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Col salto di Tamberi e la velocità di Jacobs, l’Italia nell’Olimpo dell’atletica

I nove minuti più belli dello sport italiano, la gioia nel vedere premiati i sacrifici di due ragazzi che magari rappresentano già il futuro carattere degli italiani

I nove minuti più belli della storia della nostra atletica leggera. Ma forse anche della storia del nostro sport. Da Tokyo arrivano le immagini della gioia allo stato puro. Prima Gianmarco Tamberi poi Marcell Jacobs, una doppietta da togliere il fiato e scatenare la felicità di essere italiani.

Alle 14.42 finisce la gara del salto in alto uomini. Il giudice si avvicina a Tamberi e a Mutaz Barshim (un ragazzo del Qatar, a proposito di Olimpiadi senza pronostico) e chiede loro se vogliano fare lo spareggio alzando l’asticella da 2 metri e 35 a 2.37 o se preferiscano l’oro ex aequo. Nessuno dei due esita, neppure per un attimo: meglio un oro oggi che un argento tra dieci minuti. Esplode la gioia di questo ragazzone (1 metto e 90) di Civitanova Marche che da cinque anni era già campione Europeo e campione del mondo indoor. Gli mancava il ‘gold pass’ per l’Olimpo dello Sport. Se lo è guadagnato tenendo mezza Italia con il fiato sospeso. Eravamo tutti là con le mani allungate verso la tv per tenere ferma quell’asticella che cade soltanto se la sfiori. Stacca dopo l’ultimo passo e va su come un drone che decolla in verticale.

Ad aprirgli le porte della casa incantata dove vivono gli dei dello sport c’è Sara Simeoni e nessun altro, perché soltanto lei, divina creatura, prima di Tamberi ci aveva dato l’emozione di vedere l’Italia sul gradino più alto di questa specialità riservata alle libellule.

Sei anni di attesa. Dovevano essere cinque, tutti all’insegna dell’impegno, del sacrificio e della convinzione. Ma a questi ragazzi il destino ha chiesto un anno di fatiche supplementari, causa Covid. E loro non hanno mollato.

Jacobs e Tamberi esultano per gli ori conquistati
(@atletica.italia)

Alle 14.53 la finale dei cento. Eravamo già appagati dal sapere che per la prima volta in 137 anni di Olimpiadi avevamo piazzato uno dei nostri, Marcell Jacobs, in finale. Non c’era riuscito Mennea nel 1980, non Tilli nell’84 e, all’inizio del secolo scorso, neppure Giongo (1912) né Frangipane (1924). Jacobs sì, mentre Filippo Tortu nella stessa semifinale era arrivato ultimo.

Comunque vada sarà un successo. Certo che questo ragazzo è un tipo affidabile. Calmo. Sicuro di sé: ha 26 anni, ma è già padre di tre bambini. E’ uno che ha capito che cosa è mancato alla sua vita un po’ rocambolesca e deve aver promesso a se stesso di dare ai suoi bambini ciò che lui non ha avuto: la stabilità, la tranquillità.

La mamma è di Desenzano del Garda e da ragazza incontra Lamont, un marine di stanza a Vicenza. Scintilla, amore, gravidanza. La nuova famiglia si trasferisce a El Paso, dove nasce Marcell. Ma papà è un soldato e lo spediscono in Corea. Diventerà ufficiale, mentre a Marcell interessa di più sapere se suo padre è anche un gentiluomo. Ne dubita. La mamma lo cresce da sola a Desenzano. Il padre torna dalla Corea, ma non in famiglia. Tanto che Marcell non impara una parola di inglese. Quando ha l’età della ragione si domanda che razza di padre gli sia toccato in sorte. E Lamont si pente, cerca di fare pace con suo figlio. Che è un uomo forte e, dopo averci pensato su a lungo, accetta il compromesso. Non se ne concederà altri. L’atletica gli dà rigore e obiettivi da raggiungere. Cresce anno dopo anno, cancella gli avversari a tempo di record e diventa la nostra star nella velocità.

Inizia l’atletica alle Olimpiadi e subito, da sempre, mette in programma al primo giorno la gara più eccitante e più esplosiva, quella (dicono i giornalisti esperti) impossibile da raccontare. Un concentrato di tutto (reattività, potenza, velocità, determinazione)in meno di dieci secondi. Semifinali: Marcell arriva sul traguardo terzo, batte il record europeo ed entra tanto in finale quanto nella storia dell’atletica italiana.

L’ultimo atto è alle 14.52, nove minuti dopo l’oro di Tamberi. Jacobs non parte benissimo ma dopo tre o quattro delle quarantacinque falcate che servono per tagliare il traguardo, è già primo. Corre come quei treni giapponesi, qualche centimetro sopra la sua rotaia. L’aria lo spinge e lo solleva. Era primo, rimane primo fino alla fine.

Non è tarantolato dal successo come Tamberi. Qualcuno ha una bandiera da dargli, perché possa fare il giro di pista e mostrare il tricolore a tutto il mondo? Non è facile da trovare la bandiera: la portano sempre appresso gli americani e i cinesi, quelli abituati a vincere… Eccolo finalmente il Tricolore, arriva insieme con Tamberi che abbraccia Marcell.

Due ragazzi d’oro, la meglio gioventù. Mario Draghi spedisce a entrambi un bel messaggio: “Siete l’orgoglio del nostro Paese”. Siamo noni alle Olimpiadi e in nove minuti abbiamo raddoppiato le medaglie d’oro.

Siamo stati i più bravi del calcio europeo, abbiamo piazzato per la prima volta un tennista italiano (Berrettini) in finale a Wimbledon, poi abbiamo vinto per la prima volta nella nostra storia l’oro olimpico nel salto in alto uomini e nei 100.

Il nostro, paese di poeti, santi, navigatori e da questa estate, pensa un po’, anche di sportivi.

 

 

 

 

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