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Caso Epstein, ancora troppi punti oscuri. E c’è anche la “pista israeliana”

Rimangono molte ombre sul traffico di ragazzine organizzato dal miliardario e dalla compagna Ghislaine Maxwell. Quella emersa è solo la punta dell'iceberg?

United States Attorney for the Southern District of New York speaks about the arrest of American financier Jeffrey Epstein in New York, USA, 08 July 2019 - EPA/JASON SZENES

Quanto costa il silenzio di una presunta vittima di abusi? Mezzo milione di dollari. O almeno è quello che sostiene la difesa del principe Alberto, che martedì ha chiesto al giudice di Manhattan Lewis Kaplan l’archiviazione delle accuse di violenza sessuale contro il duca di York. A puntare il dito contro il figlio della regina Elisabetta II è stata Virginia Roberts Giuffre, che all’epoca dei (mis)fatti era appena 17enne. Giuffre sostiene di essere stata trattata come un oggetto sessuale di cui “reali, politici, accademici, uomini d’affari e/o professionisti e conoscenti personali” legati al miliardario statunitense Jeffrey Epstein potessero abusare – e tra quei reali ci sarebbe stato appunto anche il membro di casa Windsor.

Vicenda processuale a parte, quello del principe Andrea è solo uno dei tantissimi e pesantissimi nomi della combriccola di amici di Epstein e della sua fidata complice Ghislaine Maxwell, anche lei finita in carcere per traffico di minorenni. La lista comprende ex presidenti come Bill Clinton – che viaggiò sul jet privato di Epstein in più occasioni tra 2002 e 2003 – e persino Donald Trump. L’attuale guru del GOP fu piuttosto profetico in un’intervista del 2002, in cui prima definì l’amico Epstein “un ragazzo fantastico” e poi aggiunse: “Si dice (…) che gli piacciano le belle donne tanto quanto a me, e molte di loro sono un po’ più giovani”. Affermazioni logicamente ritrattate con prontezza una volta emerso lo scandalo. Anche l’entourage di Clinton si è affrettato a precisare che l’ex commander in chief non ha avuto più contatti con Epstein da almeno un decennio. Tra i conoscenti del miliardario nato a Brooklyn c’è comunque la crème de la crème di quei salotti ovattati dell’Upper East Side in cui la politica incontra le arti, e dignitari stranieri sorseggiano un Martini a braccetto con stelle hollywoodiane.

Ingresso dell’appartamento di Epstein nell’Upper East Side, la Herbert N. Straus House (Jim.henderson, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons)

Un ambiente ovattato in cui però, allo stesso tempo, a volte può attecchire il marcio. Un mondo di sorrisi di circostanza, di soirées in cui ampliare il proprio network professionale e il passaporto sociale, il tutto sotto l’ala di socialites ammanicate come Maxwell. Beninteso, è chiaro che non tutti i conoscenti di Epstein potessero sapere di quello che avveniva, dietro le quinte, in quelle sale massaggi dove i corpi di giovani donne venivano dati metaforicamente in pasto alla clientela più esigente in giro per il mondo. Così come è più che ragionevole pensare che Epstein non sbandierasse ai quattro venti il suo “servizio” per gli ospiti, e che quindi gran parte dei conoscenti ne fosse all’oscuro.

Eppure la torbidezza è una qualità che descrive bene il circolo che ruota attorno a Epstein e Maxwell, non solo per il lato sessualmente oscuro di quei simposi. Poco limpida è infatti anche la biografia dei due protagonisti: di Epstein si sa che era un genio ribelle nato da genitori ebrei, una sorta di Good Will Hunting riuscito a sfondare nel settore bancario-finanziario e a vivere una vita luculliana, perennemente accerchiato da belle e giovanissime ragazze e dalla compagna-confidente Ghislaine. Della Maxwell si sa invece che deve la sua agiatezza al padre Robert, magnate britannico dell’editoria di origini cecoslovacche che, come Epstein, amava la bella vita e, sempre come Epstein, è morto in circostanze misteriose (sul suo yacht). Secondo l’accusa, Maxwell presentava a Epstein modelle, ragazze e altre celebrità dell’alta società di Manhattan, e a sua volta i due le avrebbero presentate a qualche amico ben predisposto.

Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell

Questo, appunto, è quello che si sa. Poi si entra nel campo delle teorie, più o meno fondate o verosimili. Ad esempio il passaporto (falso) che gli inquirenti trovarono nella residenza newyorkese di Epstein durante una perquisizione nell’estate del 2019. Cosa ci faceva Epstein con un passaporto austriaco intestato a un soggetto inesistente, che indicava come suo luogo di residenza l’Arabia Saudita? Evidentemente Epstein a quel passaporto doveva tenere molto, dato che fu trovato dalla polizia in una cassaforte blindata assieme a 70.000 dollari in contanti e 48 diamanti grezzi. A questo punto entra in scena Alexander Acosta, ex segretario del Lavoro dell’amministrazione Trump – ma soprattutto procuratore distrettuale della Florida meridionale nel 2008, quando si trovò di fronte ad Epstein e ad accuse che sarebbero potute costargli l’ergastolo. Eppure, come ha rivelato il Miami Herald, il procuratore Acosta decise di “trattare” la pena con i legali di Epstein, raggiungendo un compromesso decisamente al ribasso: 3 mesi in un’ala privata di una prigione di contea e possibilità di recarsi a lavorare nel suo ufficio sei giorni su sette. Semplice carità cristiana o clemenza interessata?

