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Il presidente della Repubblica che servirebbe per il bene dell’Italia

Le elezioni per la presidenza della Repubblica raccontano la storia del Paese, sono metafora di ciascun momento politico

La macchina col Presidente Sergio Mattarella passa davanti al Colosseo nel giorno della Festa della Repubblica (Foto Quirinale.it)

Nei tanti scenari aperti oggi, per l’intreccio tra corsa al Colle, destino della legislatura e durata del governo, è importante – anche in una fase tanto complicata – la capacità di saper guardare oltre e di scegliere una figura che rappresenti un modello civile

Cosa rende così avvincente l’elezione del presidente della Repubblica? La domanda attraversa le cronache, mentre mancano pochi giorni alle votazioni per la corsa al Quirinale. Pagine e pagine sono dedicate al tema, scandagliato e sezionato nei dettagli. Ogni partecipante – di peso o meno – alla partita è osservato, studiato e sondato nelle intenzioni palesi o nascoste. Qualunque aspetto è preso in considerazione.

Ma in fondo l’argomento si fa strada anche nelle conversazioni private, magari a fatica tra le preoccupazioni per i contagi in aumento, la frequenza scolastica dei ragazzi, le nuove regole da osservare. Una questione così rilevante, come l’elezione del nuovo presidente, incuriosisce la gente, forma oggetto di commenti, interrogativi, anche annotazioni di costume, quasi fosse moderna telenovela a misura italica.

Non è certo la prima volta che accade, e in tanto interesse collettivo permane un paradosso: i cittadini non sono direttamente coinvolti nella scelta come avviene in altri paesi, la Francia ormai vicina anch’essa a questa scadenza (Macron sarà rieletto?) oppure meno recentemente gli Stati Uniti, con la vittoria di Biden su Trump. Tuttavia le elezioni presidenziali, con quelle politiche, sono le più aderenti all’esercizio della sovranità democratica, sia pure per via indiretta.

I commentatori sono prodighi nel delineare gli scenari possibili. Sono tanti, troppi per una sintesi chiara. Essi ruotano intorno alle trattative per la corsa al Colle ma anche ai destini della legislatura e alla vita del governo Draghi. Tutte vicende tra loro collegate. Se il premier va al Quirinale, che ne sarà del governo e della sua contraddittoria maggioranza, che unisce destra e sinistra?

Veduta panoramica del Quirinale, sede della Presidenza della Repubblica italiana

Veduta panoramica del Quirinale, sede della Presidenza della Repubblica italiana (Wikimedia)

Dietro il rosario di nomi, la litania delle intenzioni, alcune anche buone ma non si sa quanto sincere o strumentali (una donna finalmente presidente), e infine gli appelli accorati (Mattarella bis, anzi meglio: per sempre), si nascondono contorsioni che fanno girare la testa. E pure naturalmente interessi terra terra, di bottega, che al dunque possono avere un peso. Con l’eventuale conclusione della legislatura a seguito del passaggio di Draghi al Colle, gran parte di deputati e senatori perderà il posto per la riduzione dei parlamentari; soprattutto, andando a casa subito, non avrà la pensione. Di cosa vivranno tanti senza altre occupazioni?

Nel risiko dell’elezione, nessuno è in grado di dare davvero le carte e di condizionare il gioco, neppure il centro destra che si mostra più compatto. A condizionare le votazioni saranno manovre e veleni, sotterfugi, contrasti personali e interessi elettorali. Conterà il gioco di sponda. Il controllo dei competitor. È già massima la confusione, non mancherà il disorientamento dei singoli. Ci sarà spazio per sotterfugi. Quanti saranno pronti a violare gli ordini di scuderia, disposti al tradimento come al tempo di Prodi?

Intanto non esiste una regia in chiaro, un disegno trasparente, che indichi obiettivi, percorsi e figure sostenibili, ma nemmeno è percepibile una regia occulta. Si moltiplicano invece le preoccupazioni, e il rischio è che si vada alla cieca almeno nelle prime votazioni, quando conteranno gli assestamenti di base. Prima del gioco vero, ci sarà altro.

