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Colombo tra storia e mito: all’IIC di New York un confronto vivace e utile tra studiosi

La conferenza aperta da un intervento articolato dell'Ambasciatrice Zappia, ha visto dibattere idee diverse sulla figura del navigatore genovese in America

di Michele Valle Perini

Ambassador Mariangela Zappia opens the conference on Christopher Columbus held at the Italian Cultural Institute. (Photo by Terry W. Sanders)

Nei giorni 25-26 Ottobre si è tenuto a New York il seminario “Columbus – History and Myth” organizzato dall’Istituto di Cultura in collaborazione con il Consolato Generale d’Italia a New York. Alla progettazione dell’evento hanno contribuito il prof. Luciano Formisano dell’Accademia Nazionale dei Lincei (Roma) e il prof. Anthony Tamburri, Dean of the John D. Calandra Italian American Institute (Queens College, CUNY)

Il seminario ha affrontato in modo “scientifico” la figura di Colombo, coinvolgendo rappresentanti delle principali istituzioni accademiche, e cercando di evitare dibattiti di tipo prevalentemente ideologico.

I lavori sono stati aperti dagli ampi e articolati “opening remarks” dell’Ambasciatrice Mariangela Zappia, in collegamento da Washington.

L’Ambasciatrice ha affermato: “Oggi più che mai dobbiamo definire una prospettiva che riconosca le sofferenze patite dalle popolazioni native americane durante le esplorazioni europee e che, nel contempo, preservi il valore storico della figura di Colombo, un esploratore che ha aperto nuovi orizzonti e ha creato ponti tra civiltà”.

Anche Fred Gardaphé (CUNY) – keynote speaker del seminario – ha sottolineato la necessità di ripensare Colombo in un orizzonte più ampio e attuale, citando Piero Bassetti secondo il quale per “salvare” Colombo occorre recuperare il contributo all’universalismo che il navigatore ha dato agli Americani.

Dal punto di vista storico il  seminario ha proposto dati nuovi sul grande esploratore genovese: dai finanziamenti dei banchieri italiani – interessati a una globalizzazione finanziaria piuttosto che territoriale (William J. Connell  , all’abilità di Colombo nel creare legami con le monarchie della sua epoca (Giulio Busi), fino alla precoce costruzione del proprio mito da parte di Colombo attraverso strategie retoriche che manipolavano i dati reali e utilizzavano – per una rapida e capillare diffusione – il moderno mezzo della stampa (Luciano Formisano). Connell ha anche ricordato come il Columbus day fosse stato a lungo un patrimonio americano, prima ancora che degli italo-americani, e che le popolazioni indigene avessero a lungo attaccato il “Thanksgiving” quale simbolo della civiltà bianca e coloniale per ripiegare poi sul Columbus day quale “target più facile” da colpire.

A destra il direttore dell’IIC Fabio Finotti introduce l’Ambasciatrice Mariangela Zappia all’inizio della conferenza. Seduti sotto da si. William Connell, Joseph Sciorra e Anthony Tamburri (Foto di Terry W. Sanders)

Molte delle relazioni hanno anche affrontato il delicatissimo tema della funzione simbolica di Colombo, sottolineata dopo l’Ambasciatrice dal Console Generale Fabrizio Di Michele secondo il quale “il dibattito su Colombo ha talvolta messo in secondo piano una questione che dovrebbe essere enfatizzata dalla stessa comunità italo-americana e da altri attori chiave, come scuole, università, media, istituzioni. Si tratta del semplice quesito del perché Colombo sia così importante per molti italo-americani. Ed avrebbe a che fare con il fatto che per i migranti italiani del secolo scorso, confrontati con pregiudizi e discriminazioni, Colombo è divenuto una sorta di ponte con il loro nuovo Paese, un simbolo di orgoglio, riscatto, appartenenza e integrazione”.

Sul valore simbolico del Colombo storico si è soffermato anche Fabio Finotti, Direttore dell’Istituto di Cultura, che ha sottolineato la straordinaria modernità del navigatore in relazione al pensiero scientifico moderno.  “Cristoforo Colombo – ha detto Finotti – incarna alcuni valori fondamentali della nostra civiltà. Tutti ci ricordiamo dell’Ulisse dantesco. Ulisse rappresenta l’intelligenza e la volontà di fare “esperienza” del mondo. Eppure nella Divina Commedia Ulisse naufraga: è punito perché non cerca un’autorizzazione o una guida divina. Il vero erede di Ulisse è proprio Colombo, con la sua capacità di uscire dai limiti del mondo medievale, con la sua capacità di rendere la conoscenza umana padrona di se stessa.  E in secondo luogo Colombo non si limita a viaggiare verso una meta. Va, torna, va ancora, compie una serie di viaggi che aprono prima dell’era della migrazione quella della mobilità. Colombo è il primo uomo che non ha più un solo luogo, una sola terra, ma vive in transition per citare un bellissimo film di qualche anno fa”.

