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Cronaca italiana

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Storie di una Sicilia indecifrabile, dove ammazzati per bontà o crudeltà si mischiano

Chi è senza peccato, scagli la prima pietra: quando preti, frati e uomini d'onore finiscono per confrontarsi e pure confondersi

Catacombe nel convento dei frati cappuccini a Palermo (Wikimedia/Gmihail)

Anche l’inossidabile laico, irriducibile anticlericale, si inginocchia, rende omaggio, dinanzi a sacerdoti e uomini di chiesa come don Peppe Diana: ucciso ad appena 37 anni alle 7,25 del 19 marzo 1994, nella chiesa di San Nicola a Casal di Principe. “Chi è don Peppe?”. “Sono io”, risponde il sacerdote, sulla soglia della sacrestia, pronto a celebrare la messa mattutina. Cinque colpi di pistola in successione, i killer della camorra lo freddano così. E’ il giorno del suo onomastico.

Un anno prima, il 15 settembre 1993, giorno del 56esimo compleanno, intorno alle 20,40: tocca a don Pino Puglisi. E’ davanti al portone di casa nel quartiere palermitano di Brancaccio. Qualcuno lo chiama, lui si volta; un altro gli esplode a bruciapelo un colpo di pistola…

La Tomba di Padre Puglisi alla Cattedrale di Palermo (© José Luiz Bernardes Ribeiro / CC BY-SA 4.0)

Non tutti così. Ci sono anche uomini di chiesa collusi con la Cosa Nostra, quando non proprio mafiosi; chi ha buona memoria, ricorda, per esempio, i frati estorsori del convento di Mazarino. Su “Mondo Nuovo”, nel gennaio del 1961, Leonardo Sciascia, racconta di essere andato in sopralluogo nel convento, in compagnia di Enrico Emanuelli, famoso inviato de “La Stampa”:

“…Abbiamo fatto un giro intorno al convento. Era già notte. Un’atmosfera da Castello di Otranto gravava sul convento e sulla campagna: quei luoghi appartenevano ormai alla più nera letteratura. Emanuelli è uno dei più scrupolosi giornalisti che io abbia mai conosciuto. Volle conoscere in ogni dettaglio, da persone ben informate, la storia dei monaci. Un familiare di uno dei ricattati ci raccontò un episodio che Emanuelli riferì su “La Stampa” e che Giovanni Ansaldo commentò poi sul “Tempo”. Ed è davvero il dettaglio più feroce dei terribili avvenimenti di cui sono stati protagonisti i quattro monaci: quello che da solo basterebbe a consumare quel piccolo residuo di giustificazione umana, di compassione, di pietà che solitamente – specie in un paese come il nostro – concediamo ai rei. Come è noto, la banda fece oggetto dei ricatti due persone anziane che avevano bambini: e appunto li ricattava minacciando la vita dei bambini. Terribile e sottile accorgimento psicologico quello di minacciare un padre anziano nella vita di un bambino, di un figlio che ha appena tre o quattro anni di età. E poiché uno dei padri resisteva al ricatto, un giorno uno dei monaci, incontrandolo insieme al bambino, questo atroce complimento pronunciò – “Quant’è bello! Pare vivo”. – che voleva dire il bambino essere già morto, per il fatto che il padre non pagava il ricatto, e soltanto illusione era il crederlo vivo”.

Nel settembre 1980, a Palermo, un delitto misterioso, quello di un francescano, padre Giacinto: ambigua, inquietante figura. Stefano Castronovo, il nome prima di prendere il saio. Descritto come “alto, bello, aitante, tenebroso. I capelli argentati, lo sguardo magnetico, corporatura d’atleta… un attore di fotoromanzi, non un monaco che ha fatto voto di castità e  obbedienza a San Francesco”.

Opportuno, ora, fare un salto indietro d’undici anni. Il 28 marzo del 1969 la polizia al comando del leggendario commissario Angelo Mancano piomba in convento: “Cerchiamo Luciano Liggio. Sappiamo che si nasconde qui”, tuona sicuro Mangano; per nulla intimidito, il frate ribatte: “Qui non c’è nessuno, e senza un mandato di perquisizione non si entra”.