Spiegamenti esplorativi, segnali di fumo, preparativi in grande stile. Contiamoci intanto, poi si vedrà. Verifichiamo di quanti voti disponiamo. E guardiamo naturalmente gli altri, come se la cavano, come si muovono. Un quadro equivoco, ma realistico, accompagna il momento e condiziona le mosse politiche urgenti. La partita del Quirinale frena tutti i dossier più caldi, dal fisco alla riforma del Csm, ai progetti per gestire le risorse del Pnrr. Tutti temi caldi per ora in stand by, rispetto alla partita principale.

Ogni elezione è una storia a sé, con le sue dinamiche, suggestioni e variabili. Eppure ciascuna è anche una straordinaria cartina di tornasole dello stato del Paese e delle sue istituzioni. Il momento politico non mostra il Parlamento in grande salute, come corpo in grado di assicurare la stabilità e le buone pratiche di governo. Non è solo questione di precarietà e incertezza, un unicum del sistema italiano. La complessità che rende decisiva l’elezione del capo dello Stato deriva strettamente dalla debolezza dei partiti, dalla loro incapacità di offrire visuali e sogni ai cittadini.

Si cerca allora una provvidenziale guarigione al malanno nella scelta della massima magistratura dello Stato. Sperando, s’intende, che serva a coprire magagne e deficienze. Si scartabellano le pagine della Costituzione per ricavarne lumi, come se fosse la prima volta e non si conoscessero compiti e funzioni. E ancora, come se a fare chiarezza non servissero gli esempi precedenti, 14 capi di Stato compresi due provvisori, che finora si sono succeduti.

Si svolge in questi giorni una ricerca affannosa per decifrare il ritratto ideale, scrutando le righe della Costituzione come se lì fosse leggibile persino il nome, una fatica in meno al momento della scelta: chi può essere il nuovo Mattarella? Non sarebbe diverso se si decidesse di interpellare l’oracolo. Oppure di invocare la Provvidenza. Qualcosa che faccia il mestiere nostro, cioè dei parlamentari che dovranno compilare la scheda. Tutto piuttosto che porsi interrogativi, o domandarsi, secondo la celebre frase di John F. Kennedy, cosa noi possiamo fare per il nostro Paese.

Nei ritratti di tutti i presidenti si ritrova la storia comune, i suoi lati bui e quelli splendenti, che pure non mancano. Ognuno poi può aggiungere ricordi personali, la cui ampiezza dipende dall’età e da qualche lettura in più. In questa sorprendente metafora delle vicende che hanno appassionato tanti e che hanno segnato l’evoluzione storica dell’istituzione, sempre nel solco del disegno “elastico” voluto dai Costituenti, scolorano polemiche – sull’appartenenza politica – che mascherano l’improponibilità di certi candidati.

Carlo Azeglio Ciampi

Carlo Azeglio Ciampi nel suo ultimo giorno da presidente della Repubblica, mentre guarda il Palazzo del Quirinale (Foto ANSA/Ettore Ferrari)

In passato sono state votate figure di ogni orientamento ed estrazione, da Luigi Einaudi a Carlo Azeglio Ciampi, a Sandro Pertini, senza che la “coloritura” fosse un problema. Indiscussa la levatura morale e civile dei personaggi, tanto che per esempio, dopo il discorso di insediamento di Pertini, simbolo della resistenza e della sinistra storica, il leader del Msi Almirante ebbe a commentare: «Ci ha costretti ad applaudirlo».

A questa esegesi dal sapore catartico non sono sfuggiti i gesti e soprattutto le parole di Sergio Mattarella nell’ultimo discorso di fine anno, un messaggio dal doppio significato, saluto alla Nazione e ringraziamento per la vicinanza del popolo italiano che «non l’ha fatto mai sentire solo» in una fase tragica come l’emergenza virus. Gli apprezzamenti hanno fatto giustizia in parte degli attacchi precedenti che portarono, per la chiamata di Draghi al governo, a minacce di impeachment.

