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Steve Bannon incriminato per la mancata testimonianza alla commissione 6 gennaio

Intanto l’ex capo di gabinetto di Trump, Mark Meadows cerca di imitare Steve Bannon. Trump intervistato sul 6 gennaio dice: "Impicca Pence? Ha senso..."

Steve Bannon durante un comizio a Roma, davanti al pubblico di Atreju (Foto, Massimo Manzo)

Steve Bannon incriminato. L’ex guru politico di Trump che non ha voluto testimoniare davanti alla commissione d’inchiesta del Congresso che indaga sull’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio è stato rinviato a giudizio da un grand jury per oltraggio al Congresso per la mancata comparizione e per non aver portato i “documenti e comunicazioni” scambiati con la Casa Bianca prima, durante e dopo il tentativo di insurrezione del 6 gennaio. Il Dipartimento della Giustizia lo ha incriminato dopo che alla fine di ottobre la Camera lo aveva accusato per essersi rifiutato di testimoniare. Il grand jury federale nominato dallo US Attorney dopo che la richiesta è stata avallata dall’Attorney General ha ritenuto Bannon colpevole di due capi d’accusa di oltraggio al Congresso. “Dal primo giorno in cui ho assunto l’incarico ho promesso ai funzionari del Dipartimento di Giustizia che avremmo mostrato agli americani con le parole e con i fatti che il Dipartimento rispetta la legge, si basa sui fatti e sulle norme e punta a una giustizia uguale per tutti. Le accuse di oggi riflettono questo impegno”, ha detto il ministro della Giustizia, Merrick Garland. Ognuno dei due capi d’accusa prevede da 30 giorni a un anno di carcere e una multa fra i 100 e i mille dollari.

Mark Meadows (Gage Skidmore/Wikimedia Commons)

L’ex capo di gabinetto di Trump, Mark Meadows ha cercato di imitare Steve Bannon.  Anzi, peggio. Non ha neanche risposto, né ha fatto rispondere dai suoi avvocati, all’ingiunzione mandatagli dalla commissione per la sua testimonianza. I suoi legali si sono fatti vivi solo dopo che i commissari li hanno contattati visto che il testimone non arrivava. Poco dopo il suo avvocato, George J. Terwilliger III, in una nota ha affermato che Mark Meadows non collaborerà alle indagini fintanto che il tribunale federale non deciderà se l’ex presidente possa ancora esercitare il privilegio esecutivo. Questo nonostante che il presidente Biden, per due volte, abbia già annullato la decisione dell’ex presidente. Ma questa sarà la tattica che tutti gli ex collaboratori della Casa Bianca attueranno per allungare i tempi. Una tattica che fa rimanere tutto in sospeso fintanto che non verrà deciso una volta per tutte se un ex presidente possa esercitare, anche dopo la fine del suo mandato, i diritti presidenziali.

Donald Trump (Illustrazione di Antonella Martino)

Già ieri la Corte di appello federale ha sorprendentemente accolto la richiesta degli avvocati dell’ex presidente di sospendere momentaneamente la trasmissione dei documenti conservati ai National Archives alla commissione della Camera che sta indagando sull’assalto al Congresso. L’udienza per discutere se convalidare o sospendere la decisione cautelare si terrà il 30 novembre. Gli avvocati dell’ex presidente avevano chiesto lo stop in attesa del suo ricorso contro la decisione di un tribunale di grado inferiore, in cui il magistrato affermava che Trump non può esercitare il privilegio esecutivo non essendo più alla Casa Bianca.

I rinvii, le tattiche dilatorie, l’ostruzionismo dell’ex inquilino della Casa Bianca possono solo ritardare i risultati dell’inchiesta, ma non cancellare ciò che è avvenuto il 6 gennaio quando migliaia di suoi seguaci hanno assaltato il Congresso mentre i parlamentari erano riuniti per certificare la vittoria elettorale di Joe Biden. Addirittura, l’ex presidente difende i rivoltosi che al Campidoglio il 6 gennaio minacciavano di “impiccare” Mike Pence, il suo vicepresidente. Il giornalista e scrittore Jonathan Karl in una intervista ha chiesto a Donald Trump un giudizio sugli applausi che i suoi sostenitori tributavano ad altri partecipanti che al suo comizio in coro gridavano di impiccare Pence. Un “Hang Mike Pence” che Trump ha commentato affermando che la minaccia “ha un senso dopo la sua decisione di accettare i risultati di un voto fraudolento”.

Parlando con Karl che ha scritto Betrayal: The Final Act of the Trump Show, libro che sarà pubblicato martedì, l’ex presidente ha risposto alla domanda del giornalista se fosse preoccupato per Pence durante il tentativo insurrezionale.

“No”, ha detto Trump. “Pensavo che fosse ben protetto e ho sentito che era in buona forma”. Ma la gente gridava “Hang Mike Pence“ controbatte Karl.

“Perché ha un senso, John”, ha detto Trump continuando a ripete le sue accuse infondate di frode elettorale. “Come puoi accettare se sai che il voto è fraudolento, giusto? Come puoi passare un voto fraudolento al Congresso? Come fai?”

Accuse infondate e destabilizzanti per la democrazia per le quali l’ex presidente non è riuscito a portare una prova in tribunale. Denigrazioni avanzate dai suoi avvocati Rudy Giuliani e Sidney Powell entrambi citati in giudizio per diffamazione dalle società che costruiscono le macchinette per il voto. Calunnie ampiamente smentite da più di 50 magistrati e dall’ex ministro della Giustizia William Barr, ma non sufficienti a far desistere l’ex presidente che continua a ripeterle per mantere vivo lo spirito dei suoi seguaci in un partito repubblicano da lui dominato tanto che chiunque abbia l’ambizione di candidarsi alle elezioni di Mid Term per avere il suo sostegno si deve schierare con le sue bugie. Ma non tutti i repubblicani si sono prestati alle sue imposizioni. L’ultima è stata la senatrice dell’Alaska, Lisa Murkowski, repubblicana che ha votato per l’impeachment di Trump per aver istigato l’assalto al Congresso, la quale ha ufficialmente annunciato la sua ricandidatura. Nei giorni scorsi l’ex presidente aveva dato il suo sostegno politico ad un’altra repubblicana, Kelly Tshibaka, che ora la sfiderà nelle primarie.

   

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