Cerca

Primo PianoPrimo Piano

Commenti: Vai ai commenti

Un altro asiatico aggredito a New York. È l’effetto del “chinavirus” di Trump

Si moltiplicano negli USA gli asiatici aggrediti per motivi razziali dall'inizio della pandemia e anche il sindaco Bill de Blasio twitta la sua solidarietà

Trump al tempo del coronavirus (Illustrazione di Antonella Martino)

Un altro caso di attacco contro una persona dai tratti asiatici.

È quello che è successo a New York, all’esterno di un panificio, quando una donna di 52 anni, in coda mentre aspettava di entrare nel negozio, è stata ferocemente spinta al suolo. L’aggressore si chiama Patrick Mateo, ha 47 anni e le telecamere della sorveglianza l’hanno ripreso nitidamente.

La donna, dopo essere caduta, è rimasta a terra priva di sensi, mentre Mateo si è allontanato velocemente sotto lo sguardo scosso dei passanti. Dieci punti di sutura le è costata quella caduta, che punta di nuovo i riflettori su un tema che negli Stati Uniti sta ricevendo sempre più attenzioni: la violenza razziale.

Non esiste soltanto Black Lives Matter. Dall’inizio della pandemia, i crimini commessi contro gli americani di origine asiatica sono infatti enormemente aumentati. A dirlo non è la percezione comune, ma i numeri messi insieme dall’Asian American Bar Association of New York. Solo nell’ultima settimana, un asiatico di 91 anni è stato aggredito alle spalle mentre camminava per le strade di Oakland, un thailandese di 84 anni è stato ucciso a San Francisco, una vietnamita è stata aggredita a San Jose e un filippino è stato ferito in volto a Manhattan. Per ultime, le testimonianze di due asiatiche che lo stesso giorno della donna spinta da Patrick Mateo sono state colpite mentre aspettavano la metro.

Il fenomeno ha dato molto nell’occhio negli Stati Uniti e lo stesso sindaco di New York Bill de Blasio ha scritto su Twitter che la città “è fiera di essere la casa di una delle più grande comunità asiatiche del Paese. L’odio non ha posto qui”. Tutto ha avuto origine con l’ingresso nella nostra vita quotidiana di un virus chiamato covid-19. Scoppiato in Cina e rapidamente diffuso in tutto il mondo, nel marzo del 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità classifica come “pandemia” il nuovo coronavirus.

Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore dell’OMS, comunica che il coronavirus è diventato una pandemia

Gli Stati uniti vengono investiti dall’infezione e Trump è costretto a muoversi per dare risposte ad un popolo che si trova all’improvviso chiuso in casa. Prende così il nome “coronavirus” e lo trasforma. Da quel momento in poi, ogni volta che parla della malattia la chiama “chinavirus”. Non è un semplice stratagemma retorico, ma una precisa scelta di strategia politica. Tra il 16 e il 30 marzo 2020, Trump usa l’espressione “chinavirus” più di 20 volte.

Forse non c’è stato razzismo nella sua scelta, ma gli effetti si sono visti. Le aggressioni contro gli asiatici si sono impennate, fino al punto in cui lo stesso Dipartimento per la Sicurezza Interna di Trump è stato costretto a intervenire.“Gli estremisti violenti stanno probabilmente cercando di sfruttare i timori dell’opinione pubblica associati alla diffusione del COVID-19 – si legge in una nota – per incitare alla violenza e promuovere le loro ideologie. Questi sforzi si intensificheranno nei prossimi mesi”.

Il tweet di Bill De Blasio

Non è infatti un caso che persino l’OMS abbia pubblicato un documento in cui spiega, soprattutto a chi riveste cariche di potere che possono influenzare i comportamenti della comunità, come si debbano chiamare le malattie, con l’obiettivo di ridurre al minimo l’inutile impatto negativo dei nomi delle malattie sul commercio, i viaggi, il turismo ed evitare di offendere qualsiasi gruppo culturale, sociale, nazionale, regionale, professionale o etnico”.

La definizione di “chinavirus” ha infatti dato un’immagine a qualcosa di invisibile. Le ha conferito i colori di una bandiera. Un escamotage intelligente per permettere alla gente comune di dare una spiegazione semplice a un fenomeno complesso. La politica è colma di strategie comunicative di questo tipo, utilissime per polarizzare l’opinione pubblica e creare un contrasto verso l’altro. Le metafore sono uno strumento estremamente potente, perché riescono a cambiare la percezione della realtà.
Volete sapere di chi sia la colpa della vostra segregazione in casa? Beh, facile. Del “chinavirus”.

E i risultati, alla fine, sono questi. Dieci punti di sutura sulla fronte per colpa di due occhi a mandorla.

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter