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Processo d’Impeachment al Senato con le urla dei MAGA assatanati da Trump

Ma nonostante i video, le registrazioni, le dirette testimonianze dei parlamentari difficilmente altri undici senatori repubblicani voteranno con i democratici

Per la condanna c’è bisogno del voto di 67 senatori. Per ora solo 6 repubblicani si  sono alleati in questa prima parte del processo di impeachment con i democratici. Gli indecisi, secondo il New York Times, sarebbero 22. E saranno loro quelli che decideranno il futuro di Trump e quello dell’America

Seconda giornata di impeachment. Le argomentazioni degli avvocati dell’ex presidente fatte ieri non hanno prodotto nessun effetto, anzi un altro senatore repubblicano ha votato con altri cinque suoi compagni di partito per respingere la richiesta avanzata dalla difesa che chiedeva di archiviare il procedimento poiché il presidente non era più in carica. Una richiesta simile era già stata fatta in Senato una settimana fa presentata dal senatore Rand Paul e venne respinta con 55 voti contrari e 45 favorevoli. Allora cinque repubblicani sostennero la validità dell’impeachment. Ieri sono stati 6 con Bill Cassidy, senatore della Louisiana, che si è associato a Susan Collins, Lisa Murkowski, Mitt Romney, Bill Sasse, e Pat Toomy.  A Donald Trump non è piaciuto né il modo in cui i suoi avvocati hanno presentato la richiesta di archiviazione, né il voto dei 6 repubblicani che hanno votato con i democratici. Secondo quello che scrive il Washington Post, l’ex presidente era furioso per il modo in cui i suoi due legali hanno perorato la sua causa. A loro difesa c’e’ da dire che gli avvocati non avessero molte argomentazioni per difenderlo  dopo che il presidente per mesi ha detto ai suoi seguaci che le elezioni erano state rubate, che Biden aveva vinto solo con i brogli. Bugie confermate da 50 decisioni di tribunale, dall’ex Attorney General, dall’ex direttore della cibersicurezza federale. Impossibile sostenerle nell’aula del Senato.

Oggi si è entrati nel vivo della disputa: l’insurrezione del 6 gennaio e tutte le bugie, la propaganda, la delegittimazione del processo elettorale, la mobilitazione dei MAGA. Fatti che, secondo l’accusa, hanno portato alle violenze. 

L’inizio delle bordate è stato lanciato dal leader dei manager, il congressman Jamie Raskin che come un pubblico ministero in un procedimento penale, ha fatto la presentazione del caso che vede Donald Trump imputato di incitamento all’insurrezione. “Trump – ha detto Raskin – non è stato una vittima inconsapevole delle circostanze, ha abdicato il suo ruolo di Commander in Chief, ha tradito il giuramento fatto di rispettare la Costituzione. Mostreremo con video, testimonianze registrate, tweet scritti dallo stesso presidente, che l’ex capo della Casa Bianca era ben consapevole della preparazione della sommossa. Quello che sembrava una caotica invasione era stata alimentata dalla martellante ripetizione di falsità e venne pianificata e lo dimostreremo. Da Commander in Chief è diventato istigatore in chief. E oltretutto festeggiava alla Casa Bianca l’assalto al Congresso senza fare nulla per fermarlo. Assalto in cui persero la vita alcune persone e anche un agente del Campidoglio”.

Così con paziente e metodica precisione ha mostrato con i video come l’invasione del Campidoglio del 6 gennaio sia stata un atto deliberato per cercare di bloccare la certificazione del risultato elettorale da parte del Congresso.

I democratici hanno a disposizione 16 ore per esporre il loro punto di vista. Poi spetterà agli avvocati di Trump che, anche loro per 16 ore, dovranno convincere i senatori che quello che è successo il 6 gennaio non è stata la conseguenza delle infuocate parole del presidente, delle sue bugie sul risultato elettorale, delle sue accuse che i brogli avevano deciso le elezioni, ma il gesto non coordinato di un gruppo di facinorosi.

Nel corso dell’esposizione dell’accusa, la congresswoman democratica Madeleine Dean ha ricordato ai senatori le manovre e le minacce fatte da Trump al segretario di Stato della Georgia, Raffensperger, affinché trovasse abbastanza voti per ribaltare la vittoria di Biden nello Stato. Nell’aula la registrazione con la voce dell’ex presidente è stata come un pugno nello stomaco per quei senatori che ancora difendono l’operato di Trump. Quel “find the votes”, trova i voti, detto al funzionario responsabile del sistema elettorale dello Stato, è suonato come l’ordine del capo di una banda di gangster. La congresswoman ha ricordato poi le minacce che Raffensperger e la sua famiglia hanno ricevuto dopo che il segretario di Stato si rifiutò di “trovare” i voti.

