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L’Assedio al Congresso visto in diretta da Capitol Hill: Antonio Di Bella racconta

Trump e Biden, il duello continua: intervista col giornalista della Rai autore del libro “L’Assedio. Cronaca del giorno che ha cambiato la storia”

Antonio Di Bella durante un collegamento con la Rai da Washington

"Purtroppo, ho constatato che, pur avendo vissuto i fatti dello scorso 6 gennaio a Washington, non vengo creduto. Le persone mi rispondono “non è vero, ti sbagli, era una manifestazione pacifica”. Credo che stiamo vivendo un momento in cui le emozioni prevalgono sui fatti. Occorre una nuova rivoluzione illuminista"

L’Assedio. Washington 06/01/2021. Cronaca del giorno che ha cambiato la storia, scritto da Antonio Di Bella, celebre corrispondente Rai dagli USA e già direttore di Rai News, è un libro peculiare. L’opera, edita da Rai Libri, unisce il minuzioso racconto in prima persona delle violenze al Congresso dello scorso 6 gennaio, con un’analisi delle cause che hanno portato a questa sommossa. Di Bella, con una cronaca serrata, ripercorre le tappe di quel 6 gennaio da corrispondente, rendendoci partecipi, con i suoi occhi, del sommovimento e delle agitazioni. I protagonisti di queste violenze sono manifestanti spesso vestiti con slogan razzisti e nazisti, armati e pronti ad aggredire giornalisti e poliziotti, agitati dalla regia di Donald Trump. Lo stesso Di Bella, protagonista suo malgrado di un atto di intimidazione ai suoi danni, ripercorre le tappe di un odio sociale dilagante, incanalato e potenziato dall’ultimo discorso dell’ex Presidente contro la certificazione al Senato della vittoria di Biden. Una lettura indispensabile, specialmente agli scettici, per capire le violenze di quel giorno, vivendole attraverso gli occhi di chi era a Capitol Hill.

Illustration by Antonella Martino

Il saggio, che si conclude con la fine di gennaio e con i primi ordini esecutivi firmati da Joe Biden, lascia spazio per un’analisi sulla politica americana a due mesi dall’Inauguration Day. Per continuare il racconto dalla conclusione del suo libro, abbiamo raggiunto Antonio Di Bella per un’intervista.

La copertina del libro

Il suo nuovo libro, L’Assedio. Washington 06/01/2021. Cronaca del giorno che ha cambiato la storia, racconta in prima persona l’assalto al Campidoglio e le cause che lo hanno scatenato. Perché ha sentito il bisogno di scrivere questo libro?

“Poche ore fa, sulla Fox, ho sentito Donald Trump affermare che la manifestazione del 6 gennaio al Congresso non è stata assolutamente violenta. Insomma, una passeggiata per i manifestanti che sono entrati e usciti dal Campidoglio in modo del tutto pacifico. Purtroppo, questa è la narrazione di moltissimi elettori di Trump che ripetono questa colossale bugia nonostante io dica a tutti “guarda che io ero lì”.  Ho visto i manifestanti applaudire Trump dopo che lui li ha spronati a marciare su Pennsylvania Avenue per fare coraggio a quei senatori che non avevano coraggio di fermare l’elezione di Joe Biden. I manifestanti sono andati, hanno sfondato le porte e hanno picchiato le forze dell’ordine. Un poliziotto è morto, un altro ha sparato ed una manifestante è deceduta, quindi tutt’altro che una manifestazione pacifica. Questo è uno dei motivi per cui ho scritto il libro, perché rimanesse traccia di quello che ho visto e che anno dopo anno verrà messo in dubbio: “non si è mai capito bene cosa è successo” – No, si è capito benissimo e io ho voluto scriverlo nero su bianco”.

6 Gennaio, 2021: attacco a Capitol Hill. (Wikimedia Commons)

Dalle indagini è emerso qualche nuovo elemento sul ruolo giocato dalla polizia nell’assalto al Campidoglio?

