa inchiesta. 50 anni, Porcello, secondo le carte dell’accusa utilizzava la sua attività di avvocato come copertura per organizzare gli affari della famiglia mafiosa, con i summit del suo compagno, Giancarlo Buggea ( imprenditore mafioso che ha subito anche la confisca dei beni), tenuti nel suo studio, così che le cimici non potessero intercettare nulla. Uno studio diventato quartier generale della cosca, grazie ad una professionista che – ancora una volta – si è messa al servizio dell’organizzazione criminale. “Abbandonato il ruolo di avvocato – ha scritto la procura – la Porcello nel corso di una riunione si comportava al pari dei mafiosi presenti, interpretando a pieno lei stessa il ruolo di vera e propria partecipe e organizzatrice dell’associazione mafiosa”. Uno studio che, per l’ironia delle cose di Sicilia, aveva studio a Canicattì proprio in via Rosario Livatino (e il mandante dell’omicidio del magistrato Antonio Gallea, è tra gli arrestati di questa operazione, perché stava cercando di riorganizzare la cosca, ottenuta la semilibertà).

E’ questo che rende la mafia invincibile, le figure come quella di Porcello. I professionisti, cioè, che si rendono complici della mafia. Gli architetti che firmano progetti di speculazione edilizia, i commercialisti che fanno scomparire guadagni illeciti, tutti coloro, che per convenienza o per vigliaccheria, si girano dall’altra parte. Per non parlare dell’aspetto più doloroso, quegli elementi delle forze dell’ordine (in questa inchiesta sono stati arrestati anche un ispettore, Filippo Pitruzzella,  e un assistente capo della polizia, Giuseppe D’Andrea) che “indirizzano” le indagini. Scrivono i magistrati, a proposito di Pitruzzella: “Come un cancro nel corpo dello Stato l’infiltrazione mafiosa realizzata grazie alla condotta dell’Ispettore Pitruzzella genera metastasi diffuse e devastanti, vanificando investigazioni in corso, inibendo la genesi di altre”.

E spuntano anche i cugini americani, in questa inchiesta, uno schema che si è visto altre volte. Sempre più spesso la mafia siciliana in affanno chiama quella di New York, quasi volesse rinverdire i fasti della Pizza Connection. E così gli emissari dei Gambino  dall’America raggiungono Favara, nel cuore dell’agrigentino, per parlare di affari e di soldi da riciclare. Il settore nel quale investire è quello delle “carte di credito con copertura illimitata”. Cosa voglia dire non lo sanno bene neanche loro. Ma il discorso piace, fila. E’ sempre Buggea che tiene le fila di questa operazione, che sembra più una fanfaronata che un progetto pratico, parla di un incontro anche con dei russi, di “gente buona” che c’è a New York. Si vanta, intercettato, dei suoi legami con i mafiosi d’oltreoceano. Ma poi, ancora una volta, non se ne fa nulla.

Matteo Messina Denaro

Un identikit del boss mafioso latitante Matteo Messina Denaro diffuso dalla polizia di stato

E’ una mafia chiacchierona e misera, quella che vediamo, che si dà arie, ma che poi è ridotta al lumicino.  E che vive con il mito di Matteo Messina Denaro: l’ultimo, imprendibile Cosa nostra è l’intruso di questa operazione. Dovevano essere in 23 ad essere arrestati. Si sono fermati al ventiduesimo, i Carabinieri, perché di Messina Denaro non c’è traccia dal 1993. Lui che non c’è però c’è, lui che non parla ma del quale parlano in tanti. Anche quelli delle cosche agrigentine, con i boss mafiosi intercettati che in lui riconosco un capo e che tra loro si vantano di avere un canale privilegiato con il boss. Sempre Buggea spingeva il boss Antonino Chiazza per esautorare il capomafia di Canicattì, Calogero Di Caro. Un piccolo golpe, insomma. E ne parlano allo studio dell’avvocato Porcello. Buggea fa capire a Chiazza che lui può arrivare a Messina Denaro. C’è un canale. Chiazza gli dice: “Si vede che hai grande carisma”. O grande faccia tosta. Perché di questo si tratta, nel gioco di specchi che è diventata la lotta alla mafia. Di storie da raccontare, toni da assumere, cugini americani da contattare,  fantasmi da far aleggiare. Per farci restare ancora nella palude.

 

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