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Rinvio chiusura apparato federale ma resta incognita alzamento tetto spesa pubblica

Il lavoro (ufficiale) stenta, ma l’economia è in ripresa. Deludenti i dati sulla creazione dei posti di lavoro, ma la disoccupazione è in forte diminuzione

Malumori al Senato tra i repubblicani. Oggi alla Commissione d’inchiesta sull’assalto al Congresso si presenta Jeffrey Clark

E’ un Joe Biden sorridente e raffreddato quello che si presenta alla Casa Bianca per commentare i dati sul lavoro da poco rilasciati dallo US Bureau of Labor Statistics. Giovedì sera Camera e Senato hanno trovato un accordo per evitare la crisi della chiusura dell’apparato federale. Crisi non scongiurata ma solo posposta, ma tanto basta al presidente per metterlo di buon umore.

“Sto bene, è solo un raffreddore. Quello che ho è un nipotino di un anno e mezzo a cui piace baciare il nonno”, risponde a chi gli chiede della sua voce molto roca. “Faccio il test per il Covid tutti i giorni”, aggiunge.

Sorridente e raffreddato ha parlato ai giornalisti del rapporto appena rilasciato sul tasso di disoccupazione calato al 4,2%, minimizzando la deludente creazione di posti di lavoro, 210 mila, meno della metà delle previsioni. Ma la maggior parte degli altri dati contenuti nel rapporto indicano un mercato del lavoro in fermento: il numero di persone che lavorano è aumentato di 1,1 milioni, mentre il numero di adulti che non fanno parte della forza lavoro dipendente è diminuito di 473.000, un particolare importante questo perché evidenzia che molti disoccupati hanno abbandonato la ricerca del lavoro dipendente per lavorare in proprio. Segnali che evidenziano come, nonostante la pandemia, il Paese anche se lentamente stia riprendendosi dalla crisi.

Biden era sorridente anche perché nella tarda serata di ieri un gruppo di senatori repubblicani legati all’ex presidente ha cercato di sabotare l’accordo raggiunto tra i democratici e i repubblicani per rimandare il voto sul finanziamento per evitare la chiusura dell’apparato pubblico forzando una prova di forza che li ha messi in minoranza accentuando la frattura che esiste nel Partito repubblicano tra centristi e ultradestra. Hanno vinto i centristi e oggi tutti i media legati all’ex presidente assicuravano che nonostante il rinvio il governo federale potrebbe iniziare a non pagare i suoi conti dal 21 dicembre se il Congresso non riuscisse ad aumentare il limite del debito, poiché con l’accordo di giovedì sera si è solo cercato un modo per aggirare la scadenza ma non per risolvere il problema. Un rinvio subito firmato in legge da Biden che nel frattempo cerca una soluzione per alzare il tetto del debito. Per ora i pagamenti dei dipendenti federali sono assicurati fino al 18 febbraio, ma per l’aumento del debito pubblico il problema resta.

La proiezione del Bipartisan Policy Center, un “think-tank” bipartitico, basate sulle entrate fiscali e sulla spesa pubblica, sottolinea la crescente pressione del presidente per trovare un modo per aumentare il limite di debito di 28,9 trilioni di dollari ed evitare le ripercussioni economiche che potrebbero derivare dai mancati pagamenti. I leader del Senato Chuck Schumer e Mitch McConnell stanno ora esplorando la possibilità di collegare il tetto del debito al National Defense Authorization Act (NDAA), un tema particolarmente sentito dai repubblicani. Un segnale incoraggiante questo per la Casa Bianca.

Jeffrey Clark

Alla Camera domani andrà Jeffrey Clark, l’ex funzionario del Dipartimento della Giustizia che aveva elaborato con alcuni degli assistenti più stretti dell’ex presidente Donald Trump la strategia per cercare di ribaltare il risultato elettorale delle elezioni presidenziali. Comparirà davanti la commissione d’inchiesta della Camera che indaga sul tentativo insurrezionale del 6 gennaio. Ha già detto che non risponderà alle domande degli inquirenti e invocherà il Quinto Emendamento della Costituzione, quello che permette di non rispondere a domande che potrebbero portare alla propria incriminazione. Andando davanti alla Commissione e non rispondendo gli eviterà l’incriminazione per disprezzo alla corte come è stato per Steve Bannon, l’ex guru politico di Trump. Dopo che William Barr aveva lasciato il Dipartimento della Giustizia e dopo che aveva affermato che il suo dipartimento non aveva scoperto prove di brogli elettorali così diffusi da cambiare il risultato delle elezioni presidenziali smentendo la tesi continuamente ribadita da Donald Trump, delle elezioti truccate, l’ex presidente avrebbe voluto nominare Jeffrey Clark alla guida del Dipartimento della Giustizia, ma l’ex presidente fu bloccato dall’acting Attorney General Jeffrey Rosen e dal suo vice Richard Donoghue che minacciarono le loro dimissioni.

Ieri un altro dei consiglieri di Trump, John Eastman, un avvocato ed ex impiegato della Corte Suprema ha detto che invocherà i suoi diritti del Quinto Emendamento dopo aver ricevuto un mandato di comparizione del comitato ristretto della Camera che indaga sulla rivolta al Campidoglio del 6 gennaio. L’avvocato di John Eastman, Charles Burnham, lo ha comunicato al  presidente della commissione Bennie Thompson.

Eastman era un professore di legge alla Chapman University e si è ritirato il 13 gennaio, una settimana dopo il tentativo di insurrezione. Secondo il libro Peril di Bob Woodward e Robert Costa, il 2 gennaio Eastman ha inviato al senatore repubblicano dello Utah, Mike Lee, una nota in cui falsamente affermava che 7 Stati erano pronti a confutare il risultato delle elezioni e che la decisione spettava solamente a Mike Pence se convalidare il risultato elettorale o meno. Mike Lee e Mike Pence sono molto amici. Un tentativo per spingere l’ex vicepresidente, che è anche il presidente del Senato, a non certificare la vittoria di Biden.

Finora davanti la commissione hanno testimoniato circa 250 persone, quasi tutte si sono presentate volontariamente mentre una quarantina sono quelle a cui è stato inviato il mandato di comparizione.

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