“C’è sempre un alone di mistero sull’incapacità di fermare questa invasione che unisce inefficienza e complicità. Sono stato testimone delle manifestazioni di Black Lives Matter a Washington e la Casa Bianca ed il Congresso erano blindati da mezzi militari e da uomini in tenuta anti sommossa. A gennaio, il solo fatto che i manifestanti fossero bianchi e trumpiani ha fatto sì che non ci fossero tutti quei mezzi dispiegati. Addirittura, ho visto con i miei occhi alcuni manifestanti indossare slogan razzisti e nazisti. Qualche poliziotto eroico ha tentato di fermarli, qualche altro è stato loro complice, altri non hanno agito perché impauriti. La vera domanda è: perché si è aspettato a fare intervenire la guardia nazionale? Questo è un interrogativo a cui l’indagine dovrà rispondere”.

Donald Trump (by Antonio Giambanco/VNY).

Alla conclusione del suo libro, Trump si trovava sotto impeachment, in attesa del giudizio del Senato. La prospettiva sembrava una “de-trumpizzazione” del partito Repubblicano dopo che molti esponenti, come Liz Cheney e Mitch McConnell, avevano preso le distanze dal Presidente. Oggi la prospettiva sembra ribaltata, con candidati in pellegrinaggio in Florida per avere la sua “benedizione”. Cosa sta succedendo nel Partito repubblicano?

“La narrazione, specie in Italia e in Europa è stata: “finito Trump, finito il trumpismo”. Ma non è così. Trump non ha mai sciolto l’enigma sulla sua candidatura nel 2024, anzi. Ha detto “vedremo, potrei anche decidere di vincere per la terza volta”. Personalmente, mi sembra più probabile, come ha scritto il Wall Street Journal, che lui aspiri ad essere un “kingmaker” anziché un “king”. Sicuramente vuole fare politica dentro il Partito repubblicano per influenzare le elezioni di midterm, così da punire quelli che considera traditori, come Liz Cheney. Credo che il Partito repubblicano sia un ancora fortemente a trazione trumpiana e alla ricerca di un delfino di Donald Trump”.

Crede che possa essere un legame familiare a definire quel delfino? Si parla di Ivanka, per esempio

“Le dinastie non sono una novità nella politica statunitense: basti pensare ai Bush. Il delfino potrebbe essere un membro della famiglia Trump, come Ivanka, oppure potrebbe essere Ron DeSantis, governatore della Florida. Insomma, ci sono vari candidati. Staremo a vedere”.

Trump Vs Biden (Illustration by Antonella Martino)

Biden ha dichiarato di non essere sicuro che nel 2024 il Partito repubblicano esisterà ancora. Cosa ne pensa?

“Credo che sul partito repubblicano Trump abbia sciolto ogni dubbio quando ha dichiarato di non voler fondare un nuovo partito. Chiaramente sarebbe un bel regalo per i democratici. Quello di Biden è un auspicio: spera nell’effetto Ross Perot. Dal momento in cui si formasse un terzo partito, andrebbe a rubare elettori al Partito repubblicano, condannandolo alla sconfitta. Piuttosto di un nuovo partito, l’ex Presidente sta fondando un polo social-televisivo-informativo, perché ormai non possiede più piattaforme dove parlare, essendo fuori da Facebook e Twitter e non ritenendo Fox abbastanza affidabile. Credo che si concentrerà su questo e continuerà a fare politica all’interno del Partito repubblicano”.

Antonio Di Bella al lavoro

Un ruolo importante, nella crescente polarizzazione del paese, è stato quello dei social media. Negli ultimi giorni, Zuckerberg, Dorsey e Pichai sono comparsi davanti alla commissione energy and commerce della Camera per il loro ruolo nei fatti del 6 gennaio. Sotto la lente è finita la famosa Section 230 del Communications Decency Act. Cambierà qualcosa nel rapporto fra social media e politica? Possiamo aspettarci una riforma della section 230?

