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29 anni da Capaci, con Giovanni Falcone e tutti noi a rimbalzare sul muro di gomma

Le stragi di mafia del ‘92 sono, per la maggioranza dei giovani di oggi, qualcosa di fastidioso e antipatico da ricordare con tutti quei ragionamenti contorti

Giovanni Falcone (Illustration by Antonella Martino)

Sui misteri di quell’anno tanto è stato scritto, ma la sensazione è che molto resti da dire. Manca il pubblico, è una materia sempre più per storici e addetti ai lavori. Molte cose sono complicate. Altre, come per Piazza Fontana, un giorno diventeranno letteralmente impossibili da comprendere... Troppe verità, troppa informazione, paradossalmente, producono l’effetto opposto: non abbiamo verità, non sappiamo nulla. Sbattiamo da soli

29 anni. E’ un anniversario sghembo. 29 è numero primo, tra l’altro, oltre ad essere dispari, incompiuto. Sembra ieri che si era a 25 anni dalla strage di Capaci, nel 2022 saranno invece 30 anni. Quelle si che saranno commemorazioni come si deve, l’anno prossimo.  Cifra tonda e solenne, da corone d’alloro e speciali in tv. 29 anni, invece:  chi se ne infischia dei 29 anni, così come dei 31, e di tutti gli altri. E chi se ne frega del 21 Maggio, del 22, come del 24. A noi interessa ricordare, il 23 Maggio, di ogni anno e di quelli a cifra tonda in particolare. Quest’anno, ripeto, non ci è andata granché bene.

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Ho scelto di fare il giornalista, nella mia vita, per tanti motivi, e uno tra questi era che mio padre ogni giorno, quando tornava a casa per pranzo  – era un insegnante – portava il quotidiano. Prima lo leggeva lui. Poi io, avido. Capivo pochissimo di quello che leggevo, ma mi piaceva tantissimo. E così, quando ero piccolo, a fine anni ‘80, capitava spesso di leggere articoli su una cosa per me lontana e mai decifrata fino in fondo: la strage di Piazza Fontana. Milano, 12 Dicembre 1969. Era un evento che ritornava spesso nei quotidiani, perché nel nostro Paese (l’ho capito molti, ma molti anni dopo) aveva rappresentato una sorta di spartiacque, l’inizio della cosiddetta “strategia della tensione”, e perché era un evento dai mille depistaggi e sul quale, un giorno, arriverà, pensate, anche una sentenza a dire che, no, sulla strage di Piazza Fontana una verità non ci sarà, mai.

E’ una cosa enorme, Piazza Fontana, nella storia d’Italia. Eppure a me, ragazzino a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90, arrivava come una lontana, anche fastidiosa, perché non ne capivo i contorni, perché tutti facevano analisi e nessuno mi raccontava i fatti. I fatti erano stati raccontati, certo, da qualche parte. Solo che così tanto tempo era passato che sui fatti si erano costruite analisi, e quelle ne avevano generato altre, e via dicendo, fino ad arrivare ad altri discorsi, altre storie. Alla fine c’era Piazza Fontana, come un evento generatore, da qualche parte dell’universo, e una galassia che si muoveva intorno, che portava impressa l’impronta di questa memoria, ma a questa memoria sembrava non appartenere più. Il risultato era che noi non sapevamo, né capivamo, non ci interessava, e quando qualcuno ci spiegava lo ascoltavamo con attenzione, certo, ma è l’attenzione educata che si riserva agli anziani quando parlano di un acciacco o di un ricordo di quelli che cominciano con “ai miei tempi …”. Per il resto, nulla più. Che palle, Piazza Fontana.

La stessa sensazione, a parti invertite, la provo adesso. Le stragi del ‘92, sono, per la maggioranza dei ventenni, trentenni, quindicenni di oggi, qualcosa di fastidioso da ricordare, perché antipatico da raccontare, perché oggetto di ragionamenti contorti e mai lineari. Sono storie vecchie, quindi, per loro, inutili, complesse, senza appeal. Mi ascoltano come si ascolta un anziano.

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Le automobili sventrate in seguito all’esplosione alla strage di Capaci (23 maggio 1992)

Proprio quest’anno dico ai miei studenti di un corso di giornalismo per i licei: ragazzi, parliamo della strage di Capaci? Sguardi silenziosi, poi dal fondo si leva, educata, una voce: ma perché dobbiamo parlare di queste cose vecchie?

