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Dante morto 700 anni fa? Ma quando mai, lui continua a rinascere da sette secoli!

Dante non ha inventato solo la lingua italiana e gli italiani, ha anche proposto un nuovo modo di essere al mondo e un nuovo compito per gli intellettuali

di Fabio Finotti

The Statue of Dante Alighieri in Manhattan (Photo by Terry W. Sanders)

In questo senso Dante è il poeta che non solo l'Italia ma gli Stati Uniti possono prendere a modello, e padre della loro tradizione. La parola per Dante è il più grande strumento che l'uomo ha per farsi uomo, e cioè per farsi libero, non da solo ma assieme agli altri. In questo senso è Dante il vero maestro della nostra civiltà, fondata sulla responsabilità, sulla conoscenza, sulla libertà, sul dialogo... e la parità di genere!

Quando è morto Dante? 700 anni fa come si continua a ripetere? In realtà sarebbe più giusto dire che Dante rinasce da 700 anni, e che la data del 1321 è quella che segna il suo continuo ritorno tra di noi. Sono secoli che Dante non ha cessato di abitare tra  noi per molte ragioni.

In primo luogo perché ha inventato la lingua italiana, e con la lingua gli italiani stessi. Ci voleva uno slancio poderoso dell’immaginazione a fine medioevo per dire che l’Italia esisteva, e che aveva la sua lingua. Allora ogni regione della penisola si esprimeva in un volgare profondamente diverso dagli altri. Ci voleva un poeta innamorato di Virgilio per superare questa frammentazione. Tanto innamorato di Virgilio da riprendere dall’Eneide il mito dell’Italia come terra promessa, destino di Enea, centro perenne di civiltà, dotata dunque di una sua identità e di una sua lingua. Se gli italiani parlavano ognuno una lingua diversa, non contava: al di sotto di quella molteplicità doveva esserci l’unità. Così come al di sotto dei mille colori della luce c’era per Dante un’unica sorgente, un unico sole, un unico Dio.

I 700 anni di Dante nell’Illustrazione di Antonella Martino

Ma Dante non ha inventato solo la lingua italiana e gli italiani, ha anche proposto un nuovo modo di essere al mondo e un nuovo compito per gli intellettuali. Alla base della Divina Commedia e all’uso non del latino ma del volgare, c’è l’idea che la cultura sia un bene che va condiviso con tutti, non solo con i privilegiati. E’ Dante che esce dai chiostri delle cattedrali, dalle aule delle corti, dalle solenni stanze delle università e parla a ogni uomo, indipendentemente dalla sua ricchezza, dalla sua nascita, dalla sua condizione sociale. E’ Dante il fondatore di quella democrazia linguistica e civile che è alla base della democrazia politica. Perché non si può votare e scegliere, se non si sa per chi votare, e non si conoscono bene le motivazioni della scelta. In questo senso Dante è il poeta che non solo l’Italia ma gli Stati Uniti possono prendere a modello, e padre della loro tradizione. La parola per Dante è il più grande strumento che l’uomo ha per farsi uomo, e cioè per farsi libero, non da solo ma assieme agli altri. In questo senso è Dante il vero maestro della nostra civiltà, fondata sulla responsabilità, sulla conoscenza, sulla libertà e sul dialogo.

Dante infine ci ricorda sempre che i maschi non sono i padroni del mondo, ma possono salvarsi solo se non si limitano ad amare ma imparano ad ascoltare le donne. E’ Beatrice che salva Dante nella Divina Commedia, e che lo guida al termine del suo cammino, facendosi sua maestra, a tratti insofferente della sua ignoranza, come una Mary Poppins in anticipo di qualche secolo. E anche questo è un insegnamento che ci riporta al presente, e al mondo della parità di genere in cui gli USA hanno una importante leadership mondiale.

Davvero il destino di Dante, 700 anni dopo, sembra proprio quello della Fenice. Morire una volta e rinascere per sempre.

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