“È un tema molto delicato. Sicuramente chi lavora da una vita nei media, come me, non può non assistere con preoccupazione all’arrivo di una censura determinata non da un organismo parlamentare ma da un privato. Cioè, dal momento in cui i social network decidono di togliere la voce a Trump, o a chiunque altro, sulla base di un interesse privato – perché sono aziende private – mi domando se non ci siano pericoli in prospettiva. È anche vero che la ripetizione all’infinito di bugie, come quella sulla marcia “pacifica” di Washington e sui vaccini, provochi danni. Perché la diffusione sui social media delle teorie no-vax è qualcosa che fa morire le persone. Sicuramente ci vuole uno strumento di controllo ma mi fermo un minuto prima di invocare una commissione, di qualsiasi tipo essa sia. Preferisco vivere in un mondo imperfetto all’occidentale che non in un mondo dove tutto è controllato come in Cina, dove vige la censura”.

Joe Biden e la moglie Jill al momento del giuramento (Photo credit: DoD, U.S. Army Sgt. Charlotte Carulli via Wikimedia Commons)

Nel discorso inaugurale, Biden ha molto parlato di immigrazione. Oggi, la sua amministrazione sta vivendo una crisi al confine con il Messico che probabilmente influirà anche sulle midterm del prossimo anno. Nella sua risposta a questa nuova ondata, Biden come si sta differenziando da Trump? Quanto sarà incisiva Kamala Harris nella risoluzione di questa “crisi”?

“Biden ha lanciato un messaggio ai migranti: “state a casa”. Quindi non bisogna fare l’errore di pensare che faccia entrare chiunque arrivi al confine. Questa è propaganda repubblicana. Però nella sua prima conferenza stampa ha riconosciuto che si tratti di una crisi umanitaria e non di un problema di sicurezza nazionale. Mi sembra chiaro: vuole affrontare con umanità il problema dei bambini non accompagnati mandando la sua vice a trattare con i governi degli stati da cui questi bambini provengono. Perché questo flusso è originato da premesse sbagliate: chi riuscirà ad entrare negli Stati Uniti ne diventerà automaticamente cittadino. Non funziona così e Biden vuole farlo capire. Sicuramente l’incarico della Harris è molto importante ma è anche una polpetta avvelenata. Quello dei migranti è un problema irrisolvibile nel breve periodo. È una gatta da pelare che, secondo me, Kamala Harris ha deciso di accettare con un po’ di preoccupazione, sapendo che non potrà fare miracoli”.

Quindi lei crede che questo flusso nasca dalle nuove leggi promosse da Biden in materia di cittadinanza o rappresenta invece un fenomeno endemico nell’area?

“Da una parte questo flusso c’è sempre stato e sempre ci sarà e questo lo ha detto anche Biden. In realtà, guardando i dati di quest’anno, c’è un aumento nel flusso dei migranti. È anche abbastanza naturale: Trump si vantava di costruire il muro ed avere tolleranza zero. Al cambio di presidenza si è generata un’aspettativa sbagliata. D’altronde i democratici non hanno mai attuato politiche delle porte aperte. Quello di Biden è semplicemente un approccio meno muscolare e questo può generare attese e può far aumentare l’afflusso verso il confine. Però, quando si capirà – e lo si capirà presto – che non esiste una politica delle porte aperte, il numero dei migranti in entrata scenderà”.

Joe Biden durante la sua prima conferenza stampa (da yuotube)

Durante la prima conferenza stampa da presidente, Joe Biden ha dichiarato che punta a correre nuovamente per la presidenza nel 2024. Ritiene che sia un bluff o dobbiamo aspettarci un bis delle elezioni 2020?

“Biden ha dato una risposta obbligata ma non avrebbe voluto parlarne. Alla domanda del giornalista era impossibile immaginare che rispondesse altrimenti. Anche perché, smentendo un secondo mandato, avrebbe aperto subito la successione nel Partito democratico. Ha deciso di mettere un tappo a questo vaso di pandora annunciando che si ricandiderà. Ma è ancora presto per dirlo”.

Il Presidente del Consiglio Mario Draghi partecipa alla Videoconferenza dei membri del Consiglio europeo in cui ha partecipato anche il presidente Joe Biden (governo.it)

Joe Biden è intervenuto come ospite all’incontro del Consiglio Europeo in materia di pandemia e vaccini. L’ultimo presidente USA a partecipare fu Obama. Un segnale di apertura, all’insegna del motto “America is back”. Unione Europea e Italia trarranno beneficio dalla presidenza Biden?

