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Il messaggio essenziale di Mattarella su Borsellino e quella verità che non c’è

La fine la conosciamo: sono stati uccisi in via D'Amelio. L’inizio è stato e continua ad essere 29 anni dopo un grande buco nero

Paolo Borsellino nell'illustrazione di Antonella Martino

In occasione degli anniversari c’è sempre, incombente, il rischio di scivolare nella retorica: autorità impettite, nobili discorsi, propositi e promesse scontate… Sono trascorsi ventinove anni dalla domenica in cui si consuma la strage di via D’Amelio a Palermo, che fa scempio di Paolo Borsellino e degli agenti di scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Forse è giunto il momento di osservare, in occasione di questo e di altri anniversari, un momento di solo silenzio e riflessione; memoria e ricordo deputati da parole che spesso suonano vuote, inutili, ipocrite.

Paolo Borsellino, Palermo, June 2, 1992 © Tony Gentile

Lasciare, insomma, che parli solo il presidente della Repubblica, a nome di tutti, e per tutti. Sergio Mattarella, anche per note ragioni personali, è senza dubbio la persona più indicata per interpretare il sentimento che ci si augura sia comune, o almeno dei più. Il suo messaggio, sobrio, preciso, misurato, non concede nulla alla vuota e declamatoria retorica; è un “messaggio” essenziale, e dice quello che va detto:

Paolo Borsellino, e come lui Giovanni Falcone, sapevano bene che la lotta alla mafia richiede una forte collaborazione tra Istituzioni e società. Per questo si sono spesi con ogni energia. Da magistrati hanno espresso altissime qualità professionali. Hanno intrapreso strade nuove, più efficaci, nelle indagini e nei processi. Hanno testimoniato, da uomini dello Stato, come le mafie possono essere sconfitte, hanno dimostrato che la loro organizzazione, i loro piani possono essere svelati e che i loro capi e i loro sicari possono essere assicurati alla giustizia. Per questo sono stati uccisi”.

Cosa aggiungere: che come per tante storie di mafia, si conosce la fine, si ignora l’inizio… La fine è l’odore acre della bomba: avvelena l’aria per giorni…lo scempio dei corpi mutilati…lo sgomento di chi accorre. Ma c’è qualcuno che non prova emozione, sgomento. Cerca un’agenda; la fa sparire. E’ l’agenda rossa da cui  Borsellino mai si separa. Cosa contiene, forse, non lo sapremo mai; ma se la fanno sparire qualcosa che fa tremare qualcuno, doveva esserci.

Borsellino con il figlio Manfredi

La famiglia Borsellino da sempre, pone domande rimaste senza risposta. Una per tutte perché, dopo il delitto Falcone, la procura di Caltanissetta non convoca mai Borsellino, che aveva detto pubblicamente di avere cose importanti da riferire? Dal 1994 vanno a sentenza tre processi. Si fondano sulle dichiarazioni di un falso pentito Vincenzo Scarantino, solo nel 2008 si ammette che ha detto il falso. Un colossale depistaggio. Come e perché, per anni, si è dato credito a un personaggio inattendibile come Scarantino, anche questo è un mistero.

Ci sono poi le accuse della figlia di Borsellino, Fiammetta: parla di manovre per occultare la verità; della solitudine del padre; di come, negli ultimi giorni, aveva concentrato l’attenzione ai legami tra mafia, appalti e potere economico…

C’è poi una settima vittima: si chiama Rita Atria. Figlia di mafiosi collabora con la giustizia, si fida di Borsellino. E’ il padre che non ha mai avuto. Ucciso Borsellino, il mondo le crolla addosso. Si lancia dalla finestra del quarto piano dell’appartamento romano dove ha trovato rifugio. L’ultimo oltraggio: la madre spacca la sua tomba, ha infangato l’onore della famiglia.

La fine la conosciamo: sono stati uccisi. L’inizio è un grande buco nero.

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