Dieci anni più tardi, pare che fu lo stesso Acosta a fugare ogni dubbio. “Mi venne detto che Epstein apparteneva all’intelligence e che dovevo lasciarlo in pace”. Questa la giustificazione di Acosta davanti ai colleghi di partito (repubblicano) prima di venire indicato ufficialmente come segretario al Lavoro. Ma fugato un dubbio, ne compare un altro: se Epstein era effettivamente un agente segreto – come paiono suggerire il passaporto austriaco falso e lo scoop di Acosta – a quale intelligence apparteneva? Il passaporto, secondo gli inquirenti, sarebbe stato usato più volte negli anni ’80, quando Epstein di giorno lavorava come cacciatore di taglie per conto di clienti assai facoltosi. Era l’ultimo decennio di Guerra Fredda, iniziato con Carter e Brežnev e conclusosi con Reagan e Gorbačëv. Ma anche la decade della guerra tra Iran e Iraq, nel quale si rivelò decisivo il ruolo esterno filo-iraniano di Israele, la patria dell’ebraismo.

Foto-segnaletica di Epstein nel 2019

Ed ebrei erano anche Esptein e Robert Maxwell. Ovviamente non tutti i 15 milioni di ebrei sparsi per il mondo sono spie del Mossad per diritto naturale. Ma nel caso di Epstein sembra esserci qualcosa di più di una pura coincidenza etnoreligiosa. La fonte è Ari Ben-Menashe, sedicente funzionario dell’intelligence militare israeliana dal 1977 al 1987, che nel suo libro Epstein: Dead Men Tell No Tales (2020) ha fatto dichiarazioni pesanti: il giro di minorenni sarebbe servito a Epstein e Maxwell per condurre quella che in gergo si chiama “trappola al miele” (honey-trap): saziare gli appetiti sessuali di politici e personalità rilevanti “amiche” con avvenenti ragazzine minorenni, filmando il tutto per poi ricattarli per conto dell’intelligence israeliana. Per quanto fantasiosa, non è un’ipotesi totalmente campata in aria: secondo una delle giovani vittime della tratta minorile, nelle case di Epstein le telecamere di sorveglianza erano dappertutto, e il loro contenuto veniva prontamente riposto in una cassaforte blindata.

“Guardi, sc*pare in giro non è un reato. Potrebbe creare imbarazzo ma non è un crimine,” scrive Ben-Menashe nel libro. “Ma sc*pare con una 14enne è un reato. E lui scattava foto di politici che sc*pavano con ragazzine 14enni”, arrivando alla conclusione che Epstein e Maxwell avessero messo in piedi un abile sistema di ricatto per conto del Mossad. Inoltre, sempre secondo la versione dell’autore, sarebbe stato il padre di Ghislaine Maxwell, Robert, ad “assoldare” Epstein come agente israeliano. Ora, le affermazioni di un tipo come Ben-Menashe vanno prese con le pinze. L’intelligence israeliana dice di non conoscerlo, ma nel 1990 un procuratore distrettuale statunitense ha accertato i suoi legami con l’intelligence militare – seppure un po’ annacquati, dato che sarebbe stato un semplice traduttore.

Infine c’è un’ultima, curiosa coincidenza che mette in relazione Epstein e Ben-Menashe. I denominatori comuni, in questo caso, sono gli anni ’80 (quelli del passaporto falso, per intenderci) e l’Arms Export Control Act imposto dalla Casa Bianca contro il regime iraniano. Nel 1989, infatti, Ben-Menashe finì al fresco per circa un anno per aver venduto tre aerei militari israeliani alle forze armate khomeiniste, venendo poi assolto. Negli stessi anni, Epstein era stato ingaggiato dal saudita Adnan Khashoggi (zio dello Jamal ucciso al consolato di Riad a Istanbul), ufficialmente come tagliatore di teste per il miliardario dell’Arabia Saudita (stesso Paese di residenza nel falso passaporto). Ebbene, proprio Adnan Khashoggi sarebbe finito nel mirino degli investigatori dell’Irangate quale intermediario per la vendita di armi all’Iran attraverso Israele.

Tesi intriganti e piste che portano a Tel Aviv passando per Teheran, Londra e New York. Ma nessuna pistola fumante in grado di fermare le speculazioni. Speculazioni che si sono fatte ancora più insistenti dopo che lo stesso Epstein, unico in grado di fare luce, è stato trovato morto nella sua cella di New York in circostanze misteriose. Un suicidio per l’onta delle accuse nei suoi confronti? Un omicidio perché sapeva troppo? E quel passaporto trovato in cassaforte a cosa serviva? Copertura d’intelligence o escamotage per non farsi rapire riconoscere da potenziali rapitori nei suoi viaggi in Medio Oriente? Che Epstein fosse un agente del Mossad, un intermediario per la vendita di armi o un “semplice” trafficante di minorenni con tanti amici potenti, la sensazione è che la verità giudiziale finora emersa potrebbe essere solo la punta dell’iceberg.

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