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Cronaca italiana

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Ricordando il 9 ottobre ’82, quando vidi con i miei occhi l’attentato alla Sinagoga romana

Era sabato e dal terrazzo sentii il rumore delle bombe e degli spari. Morì un bambino e furono ferite quaranta persone, ma non si trovarono mai i colpevoli

Un'immagine d'archivio del 9 ottobre 1982 relativa all'attentato compiuto da un commando palestinese alla sinagoga di Roma - ANSA

Era un sabato mattina, uno di quelli che ispirano le “ottobrate romane”.

Chi vive a Roma sa bene che le ottobrate sono quelle splendide giornate di sole autunnale che, però, somigliano molto, per tepore e luce, a quelle primaverili. Quella mattina, nonostante fosse sabato, mi recavo a lavoro nel mio panoramico ufficio posto sulla “Rupe Tarpea” sull’unico vero Campidoglio, quello di Roma. La mattinata si presentava un pò impegnativa e, per alleviare mia moglie che di lì a poco avrebbe partorito il nostro secondo figlio, portai con me il mio primogenito Alessio. Ad un certo punto, dopo aver fatto colazione e sbrigato i miei primi tre appuntamenti, mi presi una pausa davanti a un caffè quando, all’improvviso, sentii dei forti boati e colpi d’arma da fuoco. Mi precipitai fuori al terrazzo e guardai di sotto, dove si staglia la Sinagoga di Roma.

Era quasi mezzogiorno e in Sinagoga festeggiavano lo shabbat, il bar mitzvah e lo Shemini Atzeret. Alle congiunte celebrazioni partecipavano alcune centinaia di persone e alcune decine di minorenni. Un attentato in piena regola era scattato nel pieno centro storico di Roma, portato a termine da un gruppo composto almeno da cinque uomini, che fecero esplodere tre bombe a mano e scaricarono centinaia di colpi con i loro mitra contro l’inerme folla di credenti. Il macabro risultato fu l’uccisione di un bimbo di appena due anni, Stefano Gaj Taché, oltre a una quarantina di feriti.

Un’immagine d’archivio del 9 ottobre 1982 relativa all’attentato compiuto da un commando palestinese alla sinagoga di Roma – ANSA

Le indagini appurarono che l’atto fosse stato ideato e compiuto dal Consiglio rivoluzionario di al-Fath guidato da Abu Nidal, ma dei cinque componenti non si conobbe mai l’identità, tranne che per uno, Osama Abdel Al Zomar, che venne arrestato in Grecia il mese successivo. L’Italia non riuscì mai a ottenerne l’estradizione e alla fine riparò a Tripoli da Gheddafi.

Alcuni studi e approfondimenti portarono a evidenziare che, proprio quella mattina, il servizio armato di sicurezza non ebbe luogo anche se era stato previsto. Attualizzare la memoria per trasmetterla ai giovani nel ricordo di chi è rimasto vittima di azioni terroristiche è un dovere da portare avanti sempre.

La presidente della comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello ha dichiarato, tempo fa, che sono ancora troppi gli interrogativi su cosa successe davvero quella mattina. I colpevoli furono individuati, ma mai realmente perseguiti. “Vorremmo finalmente, dopo tutti questi anni, conoscere la verità e chiamare ciò che ci colpì con il suo vero nome, ovvero ‘terrorismo palestinese’. È ora di finirla con i tabù. Se alcuni vertici delle istituzioni dissero che ci sono delle responsabilità ‘italiane’ in gioco, perché non indagare? Bisogna fare chiarezza, lo diciamo come cittadini italiani”.

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