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L’ONU sulle donne rifugiate in Grecia: spiate, toccate, violentate

Secondo l'UNHCR, in Europa manca politica comune per difesa dei diritti di genere nei campi rifugiati

Una donna conforta sua figlia di 11 anni. La loro famiglia vive in delle tende posizionate su dei vecchi binari ad Idomeni. Si tratta di un campo informale in Grecia. Women's Refugee Commission/Jodi Hilton

"Nel 2017, l'UNHCR ha ricevuto dei report da 622 sopravvissute ad atti di violenza sessuale e di genere sulle isole della Grecia. Almeno il 28 percento di queste ha subito violenza dopo l'arrivo nei centri”. Quanto tempo ancora continueremo ad accogliere donne e bambine senza assicurare loro la fine della violenza ricorrente? 

“Quando ho visitato con la mia collega le rifugiate che si trovano in Grecia, eravamo sconvolte dalla condizione dei centri di accoglienza e di detenzione. Donne e bambine stanno vivendo in condizioni di insicurezza e sono messe a rischio di violenza di genere. Ogni giorno vivono con paura, ansia e incertezza”, aveva riportato nel marzo del 2017 Marcy Hersh, di Women’s Refugee Commission. 

La Grecia è un Paese di “transizione” per i rifugiati, e presenta forti handicap riguardo alle capacità istituzionali di procurare beni di prima necessità; primo tra tutti il cibo, che è scarso in quantità e qualità. Le autorità incontrano inoltre difficoltà nella gestione delle strutture, che si trovano in una situazione di sovraffollamento spaventoso. E “il recente aumento di arrivi di uomini, donne e bambini, ha aumentato la pressione sui centri di accoglienza e identificazione, già sovraffollati”, aveva dichiarato Amnesty International alla fine del 2017. Molto spesso la distribuzione di beni di prima necessità, a causa di disordini che scaturiscono all’ordine del giorno, viene interrotta. E se la sicurezza non è garantita, avere accesso a servizi basici – soprattutto a causa della paura – diventa per le donne un’impresa. 

Figuriamoci, poi, che la mancanza di servizi basici non è per le rifugiate ospitate dai centri di accoglienza l’unica preoccupazione. Le procedure concrete per prevenire e gestire la violenza di genere sono scarsissime. Mancano strutture dedicate; spazi per le interviste confidenziali con gli operatori dei centri; spazi di supporto psicologico e sociale; traduttori, ma soprattutto traduttrici Farsi e Arabe di sesso femminile.  

E poi, figuriamoci pure che non è nemmeno così raro che le rifugiate diventino vittime del personale dei centri. La presenza delle guardie dovrebbe aiutare i gruppi vulnerabili, farli sentire al sicuro. Tuttavia, “una dozzina delle donne intervistate ci ha raccontato di essere stata toccata, attaccata o guardata nella privacy nei campi di ‘transizione’”, ha dichiarato Amnesty International, non molto tempo fa. “Molte donne hanno anche testimoniato di essere state picchiate o abusate verbalmente da agenti di sicurezza in Grecia, Ungheria e Slovenia”. Ma tuttora la maggior parte dei campi non fornisce guardie di sesso femminile, anche se è stato più volte raccomandato dall’UNHCR, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa del tema dei rifugiati.  

Le strutture di accoglienza, in particolare in alcune delle isole greche, non sono appropriate per mitigare gli effetti già menzionati. A Samo, per esempio, “non ci sono abbastanza letti, le condizioni igieniche delle latrine e delle docce sono scarse, e non c’è separazione tra uomini e donne”. Avere accesso alle strutture sanitarie, che siano fornite dalle agenzie governative o da personale umanitario, è difficile, anche perché la maggior parte dei rifugiati e delle rifugiate non sono nemmeno a conoscenza che esistano, e non ci sono uffici appositi che possano informarli e rappresentare per loro una guida all’utilizzo.  

Quest’esposizione alla violenza non fa altro che peggiorare l’esperienza già precaria di chi ha lasciato il proprio Paese, attraversando territori pericolosi, per raggiungere un posto ‘sicuro’. “Siamo trattate come animali. Preferirei essere sparata di nuovo piuttosto che rimanere in queste condizioni”, aveva detto, nel 2016, una rifugiata a Amnesty International in un campo rifugiati di Lesbo, e la situazione non è cambiata di molto. 

L’ultimo report risale al 9 febbraio, quando Cecile Pouilly, la portavoce dell’agenzia ONU, ha dichiarato a Ginevra che “nel 2017, l’UNHCR ha ricevuto dei report da 622 sopravvissute ad atti di violenza sessuale e di genere sulle isole della Grecia. Almeno il 28 percento di queste ha subito violenza dopo l’arrivo nei centri”. 

