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Cronaca italiana

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Caso Pietrostefani: dalle Eumenidi alle Erinni, cioè dalla giustizia alla vendetta

In Francia arrestato anche Giorgio Pietrostefani, che deve ancora espiare 14 anni di reclusione per l’omicidio del Commissario Luigi Calabresi avvenuto 49 anni fa

Giorgio Pietrostefani (Immagine da youtube)

Il caso di Giorgio Pietrostefani, è a parte.

Non perché sia stato condannato, con Adriano Sofri e Ovidio Bompressi, per l’omicidio del Commissario Calabresi. Né perché, conseguentemente, sia della “Lobby di LC”, o altre singolari e similari suggestioni: ma per le sue caratteristiche specifiche. Una, peraltro non trascurabile, comune anche agli altri casi, oggetto dell’odierno “blitz” transalpino.

È il lungo tempo trascorso dal fatto contestato (49 anni): non un dato neutro.

Un giudizio penale, per definizione, non è mai una vicenda privata. Non riguarda perciò solo i “soggetti processuali”. Riguarda la comunità che li esprime, e gli infiniti nessi sentimentali e intellettivi che dal processo diramano “fuori” dell’Aula.

Questi nessi si compendiano in un’immagine: “la domanda di giustizia”.

La “domanda” rimane “tesa”, cioè viva e sensata, finché i nessi sono vissuti estesamente, finché “il fatto” e la comunità sono coevi: diciamo, una generazione, per semplicità.

Superata questa soglia simbolica, su un piano pienamente politico, cioè, coralmente umano, bisogna chiedersi se quei nessi collettivi  perdurano, e perché.

Oltre, incombe il rischio di una metamorfosi.

La “forma legale”, per il congiunto, se non esclude, certo riduce il rischio che la “domanda di giustizia” si venga a trasformare in “domanda di vendetta”: in quanto inibisce proprio la “reazione diretta”. Per la comunità, invece, la “forma legale”, non è il “sostituto mitigante” del vincolo personale: è il “luogo della misura”, da cui verificare se i suoi nessi col fatto sono ancora “in corso”.

Non si tratta di obiettare che le regole formali consentono anche una simile “cattura”: l’essersi “sottratto volontariamente” alla esecuzione della pena, si dice, non potrebbe certo ritorcersi contro la “domanda di giustizia” della comunità.

Dobbiamo considerare i termini di questa “volontarietà”.

Pietrostefani, non ha vissuto in questi decenni in un bunker sotto la Senna. Si è sempre conosciuto il luogo della sua dimora, se non un vero e proprio domicilio; si è saputo che lavoro faceva, anche chi frequentava, e si può ragionevolmente ritenere che le Autorità, francesi e italiane, che esistono e agiscono per conto della “comunità”, abbiano disposto, in questo tempo, anche di ulteriori e più puntuali informazioni sul suo conto.

Essendo egli formalmente un latitante, esse Autorità hanno concorso politicamente al “consolidamento” della latitanza stessa.

Né si potrebbe osservare che la cd “Dottrina Mitterand” ha, sí, consentito quella condotta istituzionalmente sfuggente: ma non varrebbe per i cd “delitti di sangue” e che, solo per questa ragione, Pietrostefani sarebbe stato ora arrestato.

Questa antinomia intacca la credibilità politica di una comunità statale e sociale proprio perché, per trent’anni, non ha visto nulla, nemmeno “il delitto di sangue”, e poi, d’improvviso, “decide” di vedere quello che a lungo non ha voluto vedere.

Tuttavia, il mezzo secolo non sarebbe da solo decisivo, per negare quella “credibilità”: con Priebke, ad esempio, non lo è stato. Solo che, in quel caso, non c’era una sentenza da eseguire, ma un processo ancora da celebrare; e quando il processo si è svolto, la comunità ha potuto misurare la sua “domanda di giustizia”, il suo perdurante vigore. E ha trovato che era ancora tutto lí. Anzi, si può dire che proprio il processo abbia favorito il definirsi e confermarsi di questa immutata consapevolezza.

Ma qui il processo c’è stato. Non solo.

E veniamo così ai caratteri specifici di questo caso.

Si è trattato di un processo indegno del nome. Frutto di prove geneticamente compromesse, scaturite da un “pentimento” (Marino, due settimane solo in caserma, a “elaborare il ricordo”), gestito oltre ogni inciviltà probatoria. Concluso con condanna, grazie alla fertile fantasia persecutoria della nostra Magistratura, capace di offrire “alla causa” anche una sentenza di assoluzione “suicida”, cioè motivata (dopo una decisione della Corte di Cassazione a SS UU, che ad essa “rinviava”), in termini tali da rendere impossibile il giudicato sulla stessa assoluzione.

Insomma, una notoria sconcezza.

Forse, l’interesse morale della “comunità” italiana avrebbe dovuto essere un altro: che non si tornasse a sciorinare questa indecenza, consumata in forme legali.

Perciò, oggi, con Pietrostefani abbiamo seguito un percorso di politique politicienne, squisitamente antieschileo: dalle Eumenidi alle Erinni. E la “domanda di giustizia” si è trasformata in “domanda di vendetta”.

Unico rimedio, di misura e dignità politiche, la grazia.

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