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Clima: il G20 di Roma partorisce il topolino e la Cop26 di Glasgow trema

Il G20 si chiude con intesa modesta sul clima, nonostante gli appelli del presidente del Consiglio Mario Draghi e del principe Carlo d''Inghilterra

Dopo una lunga nottata di trattative, la seconda giornata del G-20 di Roma – quella dedicata al clima – sembra aver partorito un topolino. L’accordo raggiunto nella mattinata di domenica prevede infatti l’interruzione del finanziamento delle centrali a carbone all’estero entro la fine del 2021, ma assume sfumature assai più vaghe sullo sfruttamento del combustibile fossile per soddisfare i fabbisogni interni. Un piccolo passo avanti c’è stato, dato che tutti gli Stati hanno concordato nel voler limitare l’aumento della temperatura terrestre entro 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali. La teoria non è però supportata da un piano concreto, almeno per il momento. Il comunicato finale contiene piuttosto una generica promessa di “migliorare ove necessario” i piani nazionali di riduzione delle emissioni di CO2 nell’atmosfera. Nessun vincolo legale né temporale. Il carbone come fonte di energia verrà abbandonato “quanto prima”, mentre i sussidi al suo utilizzo – tornati d’attualità con la ripresa post-pandemica e l’impennata dei prezzi del gas – saranno interrotti solo “nel medio termine”.

A nulla sono serviti gli appelli del padrone di casa, il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi, e del principe Carlo. All’esordio della giornata conclusiva del G-20, Draghi aveva sottolineato come “il momento di agire sia ora”, perorando a gran voce la causa della transizione a fonti di energia rinnovabile e pulita. Il principe di Galles aveva invece invitato il G-20 a “tradurre le belle parole in azioni ancora più belle”, dal momento che “in ballo c’è il futuro dell’umanità e della natura stessa”.

Orazione che non sembra aver convinto quei Paesi che ancora dipendono dal carbone per il loro fabbisogno energetico domestico. Su tutti Cina e India, in cui il combustibile fossile inquinante rappresenta, rispettivamente, circa il 55% e il 70% della produzione elettrica nazionale. Ridurne drasticamente la produzione rischia di causare episodi come quelli verificatisi nelle scorse settimane in diverse province cinesi, dove milioni di persone e migliaia di imprese sono rimaste a lungo senza corrente a causa della mancanza di elettricità (una delle concause è proprio l’obiettivo di Pechino di raggiungere la neutralità climatica entro il 2060). A nulla è servita nemmeno la trattiva con il fronte degli “ambientalisti”, in particolar modo gli Stati Uniti e l’Unione europea. Dal canto suo, l’amministrazione Biden ha da tempo annunciato il suo obiettivo di raggiungere la carbon neutrality entro il 2035, mentre Bruxelles ha più cautamente indicato il 2050 come termine temporale (dovendo fare i conti con la Polonia, dipendente dal carbone in maniera non dissimile da Cina e India).

Joe Biden durante i lavori del G20

È quindi forse anche alla cooperazione climatica tra Washington e Bruxelles che Joe Biden si è riferito domenica pomeriggio nell’annunciare insieme a Ursula Von Der Leyen “una nuova era di cooperazione transatlantica per le sfide del 21° secolo”. Durante la conferenza stampa i due hanno sottolineato l’importanza dell’accordo raggiunto nelle scorse ore dalle rispettive delegazioni per eliminare i dazi sull’acciaio, introdotti dall’amministrazione Trump nel 2018.

Il lancio della monetina portafortuna dei leader mondiali (ma mancava Biden) davanti alla Fontana di Trevi (Foto Palazzo Chigi)

La patata “bollente” dell’azione climatica passa ora alla COP26 di Glasgow, in programma dal 31 ottobre al 12 novembre. Sarà quella la sede in cui il Governo britannico di Boris Johnson cercherà di tenere fede al proposito di “relegare il carbone alla storia” dopo il nulla di fatto del summit romano. La Conferenza dell’ONU sui cambiamenti climatici rappresenta con ogni probabilità l’ultima occasione di alto livello per concordare misure di contenimento della temperatura globale entro 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali. Un allarmante report dell’ONU pubblicato ad agosto ha evidenziato come, con un aumento di 1,5 °C,  il 14% della popolazione globale verrebbe afflitta da ondate di calore estremo a cadenza cinquennale; se l’impennata dovesse raggiungere i 2 °C, la platea si allargherebbe drammaticamente al 37%. Ancora più pratiche le proiezioni dell’Università di Yale: raggiungere i 2 °C provocherebbe un aumento del livello del mare fino a 0,8 metri e la perdita del 14% della biodiversità terrestre, con una netta diminuzione del numero di pesci e del rendimento delle colture di cereali.

Gli obiettivi su cui si concentreranno i negoziati delle prossime due settimane comprendono la neutralità climatica globale entro metà secolo e misure di protezione delle comunità e degli habitat naturali. Diventerà quindi fondamentale trovare una sinergia tra Governi, imprese e società civile. La direttrice di Greenpeace, Jennifer Morgan, è però scettica: “Se il G-20 era una prova generale della COP26, i leaders mondiali hanno sbagliato le battute”.

Qui sotto la conferenza stampa del presidente Joe Biden:

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