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Trump non è un re: nessun privilegio, i documenti andranno al Congresso

Per il magistrato Tanya Chutkan i poteri di supervisione costituzionale sull’assalto del 6 gennaio prevalgono sul diritto presidenziale a non consegnarli

Trump as "The Great Dictator" (Illustration by Antonella Martino)

Donald Trump perde il primo round. E lo perde quasi con un ko: i National Archives dovranno consegnare entro venerdì alla Commissione d’inchiesta della Camera tutti i documenti della Casa Bianca (lettere, appunti, telefonate, email, text messages e twits) fatti nei giorni precedenti, durante e dopo l’assalto al Congresso del 6 gennaio scorso.

Lo ha stabilito il magistrato federale Tanya Chutkan che nelle 39 pagine della sua decisione scrive “I presidenti non sono re” e stabilisce che i documenti possono essere rilasciati alla commissione che indaga sul tentativo di insurrezione lanciato dai seguaci dell’ex presidente mentre il Congresso era riunito per certificare la vittoria elettorale di Joe Biden.

La documentazione era stata richiesta dalla Commissione d’inchiesta alla National Archives and Records Administration (NARA), l’agenzia federale incaricata di conservare tutti i documenti governativi e storici. Trump si era opposto invocando il “privilegio esecutivo”, cioè il diritto del presidente degli Stati Uniti a mantenere segrete e confidenziali le conversazioni, le email e i messaggi scambiati con i suoi collaboratori.

Il magistrato Tanya Chutkan ha motivato la sua decisione affermando che i poteri di supervisione costituzionale sull’assalto al Congresso prevalgono sul diritto presidenziale di Trump a non consegnare questi documenti. Aggiungendo poi che l’attuale presidente, Joe Biden, ha acconsentito affinché tutto il materiale sia reso pubblico. Secondo il giudice, il presidente in carica non è vincolato a rispettare il volere di un ex presidente i cui poteri non possono durare anche dopo la fine del mandato.

Il magistrato nella sua decisione inoltre afferma che il Congresso nel 1975 approvò specificamente una legge subito dopo il Watergate, in seguito ai tentativi del presidente Richard Nixon di non concedere alla Commissione d’inchiesta i nastri con le registrazioni delle sue riunioni. La legge venne formulata per evitare che la Casa Bianca potesse bloccare o distruggere documenti, come tentò di fare Richard Nixon con le registrazioni delle sue conversazioni con i suoi collaboratori.  Secondo il magistrato l’interesse pubblico consiste nella possibilità, per Camera e Senato, di studiare gli eventi che hanno portato al tentativo insurrezionale e di “prevedere una legislazione per impedire che tali eventi si verifichino di nuovo”.

Gli avvocati dell’ex presidente dopo la decisione hanno presentato una richiesta di emergenza in cui chiedevano al magistrato Tanya Chucktan di sospendere il decreto ingiuntivo fino alla decisione della Corte d’Appello federale. Ma il magistrato ha convalidato la sua decisione e ha respinto la richiesta. In seguito al rifiuto gli avvocati di Trump si sono rivolti alla Corte Federale d’appello chiedendo di intervenire per sospendere la decisione ingiuntiva. Il caso potrebbe finire alla Corte Suprema. Difficilmente la Corte d’Appello federale emetterà un verdetto prima di venerdì e per quella data è stato ordinato agli Archivi Nazionali di consegnare i documenti alla commissione della Camera.

Illustration by Antonella Martino

Finora la Commissione ha intervistato più di 150 testimoni e ha emesso più di 30 mandati di comparizione nei confronti di collaboratori e persone vicine all’ex presidente, come l’ex capo dello staff Mark Meadows e la ex portavoce della Casa Bianca Kayleigh McEnany e all’ex consigliere Stephen Miller autori di una nota manoscritta sugli eventi del 6 gennaio e di una bozza del testo dell’incendiario discorso tenuto da Trump al raduno “Save America” che precedette l’attacco allorchè dal palco incitò i suoi sostenitori a “combattere come dannati”. Subito dopo centinaia di rivoltosi si lanciarono contro le forze dell’ordine sopraffacendole ed entrando nell’aula del Campidoglio per bloccare la convalida del risultato elettorale delle elezioni del 3 novembre. Trump sta ora tentando di impedire che i suoi ex collaboratori collaborino alle indagini. I commissari stanno cercando le loro testimonianze per capire la strategia usata per cercare di minare la validità del risultato elettorale affermando ripetutamente le bugie dei brogli molto tempo prima che gli americani si recassero alle urne. Bugie ampiamente smentite da più di 50 magistrati federali e anche dall’ex Attorney General nominato di Trump, William Barr. Una premeditazione che evidenzia il diabolico piano architettato dall’ex presidente per bloccare la certificazione elettorale della vittoria di Joe Biden.

Nel libro Peril Bob Woodward e Robert Costa scrivono che gli strateghi dell’insurrezione, Steve Bannon, Rudi Giuliani e John Eastman si riunirono con  l’ex capo di gabinetto di Trump, Mark Meadows e Roger Stone, all’Hotel Willard di Washington per preparare la strategia. Stone, che aveva ricevuto il perdono presidenziale da Trump, aveva organizzato la manifestazione “Stop The Steal”. Il confidente di Trump aveva iniziato la sua carriera di manipolatore delle elezioni addirittura con Nixon, quasi 50 anni fa. Secondo Bob Woodward e Robert Costa Eastman spiegava via zoom a Trump come poter ribaltare la sconfitta elettorale convincendo, o costringendo il vicepresidente Mike Pence, in quanto presidente del Senato, a rifiutare la ratifica dei voti elettorali di alcuni stati, in modo da impedire a Biden di raggiungere la maggioranza di 270 delegati su 538 dei collegi elettorali. Questo avrebbe permesso ai repubblicani di invocare una clausola dell’articolo 2 della Costituzione secondo cui in caso nessun candidato ottenga la maggioranza il compito di eleggere il presidente passa alla Camera dei Rappresentanti. La clausola prevede che alla Camera non votino i singoli deputati bensì le delegazioni dei 50 stati, ciascuno dei quali disporrebbe di un solo voto. Poiché i repubblicani in effetti controllano una maggioranza delle delegazioni (27 su 50) benché i democratici abbiano un maggior numero di deputati, il piano sarebbe potuto riuscire. E questo nonostante i democratici alle elezioni del 3 novembre avessero ottenuto più voti a tutti i livelli: nel voto popolare, nel voto del collegio elettorale e nel voto per i deputati.

Secondo gli investigatori, la testimonianza di Bannon è fondamentale per una chiara comprensione delle azioni di Trump sull’assalto. Il giorno prima del tentativo insurrezionale Steve Bannon in un suo podcast aveva detto: “Domani si scatenerà un inferno”. Steve Bannon però si è rifiutato di comparire davanti alla Commissione. Una decisione  per la quale il Congresso lo ha ritenuto penalmente responsabile per il reato di oltraggio al Congresso. Bannon rischia fino a due anni di carcere se il Dipartimento di Giustizia deciderà ora di perseguirlo. Finora L’Attorney General Merrick Garland non si è pronunciato. Ha chiesto tempo affinchè gli inquirenti esaminino la complicata vicenda. Se ci dovesse essere un rinvio a giudizio sarebbe un messaggio molto forte rivolto agli altri collaboratori di Trump che si rifiutano di testimoniare. E non è detto che la commissione decida di interrogare lo stesso ex presidente.

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