“Sicuramente si – a mio parere – perché Trump aveva fatto del disprezzo per l’Europa e per la NATO una delle sue caratteristiche. Lui aveva un rapporto privilegiato con Mosca, un rapporto pessimo con Pechino ed un rapporto inesistente con il Mediterraneo, da cui si voleva ritirare. Biden vuole tornare a dialogare con i suoi alleati. Vuole competere con la Russia premendo sull’Europa affinché non si faccia il Nord Stream 2, quel gasdotto che taglia fuori Ucraina e Polonia e favorisce un rapporto diretto fra Mosca e Berlino. Vuole che l’occidente combatta per i diritti civili, per Navalny contro la Russia, per i diritti di Hong Kong e di Taiwan contro la Cina, per la libertà degli uiguri, per i valori civili ed i diritti umani. Tutte caratteristiche comuni alle “due rivoluzioni”: quella francese e quella americana. Insomma, un ritorno all’antico e agli interessi americani che attraverso gli alleati europei possono competere con la Russia e la Cina. Quindi ci sarà, secondo me, uno spazio importante per l’Italia. Draghi ha un buon rapporto con questa amministrazione e, di fronte ad una Germania in crisi con la fine dell’epoca Merkel, potrà giocare un nuovo ruolo da interlocutore privilegiato degli Stati Uniti in Europa.

A proposito di Merkel, in una recente uscita la Cancelliera si è rammaricata del “protezionismo” USA sui vaccini. Questa politica sui vaccini portata avanti dagli Stati Uniti può incrinare i rapporti con l’UE che invece esporta dosi in tutto il mondo? 

“Questo è un punto molto delicato. Tutti si aspettano che, così come nel secondo dopoguerra gli Stati Uniti aiutarono l’Europa con il piano Marshall, adesso facciano una cosa analoga con i vaccini. È chiaro che le cose sono molto diverse e soprattutto Biden non può esportare una fiala di vaccino se prima non ha messo al sicuro la salute dei suoi concittadini. Però, con questo ritmo di produzione e di vaccinazione e dopo aver preso accordi con Canada e Messico, Biden non può poi fermarsi. Quindi sicuramente ci sarà una collaborazione sui vaccini fra Stati Uniti ed Europa, ma credo che dovremo aspettare dopo l’estate per vederla”.

Alla luce di ciò di cui parla nel suo libro, specialmente riguardo al ruolo dei social media e alla polarizzazione politica, come giudica il lavoro del giornalista corrispondente rispetto a 20-30 anni fa?

“In tanti anni di professione, ho visto – e ne ho anche scritto – che tutti i momenti di tensione sociale e politica hanno un nemico comune che attraversa le generazioni: i giornalisti. Nel ‘68, Mario Capanna, che manifestava a Milano con il movimento studentesco circondò il Corriere della Sera per impedire che venisse distribuita “la stampa borghese”. I gilet gialli di Parigi appena vedono un giornalista lo picchiano, tanto che le televisioni francesi hanno messo sotto scorta i loro cameramen. A Washington, un manifestante davanti a me indossava una maglietta che recitava: “corda, giornalista, palo: cerca di mettere insieme queste cose”. Quindi c’è un odio totale verso tutti i giornalisti. Ma, anche se è un tema comune a molte epoche, stavolta sono un po’ preoccupato. Ho vissuto in America per molti anni. Quando sono venuto qui, prima dal ‘90 al ‘96 e poi nel 2010, l’informazione era un patrimonio comune a tutti. Oggi i manifestanti trumpiani odiano tutte le televisioni, tutti i giornali. Questo pone un problema serio perché non esiste più un filtro comune ed esiste invece una divisione totale fra due pezzi d’America. Il giornalista che viaggia e racconta ciò che vede ci deve sempre essere. Purtroppo, ho constatato che, pur avendo vissuto i fatti dello scorso 6 gennaio a Washington, non vengo creduto. Le persone mi rispondono “non è vero, ti sbagli, era una manifestazione pacifica”. Credo che stiamo vivendo un momento in cui le emozioni prevalgono sui fatti. Occorre una nuova rivoluzione illuminista”.

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