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Turchia, espulsi in massa 10 ambasciatori occidentali, incluso quello americano

Cacciati da Ankara per aver espresso solidarietà al filantropo e prigioniero politico Osman Kavala, Erdoğan non vuole sentire ragioni: cosa sta succedendo

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Recep Tayyip Erdogan, presidente della Turchia (wikimedia.commons)

Si scrive “personae non gratae” si legge “lasciare la Turchia al più presto”. Sarebbe questo l’ordine del ministero degli Esteri turco a dieci ambasciatori di Stati occidentali ad Ankara: in questa speciale lista di proscrizione a spiccare sono i nomi dello statunitense David Satterfield, del tedesco Jürgen Schulz e del francese Hervé Magro, affianco ai plenipotenziari di Canada, Danimarca, Finlandia, Norvegia, Nuova Zelanda, Paesi Bassi e Svezia.

L’espulsione, che ha sconvolto le cancellerie occidentali come un fulmine a ciel sereno, è stata annunciata sabato dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan durante un comizio ad Eskişehir, in Anatolia. “Il giorno in cui non conosceranno o non capiranno la Turchia, dovranno andarsene”, ha tuonato il leader dell’AKP contro i dieci diplomatici stranieri. La colpa di questi ultimi è aver espresso solidarietà al filantropo e prigioniero politico Osman Kavala, chiedendone qualche giorno prima la liberazione.

Kavala è una figura di spicco della società civile turca nonché fondatore della ONG Anadolu Kültür, attiva nella promozione della cultura e delle arti. Attualmente si trova in carcere con l’accusa di aver preso parte al tentativo di colpo di stato del luglio 2016, più precisamente per “rovesciamento dell’ordine costituzionale” e “spionaggio” – oltre a quella, che lo ha visto brevemente prosciolto e poi nuovamente indagato, di aver contribuito alle proteste del 2013 al Gezi Park di Istanbul. La sua detenzione va avanti senza soluzione di continuità dall’ottobre 2017 (subito dopo un incontro di lavoro con lo staff del Goethe-Institut di Istanbul), pur avendo innescato una vasta eco di polemiche che nel 2019 è arrivata fino agli scranni della Corte europea dei diritti umani. Ritenendo quella di Kavala una reclusione politicamente motivata e non suffragata da prove né condanne, la CEDU ne ha chiesto la scarcerazione entro fine novembre – altrimenti avvierà una procedura di infrazione contro Ankara.

Non è dello stesso avviso il Governo turco, che considera Kavala un “agente di Soros” e difende l’indipendenza della magistratura nazionale. L’esecutivo si riferisce in particolare al ruolo di Kavala come co-fondatore della sezione turca della Open Society Foundation (costretta a chiudere i battenti nel 2018), il cui presidente e patron è appunto il controverso milionario ungherese-americano. Attraverso i suoi legali, Kavala ha già fatto sapere che non presenzierà alle prossime udienze di quello che egli considera un processo farsa per imbavagliare la società civile.

Sgomenta e adirata la risposta dei Paesi occidentali interessati dalla decisione turca. La diplomazia norvegese ha fatto sapere che il loro rappresentante “non ha fatto nulla che legittimi un’espulsione”, mentre il presidente del Parlamento UE, David Sassoli, ha deplorato la “deriva autoritaria” dell’esecutivo turco, aggiungendo che l’UE (che è rappresentata indirettamente da quattro Paesi coinvolti) “non si farà intimidire”. Da sottolineare inoltre come 7 Paesi dei 10 accusati siano alleati NATO della Turchia.

Non è ancora chiaro se e quando la comunicazione ufficiale verrà data (o sia stata data) alle ambasciate occidentali. L’ipotesi più accreditata è che potrebbe avere luogo in occasione del ritorno in patria del ministro degli Esteri Mevlüt Çavuşoğlu dalla visita di Stato in Corea del Sud, domenica. Ma non è nemmeno escluso che Erdoğan possa tornare sui suoi passi in extremis.

 

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