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Quella volta in Myanmar quando entrai nel paese facendo finta di non essere giornalista

Là dove oggi si sente solo parlare di massacri e violenze, negli anni '90 feci un viaggio esplorativo per documentare la feroce dittatura locale

Aung San Suu Kyi nell'illustrazione di Antonella Martino

Mentre sul teleschermo scorrono le immagini dei massacri in Myanmar, la memoria ritorna alle atmosfere tenebrose vissute in prima persona sullo stesso teatro una trentina di anni prima.

Nel mio primo giorno a Yangon fu un sollievo sfuggire alle ossessive ronde della polizia militare con una visita alla pagoda Shwedagon, il monumento buddista più importante della città. L’immersione nel bagno di spiritualità lasciò fuori dalle porte la cupezza e la tensione imposte dalla legge marziale. L’imponente “stupa”, l’enorme statua del Ngahtatgyi Buddha troneggiante nel corpo centrale, trasmetteva una sensazione di pace capace di anestetizzare le angosce di un paese mortificato dalla dittatura.

Tutt’intorno solo sparuti gruppi di pellegrini. I primi anni Novanta erano tempi di isolamento per la Birmania (che un paio di anni prima aveva assunto il nome di Myanmar e Rangoon era tornata a chiamarsi Yangon). Repressione feroce contro i ribelli, ridotti all’osso i flussi del turismo internazionale, rifiutati gli investimenti dall’estero, confiscate le proprietà private, oscurata la libertà di stampa, messi al bando per timore di contaminazioni i giornali stranieri. Secondo i brutali principi di un militar-socialismo che con la condiscendenza di Pechino tentava di scimmiottare il comunismo cinese.

I militari in Myanmar conducono una dura repressione sui civili (twitter, @UNHumanRights)

Yangon era ancora la capitale (dal 2005 lo diventerà Naypyidaw, città senz’anima costruita dal nulla) di un paese alla fame per la gestione fallimentare dell’economia (nonostante fosse il primo produttore mondiale di riso) e dilaniato dai conflitti etnici e dagli scontri sociali.

Meta tabù per i giornalisti a cui erano rigorosamente vietati i visti.Un passo indietro. Incontro nella hall di un albergo di Bangkok un collega appena tornato da Yangon. Alla seconda birra mi rivela il trucco per ingannare i doganieri birmani. “Devi acquistare qui in Thailandia un pacchetto turistico di tre giorni presso un’agenzia. Nel formulario non dire ovviamente che fai il giornalista. Dichiara che sei un impiegato in vacanza. Se non hai mai scritto un rigo sulla Birmania puoi farcela. Dimostrati rilassato quando all’aeroporto ti scruteranno ogni pagina del passaporto. E non portarti giornali stranieri. Mangerebbero subito la foglia”.

Spinto dal virus della curiosità professionale seguii le istruzioni e a Yangon venni preso in consegna da un disinvolto giovanotto dall’ottimo inglese. “Mi chiamo Sao e sarò la sua guida”. Sao di giorno accompagnava i turisti per templi, la sera studiava legge. Il tempo era ridotto e iniziammo la visita della città a spron battuto.

Barbershop in Yangon, Myanmar, 1994. (Photo Steve McCurry)

A bordo di una macchina scassata girovagammo tra eleganti ville coloniali di architettura inglese e baracche di legno marcito immerse nel fango, pagode scintillanti e mercatini sgangherati, scheletri di grattacieli in costruzione e enormi centri commerciali, parchi rigogliosi e corsi fluviali affollati di imbarcazioni.

Asfissiante e disordinato il traffico, all’epoca ancora intasato dai motorini e dalle biciclette. Gremiti a tutte le ore gli autobus.Ma l’impressione di dinamismo della metropoli che si fregiava del pomposo titolo di “giardino d’Oriente” era raffreddata da una cappa di tristezza. Al quadro mancava un elemento: il sorriso.