La chiara indisponibilità ad una eventuale rielezione è stata accolta con dispiacere e preoccupazione da quanti speravano nel contrario. Ma è sfuggita una lettura meno strumentale e contingente dell’intenzione di non ricandidarsi, cosa che pure sarebbe costituzionalmente lecita e forse politicamente sensata. Lasciare un incarico rappresenta un momento difficile ed è una scelta complicata, quale che sia il ruolo. Lo è ancora di più se la platea applaude e reclama il bis.

Chiudere una fase della vita è arduo ad ogni livello, dal più piccolo a quello di maggiore responsabilità, e non aiutano gli onori e le gratificazioni. Alcuni, del ritiro tra le quinte, ne hanno saputo fare una pratica costante, con qualche furbizia di troppo. Non per umiltà e senso del limite. Piuttosto in vista di futuri vantaggi. Vale per costoro la regola ferrea di non inseguire a tutti i costi le poltrone, per conservare ogni chance e rimanere disponibili a tutto, o quasi.

Chiedere sfacciatamente fa rischiare di non ottenere ciò che si desidera. Meglio capire quando è il caso di farsi da parte. Ancora di più saper scomparire dall’attenzione pubblica. Essere quel che si dice una «riserva della Repubblica», non ambire sfacciatamente ad una meta, per essere eleggibile ovunque.

Roma, 25 aprile 2020 – Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della deposizione di una corona d’alloro sulla Tomba del Milite Ignoto, nella ricorrenza del 75° anniversario della Liberazione
(Foto di Paolo Giandotti – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

Qui invece a proposito di Mattarella si parla d’altro, della consapevolezza di accettare il tempo che passa, di riuscire a vivere il ruolo in una dimensione contingente, si direbbe pienamente storica, al passo con la società che cresce e si rinnova. Così proteggendo il diritto del futuro a nascere. Le parole di Mattarella sulla pandemia e sui giovani sono risuonate tanto perché legate a questa concezione del tempo, alla dimensione storica degli avvenimenti, anche i più tragici, che altrimenti rischiano di travolgerci.

Le rassicurazioni davanti alla pandemia si basano sul progresso della scienza, dipendono dall’efficacia delle vaccinazioni, questi gli argomenti decisivi. Però sono più convincenti quando espresse da chi, di tempeste, ne ha attraversate tante e non ha perso la fiducia. A proposito delle nuove generazioni, Mattarella nel suo addio ha usato le parole di un altro “congedo”. Quelle rivolte agli studenti, al momento del pensionamento, dal professore Pietro Carmina, morto poi nel crollo del palazzo a Ravanusa. «Giovani siete il presente, non siate indifferenti, prendetevi il futuro».

Concetti appassionati, che possono essere detti con efficacia, ad una condizione. Se si è capaci di lasciare il testimone, di consentire che altri facciano la loro strada, trovando il modo originale di esprimersi nella vita. Riferendosi ai “nuovi italiani”, portatori della loro libertà, Mattarella parlava in fondo anche di sé, e di ciascuno. Indicava un modello di virtù civica.

Si può coltivare la speranza se il mondo non finisce con noi stessi, qualunque sia il modo – anche egregio – con cui si è svolto il ruolo assegnato. E dobbiamo essere consapevoli che nemmeno l’Italia finisce qui, una volta esaurita la prova dei più nobili rappresentanti. Perché la presidenza, come ogni ruolo pubblico, non è la vetta di una carriera, la cima di una scalata né l’ennesima poltrona da conquistare per ambizione. Può servire ricordarlo a chi in questi giorni sogna il Quirinale, e a coloro che dovranno decidere il nome del nuovo inquilino del Colle.

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