A questo proposito ieri Fani Willis, district attorney della contea di Fulton in Georgia ha avviato una indagine criminale proprio sui tentativi fatti da Trump per cercare di cambiare il risultato elettorale.

Per ore al Campidoglio uno dopo l’altro i manager hanno presentato le prove, i drammatici e inediti video delle violenze, le registrazioni delle dichiarazioni del presidente. Manager ma anche congressman testimoni oculari di quanto è avvenuto.

Joe Neguse, congressman del Colorado, ha minuziosamente ricostruito le provocazioni, gli attacchi, i danni causati dalle parole del presidente. Le frasi costantemente ripetute da Trump come Stop the Steal, Stolen Election, Fight like Hell e l’impatto che hanno avuto sui suoi elettori. E poi il congressman Juaquin Castro ha sottolineato come le bugie dette dall’uomo più potente della terra per delegittimare la vittoria del suo avversario politico abbiano fomentato la rivolta. “Una tattica – ha detto Castro – avviata in primavera, dopo che i sondaggi davano il presidente in forte svantaggio su Biden”.  E poi i congressman Eric Swalwel, Ted Lieu, Stacy Plaskett, David Cicilline uno dopo l’altro hanno commentato l’invasione, i video, l’evacuzione della camera del Senato, gli scontri, l’uccisone dell’agente Brian Sicknick, le urla disperate di un agente schiacciato dagli invasori dentro una porta. Le immagini dei forsennati che sfondano le finestre del Campidoglio ed entrano nel palazzo, le guardie che dicono di fuggire al senatore Mitt Romney che si trovava fuori dall’aula. La caccia al vicepresidente Mike Pence accusato da Trump di aver certificato il risultato elettorale. Le immagini delle bandiere confederate che si mescolano tra quelle di Trump, di una forca sul prato del Campidoglio, della inutile resistenza dei pochi agenti contro un moltitudine di MAGA all’affannosa ricerca della speaker della Camera Nancy Pelosi. Tragici avvenimenti in cui hanno perso la vita cinque persone e decine sono rimaste ferite legati da un denominatore comune: l’istigazione del presidente.

Nell’aula del Senato anche i tweet con cui il presidente bombardava quotidianamente quanti non condividevano le sue esternazioni o le sue decisioni  mostrando il rancore, il senso di vendetta, la sua arroganza nel mostrare la sua forza, il suo potere nei confronti di quanti lo contrastavano.

Donald Trump (Illustrazione di Antonella Martino)

L’impeachment potrebbe chiudersi già sabato sera. Sia i democratici che i repubblicani vogliono ridurre al massimo i tempi. Anche la Casa Bianca vuole una conclusione rapida di questa vicenda. Biden non vuole che la sua agenda di lavoro venga rallentata. Ora più che mai con il covid19 e le mutazioni del virus, la campagna di vaccinazione deve procedere spedita. Un grande problema per Biden e per gli americani è rappresentato dai milioni di MAGA che sono anche novax e che non rappresentano solo un problema politico ma anche della salute nazionale. 

Nonostante i video, le registrazioni, le dirette testimonianze dei parlamentari difficilmente altri undici senatori repubblicani si alleeranno con i democratici. Per la condanna c’è bisogno del voto di 67 senatori. Per ora solo 6 repubblicani si  sono alleati in questa prima parte del processo di impeachment con i democratici. Gli indecisi, secondo il New York Times, sarebbero 22. E saranno loro quelli che decideranno il futuro di Trump e il futuro dell’America.

E se l’ex presidente sarà assolto anche questa seconda volta rientrerà  trionfatore in politica e non solo si prenderà in mano il partito repubblicano, ma epurerà tutti quei parlamentari del GOP che non si sono allineati con lui. I milioni di elettori MAGA che hanno votato per lui terrorizzano i politici repubblicani che hanno paura di inimicarsi l’ex presidente. Certo che se i Padri Fondatori avessero avuto lo stesso coraggio che i senatori repubblicani mostrano in questi giorni, ancora oggi gli Stati Uniti  farebbero parte del Regno Unito.

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