La gente appariva rinchiusa in se stessa, la socialità si limitava ai gesti essenziali. Era come se l’umanità di Yangon cercasse di sottrarsi allo sguardo occhiuto del regime che incombeva da ogni incrocio. Tentai cautamente di farmi illustrare da Sao, come se fossi precipitato da Marte, la situazione politica del paese. Non abboccò. Rispose evasivamente che non si occupava di certi argomenti.Visitammo altre pagode nell’area confinante con Chinatown, alla confluenza dei due fiumi.

Commisi l’ingenuità di voler scambiare quattro chiacchiere con un monaco. Sao lo contattò nella loro lingua. Il monaco accettò ma, sicuramente allertato dalla guida, si sottrasse alle mie argomentazioni più scivolose cercando di ipnotizzarmi con la mistica delle quattro verità del buddismo.Ci rifocillammo in una pasticceria del centro frequentato da signore della buona società, che per strada si riparavano dal sole cocente con ombrellini multicolori. Nei tavoli più appartati, signori vestiti di scuro che facevano finta di leggere il giornale (ovviamente birmano).

Per cena Sao scelse una pittoresca osteria che serviva zuppe molto speziate. Nei tavoli intorno altri uomini vestiti di scuro, che quando alzavano gli occhi dal piatto puntavano dritto lo sguardo sullo straniero. Si sentiva il loro alito sul nostro tavolo.

Lo skyline di Yangon, Myanmar (Banca mondiale / Markus Kostner)

Il secondo giorno Sao organizzò una gita sul fiume Yangon con escursione fino al Mar delle Andamane. Al ritorno la macchina si infilò in un ingorgo causato da un blocco di polizia. Sao mi guardò esitante, poi mi indicò una villa coloniale con un ampio giardino. “Lì”, disse a voce bassa, quasi percorsa da un brivido, “vive agli arresti domiciliari Aung San Suu Kyi. Lei sa certamente chi è”. Quella casa non era un’attrazione turistica ma Sao volle ugualmente trasmettermi un’emozione, sia pur diversa.

La leader dell’opposizione era stata incarcerata dopo i moti di un anno prima. Ed era rimasta reclusa anche dopo aver vinto le elezioni (ovviamente annullate dalla giunta tenacemente al potere). Divenne così un’icona della resistenza alla tirannia. E nel ’91 vinse il Nobel per la pace. Fu liberata nel 2010 dalla cricca militare, emarginata dalla comunità internazionale, che tramite la sua figura tentò una riabilitazione.

Aung San Suu Kyi, leader della Lega nazionale per la democrazia del Myanmar, parla ad un incontro alle Nazioni Unite a New York. (Foto ONU / Rick Bajornas)

Aung San Suu Kyi, nominata consigliere di Stato, cercò di democratizzare le istituzioni, ma mise a repentaglio la sua reputazione evitando di condannare la repressione della minoranza Rohingya. Una traiettoria drammaticamente spezzata nel febbraio scorso dal golpe del generale Min Aung Hlaing, impaurito dalle prospettive delle elezioni stravinte in autunno dal partito di Aung San Suu Kyi. Con l’orologio della storia tornato bruscamente indietro di 30 anni. Il premio Nobel di nuovo agli arresti, i pieni poteri di nuovo alla cupola militare, la gente di nuovo in piazza massacrata senza pietà.

I rifugiati di Rohingya vivono ancora a Cox’s Bazar, in Bangladesh, un anno dopo essere fuggiti dal Myanmar. Foto: UNFPA Bangladesh/Carly Learson

L’ultimo giorno era in programma una puntata in aereo a Mandalay, la capitale culturale della Birmania. Ma Sao a colazione mi comunicò un po’ imbarazzato che nella notte era insorto un problema. “I voli per Mandalay oggi sono bloccati. Le ho già cambiato la prenotazione per Bangkok. Partirà questo pomeriggio”. “Ma come?”, obiettai. “Perché i voli sono bloccati?”. “Non lo so, non me lo hanno detto, non ci dicono mai niente. Ma non si crucci. A Mandalay c’è poco da vedere”. E dopo un attimo di indugio, che lasciava intuire un messaggio sottinteso: “È meglio così, mi creda”.

Sì, forse è stato meglio così.

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