Perché è la nostra storia, per il sentimento del tempo, per il rispetto degli eroi, perché la mafia è una merda, perché è importante. Sono mille le risposte che potrei dare, lo so. Ma sono tutte giuste e sbagliate insieme. Perché la domanda, sincera, dei ragazzi, non richiede spiegazioni. I ragazzi lo sanno, che gli tocca sentire le storie di Falcone, del pool antimafia, di Capaci. Da un lato gli annoia, perché le hanno sentite un miliardo di volte, quelle storie, sempre con la morale, quello che bisogna fare e quello che non bisogna fare per sconfiggere la mafia. Dall’altro lato, vivono tutto questo come un obbligo. Perché dobbiamo sentire queste storie vecchie? E’ per loro lo stesso che chiedere: perché dobbiamo studiare il latino?

C’è chi si arrabbia, di fronte a queste domande. E allora si comincia con la ramanzina: l’importanza della lotta alla mafia, cosa possiamo fare,  l’impegno, eccetera. Solitamente, in questi casi, nessuno dei ragazzi parla, per educazione, per noia, perché pensano già ad altro. Ma la domanda corretta da fare sarebbe: noi dobbiamo sconfiggere la mafia, ma voi in questi anni che avete fatt0?

Abbiamo celebrato, raccontato, commemorato. Negli anni  sghembi, come negli anni tondi, ma in quelli tondi con  maggiore trasporto.

Cosa resta dal 1992 ad oggi io non lo so, vedo tutto intorno molto più freddo.

Sui misteri di quell’anno tanto è stato scritto, ma la sensazione è che molto resti da dire. Manca il pubblico, è una materia sempre più per storici e addetti ai lavori. Molte cose sono complicate. Altre, come per Piazza Fontana, un giorno diventeranno letteralmente impossibili da comprendere.

29 anni è un anniversario per intenditori. Quello vero sarà nel 2022. Già, con chi parlo parlo, i miei amici giornalisti hanno pronti i loro libri sul trentennale delle stragi del ‘92, chi lavora al docufilm, chi ha una mezza cosa con Netflix, altri che mi chiedono di fare un podcast. La corsa ai pentiti farlocchi, poi, è già partita. Aspettiamoci nuove rivelazioni e le rivelazioni sulle nuove rivelazioni. Come al solito, racconteremo tutto, e non diremo nulla, ingolfando uno scaffale che già scoppia.

Su un altro grande fatto italiano, la strage di Ustica, vale lo stesso discorso di Piazza Fontana. Su Ustica uscì anche un fortunato film, “Il muro di gomma”. Il riferimento è al fatto che nelle grandi stragi italiane, ad un certo punto, chi cerca la verità, sbatte contro gli omissis, i segreti di stato, il depistaggio. Sbatte, insomma, contro un muro di gomma.

Ma a volte ho la sensazione che il muro di gomma ce lo costruiamo intorno. Tutta questa produzione di libri, film, inchieste esclusive, reportage, ricostruzioni, per effetto opposto anziché chiarire, trasformano tutto, appunto,  in un muro di gomma. Troppe verità, troppa informazione, paradossalmente, producono l’effetto opposto: non abbiamo verità, non sappiamo nulla. Sbattiamo da soli.

Leonard Cohen ha scritto e cantato che c’è una crepa in ogni cosa e che da lì entra la luce («There is a crack, a crack in everything / That’s how the light gets in»).

Per me, in questo contesto, la crepa è rappresentata da un bellissimo libro del giornalista Piero Melati, uscito l’anno scorso, fuori dagli alibi delle ricorrenze.  Si chiama La notte della civetta, è uscito per i tipi di Zolfo Editore l’anno scorso. Se non fossimo troppo impegnati ad organizzare manifestazioni e ricorrenze, questo libro l’avremmo accolto come si deve. Non parla della strage di Capaci, non parla degli anni ‘90, Falcone entra di striscio. Proprio per questo è un libro eccezionale. Ci spiega cosa è la Sicilia, e cosa la mafia. Ci spiega chi siamo, da dove veniamo, ci libera dalla retorica degli eroi. Non sono le memorie di un reduce, è, più che altro, una resa dei conti con la nostra storia, fatta da chi l’ha vissuta in prima linea, che arriva fino alla radice delle nostre esistenze.   

E’ il mio manuale di latino.

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