Il mandato c’è. Mangano e gli agenti entrano, perquisiscono il convento da cima a fondo: di Liggio neppure l’ombra. Una cantonata? Più probabile che la “soffiata” che porta Mangano in convento, sia stata neutralizzata da una “contro-soffiata” di qualcuno che in Questura sa ascoltare e riferire a chi di dovere. Frà Giacinto, comunque, già allora vanta amicizie con mafiosi di rango, come i Bontate: don Paolino, e i suoi due figli: Stefano “il principe”, e Giovanni, “l’avvocato”. Poi, si sa: la gente mormora, vai a sapere dove la leggenda si sovrappone alla realtà. Si sussurra che nel cimitero patrizio costruito nel 1866, accanto alle vecchie mura del convento, sia celata una necropoli clandestina: decine e decine di cadaveri: morti di ammazzati per ordine dei boss.

Si sussurra dell’amore di frà Giacinto per il denaro, di come il convento sia in realtà una centrale d’usura. Si maligna anche che frà Giacinto faccia il doppio gioco: confidente della polizia, informazioni a patto che i suoi amici siano risparmiati. Chiacchierato quel frate. Troppo. Forse, meglio per lui e per la reputazione del convento sarebbe stato se l’avessero trasferito da qualche parte, nel Nord d’Italia. Non ci pensa nessuno, e non a caso, forse.

Il 6 settembre del 1980, alle prime ore del mattino, due “amici” vanno a fare visita al monaco. Non fa in tempo a dire né “Ah!”, né “Bah!”, i due gli squarciano il cuore con due colpi di pistola; altri due, per garanzia, gli spappolano il cranio. Nelle tasche del frate cinque milioni in banconote nuove di zecca. Improbabile che siano il raccolto di questue alla frà Galdino. La cella monastica è una sorta di suite: sette stanze, due riservate per le visite, cinque come appartamento privato; mobili di pregio, poltrone Frau, ricca biblioteca, televisore panoramico, bar personale, impianto hi-fi; qua e là, inequivocabili, i segni di passate presenze femminili.

Al funerale partecipano solo pochi parenti stretti. Padre Timoteo, provinciale dei francescani, la più alta autorità dell’ordine, pronuncia un’omelia che si conclude con una frase che certamente viene intesa da chi doveva: “Chi è senza peccato, scagli la prima pietra”. Delitto misterioso, destinato a restare tale. Qualche mese dopo viene ucciso anche Stefano, il figlio di don Paolino Bontate; poi tocca a Totuccio Inzerillo, che dei Bontate è alleato. I corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano fanno piazza pulita dei rivali. Frà Giacinto si è trovato impigliato in questa guerra di mafia?

Luciano Liggio nel 1978 in una foto di Letizia Battaglia

Altro bel personaggio è Agostino Coppola, “don” due volte: è parroco di Carini; ma anche affiliato alla Cosa Nostra. Buone, le credenziali: nipote di Frank Coppola “three fingers”. Amico di Liggio. Quando il boss, trova rifugio in Calabria, e organizza il sequestro del conte Rossi di Montelera, è don Agostino che tiene i contatti con le famiglie dei sequestrati e incassare il riscatto. Gli investigatori, vai a sapere grazie a quale “soffiata”, trovano in casa sua milioni provenienti dal sequestro Rossi; non solo: è anche accusato di aver svolto un ruolo nel sequestro di Luciano Cassina, rampollo di uno dei più importanti imprenditori palermitani. Per questa storia se la cava, grazie all’intervento di amici potenti: interviene anche l’influente arcivescovo di Monreale, monsignor Corrado Mingo: dichiara, sotto giuramento, di aver chiesto lui a “don” Coppola di contattare i sequestratori “e offrirsi come mediatore a tutela della incolumità del rapito”. Però per il sequestro di Rossi di Montelera la cosa non funziona, viene condannato a 14 anni di carcere. Solo dopo viene finalmente sospeso “a divinis”, e spogliato dell’abito talare. Fa però in tempo a celebrare le nozze di Totò Riina con Ninetta Bagarella. Non più sacerdote, libero dal vincolo del celibato, mette su casa. La sposa si chiama Caruana, imparentata con la “famiglia” mafiosa agrigentina che gestisce il traffico di droga tra Canada, Venezuela e Sicilia.

Insomma: sotto il segno della croce, martiri di mafia, e mafiosi con la tonaca; chi si appassiona alla materia non ha che da procurarsi i libri di Isaia Sales, studioso che forse meglio di tutti ha indagato su connessioni e complicità tra Cosa Nostra, ‘ndrangheta, camorra, e mondo ecclesiale.