“La situazione è particolarmente preoccupante nei centri di accoglienza e identificazione di Moria e Vathy, dove migliaia di rifugiate continuano a stare in alloggi inappropriati, dotati di sicurezza inadeguata”, ha aggiunto Pouilly durante lo stesso press briefing. E, “in questi due centri, i bagni e le latrine sono davvero pericolosi per donne e bambine durante la notte, a meno che non siano accompagnate. Anche lavarsi durante il giorno può essere pericoloso. A Moria, per esempio, una donna ci ha confessato che non si lavava da due mesi perché aveva paura”. 

In quei centri ci sono circa 5500 persone, il doppio di quanto potrebbero contenere. E rapporti di sexual harassment, soprattutto a Moria, rimangono molto alti. “Un altro problema è la sicurezza. Nonostante le numerose pattuglie della polizia, queste si sono dimostrate insufficienti, soprattutto di notte, e non coprono tutte le aree”, ha aggiunto la portavoce dell’UNHCR. 

La Grecia non è l’unico Paese che non mette in pratica le raccomandazioni dell’UNHCR sui diritti delle donne: mentre il numero di donne e bambine richiedenti asilo aumenta sempre di più – ormai il 50 percento dei rifugiati a livello globale è rappresentato da questa categoria – e mentre aumentano le raccomandazioni delle organizzazioni sulla tutela dei gruppi più vulnerabili, la loro voce e le loro priorità rimangono ignorate.

Notevole è anche la storia di Ella, una donna proveniente dal Gambia. Scappata dal suo Paese dopo aver sposato un uomo che la picchiava e che abusava di lei, arrivata a Londra, aveva cercato asilo in un’agenzia Britannica mostrando le cicatrici sul suo corpo come prova. La risposta dell’impiegato all’ingresso è stata: “Non ti crediamo, vai via. Chiamo la polizia se non te ne vai”.

Anche la Germania – che si è dimostrata uno dei Paesi più avanti nella salvaguardia dei gruppi più vulnerabili all’interno dei campi rifugiati, proponendo politiche a lungo termine come la riunificazione familiare – ha ancora da imparare. Qui, secondo un altro report di Women’s Refugee Commission, mancano procedure standardizzate per identificare e supportare le vittime della violenza di genere e altre donne e bambine vulnerabili. Strutture sovraffollate, spesso non separate per genere, come in tutti gli altri Stati Membri dell’Unione Europea, portano ad un rallentamento della procedura di application e, conseguentemente, una permanenza più lunga nei centri di accoglienza. E non mancano scandali neppure qui. “Una donna irachena di 22 anni ha dichiarato a che quando si trovava in Germania, una guardia di sicurezza in uniforme le ha offerto dei vestiti per passare del tempo da solo con lei”, aveva dichiarato nel 2017 Amnesty International.  

Riguardo alla legislazione Europea, i diritti delle donne riguardo all’asilo sono stati garantiti maggiormente dalla cornice legislativa della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, che include solo principi generali, come quello all’integrità (art.2), alla proibizione al traffico di esseri umani (art. 5); eguaglianza davanti alla legge (art. 20); principio di anti-discriminazione (art.21(1)); eguaglianza di genere (art.23). Inoltre, gli Stati Membri sono vincolati il CEAS (Common European Asylum System), che include numerose direttive e regolamenti. Ma nonostante ciò, queste ultime garantiscono solo standard minimi, laddove “gli Stati Membri possono introdurre o mantenere i loro propri standard per determinare chi vogliono qualificare come rifugiato” e in questo modo sono largamente indipendenti nell’eseguire il CEAS e definire i criteri che riguardano lo stato dei rifugiati. 

L’UNHCR ha più volte denunciato il fatto che esistono dei gap di protezione di alcuni gruppi di rifugiati – si è parlato anche di donne e bambine – all’interno del sistema di asilo europeo; così, le politiche locali rimangono diversificate, laddove invece convergenza vorrebbe dire efficienza. L’Unione Europea ancora non interviene per promuovere regolamenti e standard specifici comuni.  

In Grecia, durante le ultime settimane, le autorità hanno accelerato i trasferimenti dei rifugiati al territorio della penisola greca, cercando di diminuire il sovrappopolamento nei centri delle isole; tuttavia, le condizioni in cui quei centri si trovano, continuano a rimanere pressoché inalterate, e i diritti fondamentali delle minoranze continuano a rimanere non tutelati. Quanto tempo ancora continueremo ad accogliere donne e bambine senza assicurare loro la fine della violenza ricorrente? 

 

 

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