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UN Women in difesa delle donne, anche se con ancora troppa diplomazia

Presentato al Palazzo di Vetro il rapporto "Turning Promises Into Action", che spiega la condizione di oggi nel "gender equality"

Phumzile Mlambo-Ngcuka, Executive Director della UN Entity for Gender Equality and the Empowerment of Women (UN Women) (Foto ONU)

La ricerca è stata affrontata a livello nazionale con uno studio approfondito su Nigeria, Pakistan, Uruguay, Colombia e Sud Africa. In questi paesi, è stato rilevato che mediamente più del 50 percento delle donne e delle bambine provenienti dalle aree urbane vive in mancanza di almeno uno di beni di prima necessità, come l'accesso all'acqua pulita e a strutture sanitarie. E durante la conferenza stampa, bocca cucita sull'attualità...

“Anche dove sono stati fatti progressi, questi sono stati fortemente disomogenei. A parte i trend nazionali, il nostro report svela le significanti mancanze di donne e bambine che, anche all’interno dello stesso paese, stanno vivendo mondi totalmente diversi”. Così Phumzile Mlambo-Ngcuka, Direttrice sudafricana di UN Women, ha introdotto il nuovo report dell’agenzia delle Nazioni Unite per la parità di genere. E’ stato presentato il 14 febbraio da Phumzile Mlambo-Ngcuka, Shahra Razavi e Ginette Azcona, e definito come “primo nel suo genere”, poiché rivela ingenti lacune nel processo mondiale di emancipazione femminile e propone nuove guidelines per l’accelerazione del raggiungimento di tutti gli obiettivi dell’Agenda 2030.

“In qualità di comunità mondiale, tutti noi ci siamo impegnati, attraverso gli obiettivi di sviluppo sostenibile, a non lasciare indietro nessuno. I nuovi dati e le nuove analisi di questo report hanno evidenziano che, a meno che il progresso sull’eguaglianza di genere intraprenda una forte accelerazione, non saremo in grado di mantenere la nostra promessa”, ha affermato Phumzile Mlambo-Ngcuka, per rendere un’idea della portata del report Turning promises into action e della portata che ancora ha nel mondo la disparità di genere.

Una portata “dilagante”, quella della discriminazione verso donne e bambine che, durante la loro vita, affrontano dimensioni differenti di benessere e disagi. Per esempio, una bambina nata in condizioni familiari povere e che viene forzata a sposarsi in età prematura, smette di andare a scuola prima del tempo, partorisce in età prematura, soffre complicazioni durante il parto ed è vittima di violenza con una probabilità molto maggiore rispetto ad una sua coetanea cresciuta in una famiglia agiata e che si sposa ad un’età più avanzata.

Negli 89 paesi che sono stati presi in considerazione e di cui sono stati rinvenuti i dati, i fenomeni studiati sono numerosi. Prima tra tutte la povertà. Donne e bambine che vivono in uno stato di povertà, all’interno del campione, sono 330 milioni. Questo vuol dire che, mediamente, in questi paesi, ci sono 104 donne – per lo più nella fascia d’età riproduttiva dai 25 ai 34 anni –che vivono con meno di 1.90 dollari al giorno ogni 100 uomini che vivono nella stessa situazione.

Ancora, si è parlato di food insecurity, che affetta donne e bambine sia nei paesi in via di sviluppo che in quelli sviluppati (ad esempio UK); obiettivi ambientali e violenza di genere. Rispetto a quest’ultimo punto, i dati sono sconcertanti: tuttora, mediamente a livello mondiale, una donna su 5 sperimenta o ha sperimentato violenza fisica e/o sessuale da parte di un parente stretto o un partner. 49 Paesi non hanno alcuna legislazione sulla violenza domestica; 45 Paesi non hanno una legislazione specifica sul sexual harassment; 37 Paesi esentano gli stupratori dalla persecuzione penale nel caso in cui siano sposati, o si sposino dopo il fatto in questione, con la vittima. “Questo è un fatto”, ha affermato Phumzile Mlambo-Ngcuka, “rappresenta un forte segnale d’azione, e, per questo motivo, abbiamo voluto sviluppare delle raccomandazioni da seguire”.

Da una parte, la ricerca è stata affrontata a livello nazionale con uno studio approfondito su Nigeria, Pakistan, Uruguay, Colombia e Sud Africa. In questi paesi, è stato rilevato che mediamente più del 50 percento delle donne e delle bambine provenienti dalle aree urbane vive in mancanza di almeno uno di beni di prima necessità, come l’accesso all’acqua pulita e a strutture sanitarie.