Foto di Terry W. Sanders

Ha rimarcato la funzione cruciale di Colombo nella costruzione del pensiero moderno anche Franco Farinelli, osservando come il suo “pensiero prospettico” e la sua mappatura del mondo (prima di ogni concreta esperienza) aprano le porte alle forme con cui nei secoli successivi si esplora la realtà.

La funzione simbolica di Colombo rispetto alla comunità Italo-Americana è stata ampiamente discussa da molti interventi, e il seminario si è rivelato particolarmente istruttivo nel chiarire gli orientamenti delle università nella formazioni delle classi dirigenti americane e globali.

La relazione di Elise Bartosik-Velez ha dimostrato come Colombo sia stato scelto dagli Italo-Americani quando era già diventato un prestigioso simbolo del Nuovo Mondo e della translatio imperii secondo un itinerario che partendo da Roma e attraversando l’Europa giunge proprio negli Stati Uniti.

Altre relazioni (Joseph Sciorra, Laura Ruberto, Graziella Parati) hanno praticato in modo più o meno radicale la prospettiva post-coloniale, che giunge  a negare l’idea stessa di “scoperta” (considerata come una proiezione occidentale sulla cultura indigena che non avrebbe avuto nessun bisogno di essere “scoperta”). Da questa prospettiva si è criticata la scelta di Colombo come mito italo-americano, contestato sia sul piano storico (per il suo comportamento nell’amministrazione come Viceré e Governatore delle Indie), sia su quello prettamente simbolico (la scelta di farne un eroe rappresentativo dell’italianità sarebbe tardiva, e legata agli orientamenti di una minoranza del variegato cosmo italo-americano, quella così chiamata dei “Prominenti”). Questi studiosi hanno legato la scelta di continuare a ergere Colombo a simbolo dell’identità degli italo-americani a coloro che poi, in epoca successiva, sosterranno il fascismo di Mussolini. Il bisogno insomma di aggrapparsi ad una identità forte, mentre “il potere ha sempre bisogno di una narrazione per sostenersi”, ha sostenuto Parati che ha ricordato come nel 1991, il libro di Michael Dorris e Louise Erdrich “The Crown of Columbus” , inizierà a riequilibrare la verità storica.

A questi orientamenti ha reagito nella sua acuta relazione lo storico e giornalista Federico Rampini ironizzando sullo stereotipo di “buon selvaggio” che si rischia di costruire nell’atto stesso in cui si demitizza l’esploratore. Egli ha in generale rilevato i paradossi di una “cancel culture” che perde di vista qualsiasi prospettiva storica e sottolineato come il messaggio trasmesso oggi nel sistema educativo scolastico ai giovani abbia ribaltato totalmente quello veicolato a lungo ai lori genitori e nonni.

Proprio la direzione verso la quale sono andate molte relazioni di ambito accademico e universitario dimostra quanto sia problematica negli Stati Uniti la figura di Colombo. Le nuove generazioni  vengono formate ormai dalle grandi e piccole università nella prospettiva di un pensiero post-coloniale radicalmente critico verso la figura del grande navigatore. Su questa prospettiva ha criticamente preso la parola il Presidente del GEI Mario Calvo Platero. Platero ha difeso la rappresentatività delle grandi Associazioni Italo Americane – a partire dalla NIAF – e la loro scelta di Colombo come simbolo della storia e dell’identità degli Italiani d’America. Alla conclusione del suo intervento Platero ha suggerito agli organizzatori un referendum tra gli italo-americani su questo tema, in modo da sgombrare il campo da ogni equivoco.

La pacatezza della discussione ha dimostrato comunque che Colombo può divenire un terreno d’incontro e non solo di scontro. Il seminario ha infatti messo in contatto mondi che spesso non comunicano: quello dell’università e quello delle tematiche identitarie, quello della ricerca USA e quello della ricerca italiana, più marcata in senso filologico. E’ stata certamente confermata l’importanza di ampliare a approfondire il dialogo tra prospettive scientifiche e narrative che – pur da ottiche diverse – collaborino per una piena conoscenza dei dati e del contesto. E – a quello che si dice – si pensa infatti già a una terza giornata da organizzare presto all’Istituto di Cultura.

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