Ma si diceva di sacerdoti che alle violenze e ai soprusi delle mafie si sono opposti e hanno pagato con la vita. Uomini di fede coraggiosi, e lasciati soli;  per questo più facilmente eliminati.

Disegno relativo al processo ai presunti mafiosi fatti arrestare dal questore Sangiorgi, pubblicato sul quotidiano L’Ora (maggio 1901).

Personaggi di cui si serba, oggi, poca o nessuna memoria. Qualcuno, per esempio, conosce la storia di don Giorgio Gennaro, sacerdote della borgata palermitana di Ciaculli? Questa volta occorre fare un bel “salto” nel passato: fino al 16 febbraio 1916. Quel giorno due killer della storica “famiglia” dei Greco lo uccidono. Nelle sue omelie don Giorgio, oltre al Vangelo, non si faceva scrupolo di denunciare come la cosca pretendeva di amministrare le rendite ecclesiastiche: nomi, cognomi, fatti. Una aperta e intollerabile sfida al loro potere.

Non è un caso isolato. Nei primi anni del ‘900 la Cosa Nostra uccide decine di sacerdoti; sono “colpevoli” di aver preso alla lettera la “Rerum Novarum” di papa Leone XIII. Quell’enciclica (“Intorno alla condizione operaia”, 15 maggio 1891), è il documento fondamentale della dottrina sociale del cattolicesimo: si ribadisce sì l’avversione al socialismo e il carattere “naturale” della proprietà privata; ma nello stesso tempo si incoraggia, in nome del solidarismo cristiano, l’accordo reciproco tra lavoratori e datori di lavoro; si condanna come ingiusta l’eccessiva sperequazione della ricchezza; si ammette l’intervento dello Stato a tutela dei lavoratori: riposo festivo, limitazione dell’orario di lavoro, ecc.; si riconosce la liceità delle organizzazioni operaie. In concreto, tutto ciò si traduce, in Sicilia e un po’ ovunque, in Casse rurali e artigiane per concedere il credito agevolato ai coltivatori, e strapparli al ricatto e allo strozzinaggio mafioso.

Così nel 1910 viene assassinato, a San Cataldo (Caltanissetta) padre Filippo Di Forti, economo del locale seminario. Il 29 giugno del 1919, a Resuttana, tocca a don Costantino Stella; poi “cade”, a Mussomeli, don Canalella. A Monreale, un anno dopo, viene assassinato il canonico Gaetano Millunzi, “colpevole” di aver denunciato brogli nell’amministrazione della mensa vescovile. Sempre nel 1920 a Gibellina è ucciso don Stefano Caronia: ha avuto l’ardire di prendere di petto il locale capo mafia Ciccio Serra. Nel 1925 a perdere la vita è un sacerdote di Castel di Lucio (Messina), l’arciprete Giovan Battista stimolo. Sempre quell’anno don Giuseppe Segio viene assassinato in pieno giorno, nella piazza di Favara: si è rifiutato di unire in matrimonio un mafioso locale con la cugina.

A don Rosario Grasso invece non si perdona di aver chiesto rinforzi militari per porre fine a una lunga e sanguinosa faida tra cosche mafiose a Vallelunga Pratameno (Caltanissetta). E’ il 1944. Anche lui freddato in pieno giorno, in piazza. Terribile, infine, la storia dell’attentato al vescovo di Agrigento Giovan Battista Peruzzo. Vicenda, questa, più nota perché eccita la fantasia di Andrea Camilleri, che ne ricava “Le pecore e il pastore”: il monsignore nel 1945 è ferito in un attentato di mafia organizzato dai monaci del convento di Santo Stefano di Quisquina, dove si è ritirato a pregare. L’attentatore è un monaco del convento già condannato a sei anni di confino. Vent’anni prima, nello stesso convento, con una sessantina di coltellate, ignoti avevano ucciso il padre superiore.

Indefinibile la Sicilia: nel senso che non c’è definizione che possa renderne giusta idea e descrizione. Anche in virtù di queste storie il «continentale», dopo non poche cantonate, è consapevole del fatto che più va in Sicilia, e meno la capisce: terra bellissima e atroce, proprio per questa sua indecifrabilità, strega e ammalia.

 

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