Dall’altra, i dati sono stati rivisitati anche aldilà dei confini nazionali attraverso l’analisi dei casi specifici di Nigeria, Colombia, Pakistan e USA. “Le medie possono spesso mascherare le diseguaglianze tra diversi gruppi sociali,” ha affermato Shahra Razavi, capo della sezione Research and Data, “molto spesso, vivono in mondi a parte”. È così uscita allo scoperto l’enorme discriminazione che bambine e donne, anche all’interno dello stesso paese, stanno sperimentando a seconda del loro reddito o della loro razza/etnia; questo succede soprattutto nelle zone meno sviluppate o di crisi, dove, in tutti i settori, i gap vengono amplificati; ma il progresso raggiunto non è sufficiente in nessun paese.

“Lo sviluppo non è necessariamente una sicurezza per il progresso”, ha affermato Phumzile Mlambo-Ngcuka. Negli Stati Uniti, per esempio, i tassi di povertà tra donne nere o native americane sono più del doppio rispetto a quelli delle donne bianche o asiatiche; e i tassi di educazione non sono certo meno sconcertanti. Il 38 percento delle donne ispaniche nel quintile economico più basso, non ha completato la scuola superiore, laddove la media nazionale americana è del 10 percento.

Tra le guidelines più urgenti, UN Women sottolinea la necessità di approcci integrati tra diverse agenzie; colmare i gap finanziari, presenti in quasi tutti i paesi; incrementare la raccolta di dati e statistiche, elementi necessari anche alla realizzazione dell’Agenda 2030 (solo il 24 percento di tutti i dati che sono stati raccolti è recente); adoperarsi affinché i vertici del potere siano sensibilizzati alla disparità di genere; e adottare politiche integrate, “che aiutino a raggiungere più obiettivi allo stesso tempo” soprattutto rispetto ai beni essenziali, come sanità, alimentazione e educazione.

Attraverso una simulazione effettuata in Sud Africa, per esempio, il report dimostra che se il peso dell’attività di assistenza non remunerata – che grava particolarmente sulle spalle delle donne – diminuisse, si creerebbero nuove opportunità lavorative, aumenterebbe il benessere sanitario dei bambini e, allo stesso tempo, quello economico delle comunità nel loro insieme. Risultati tali deriverebbero da politiche mirate, – in questo caso specifico, UN Women ha proposto assistenza infantile gratuita e universale – investimenti che producono esternalità positive decisamente superiori ai loro costi.

Raggiungere la parità di genere non è infatti un obiettivo indipendente, ma “uno strumento per raggiungere tutti gli obiettivi dell’Agenda 2030 e un futuro sostenibile per tutti”. UN Women è sicuramente l’agenzia UN che è riuscita, in modo più innovativo e più consapevole, a evidenziare i punti deboli dei progetti e delle ricerche ONU. Non fu troppo tempo fa che Hans Rosling insegnò alle Nazioni Unite ad analizzare dati e statistiche; tuttavia, la cooperazione tra diverse agenzie rimane nulla; la condivisione di dati tra queste è inesistente, addirittura vengono utilizzati server diversi per immagazzinarli.

Alla conferenza stampa dedicata, La Voce di New York è intervenuta. Con una provocazione (vedi video sopra, minuto 21:09) . Ma proprio nelle ore in cui la Casa Bianca è travolta dallo scandalo Porter e in un periodo storico in cui un presidente come Donald Trump sembra difendere più gli accusati in nome del garantismo delle donne vittime di molestie, le donne del mondo non avrebbero bisogno almeno nel Palazzo di Vetro che una figura femminile dalla carica importante parlasse e dicesse le cose come stanno, uscendo dal politically correct della diplomazia? Phumzile Mlambo-Ngcuka, Direttrice sudafricana di UN Women, ha risposto però come previsto dal ruolo: con una sorta di “vorrei ma non posso”. Senza mai menzionare né il presidente Donald Trump, né gli specifici casi dell’attualità statunitense, ma facendo i complimenti ai media, ringraziandoli, perché “portano queste tematiche al centro dell’attenzione pubblica”. E aggiungendo che “UN Women continuerà a raccontare le storie delle ragazze che non possono parlare per loro stesse, soprattutto nei Paesi in cui affrontano maggiori difficoltà”.

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