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ONU, Conferenza a Ginevra sullo Yemen: raccolti $2 miliardi, ma di chi?

Antonio Guterres sulle ingenti donazioni dell'Arabia Saudita: "sappiamo che c'è una guerra e chi sono le parti, ma le due cose vanno distinte”

Il conflitto in Yemen continua a peggiorare. Sarebbero più di 22 milioni le persone con bisogno di aiuto umanitario estremo. E mentre "ogni dieci minuti un bambino muore", il Segretario Generale ONU, António Guterres, ringrazia i donatori di fondi durante la Conferenza apposita tenuta a Ginevra. Ma i soldi sono davvero così tanti perché si possa ignorare da dove vengono?

Il raggiungimento di un totale di 2 milioni di dollari di fondi per finanziare il programma di aiuti umanitari in Yemen è stato un “risultato notevole della solidarietà internazionale”, ha detto il Segretario delle Nazioni Unite, António Guterres, martedì 3 aprile a Ginevra. Ma l’aiuto da solo non servirà a trovare una soluzione al conflitto.

Quella di Ginevra, era una conferenza di “beneficienza” umanitaria internazionale a cui hanno partecipato 40 Stati Membri dell’ONU e varie organizzazioni, impegnandosi a dare il proprio contributo in Yemen nel 2018, attraverso delle donazioni.

Oggi, in totale, 190 organizzazioni, tra cui 150 yemenite, sono coinvolte nel piano umanitario delle Nazioni Unite. Finora hanno portato assistenza alimentare a sette milioni di persone al mese, e rinforzato l’accesso all’acqua e ai servizi sanitari.

Ma non è abbastanza. Il 75% di persone si trova in una situazione grave, di bisogno estremo. “Ad oggi, mentre il conflitto entra nel suo quarto anno, più di 22 milioni di persone – tre quarti della popolazione – hanno bisogno di aiuti umanitari e protezione”, ha detto il Segretario Generale, riassumendo la gravità delle condizioni in cui si trovano gli yemeniti.

“18 milioni di persone si trovano in una situazione alimentaria precaria; e 8,4 milioni di queste persone non sanno come ottenere il loro prossimo pasto. Milioni di yemeniti non hanno accesso a acqua potabile. E l’ultimo anno, 1 milione di persone ha sofferto di dissenteria e colera”, ha continuato.

La guerra in Yemen dura da tre anni, ed è un luogo di conflitto internazionale. Da una parte, è schierata la coalizione di forze internazionali – con a capo l’Arabia Saudita – che supportano il presidente Abdrabbuh Mansur Hadi; dall’altra, le forze armate che hanno il controllo della capitale, Sana’a – filo-iraniane.

Le agenzie d’aiuti umanitari hanno ripetutamente denunciato il peso che questo campo di battaglia sta avendo sui civili: sfollamenti forzati di famiglie e comunità intere, totale insicurezza rispetto alle risorse alimentari, ai beni di prima necessità e ai servizi essenziali, inclusa sanità e educazione. Un massacro che sta mettendo in ginocchio un popolo che, anche prima del conflitto, era tra i più poveri del mondo.

Nel 2017, come ha detto Guterres, lo Yemen è stato anche lo scenario dalla peggiore epidemia di colera vista finora, che ha colpito un milione di yemeniti, e recentemente vi si è aggiunta la difterite.

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha insistito sul fatto che, nonostante le risorse umanitarie siano molto importanti, queste, da sole, non sono sufficienti, se non raggiungono tutte le zone del Paese. “Abbiamo bisogno di un accesso illimitato dovunque”, ha continuato; mentre, fino ad ora, la coalizione ha ostacolato l’entrata degli aiuti in molte zone, e persistono gravi ostacoli riguardo all’importazione di beni alimentari primari.

Anche Mark Lowcock, Sotto-Segretario ONU per gli Humanitarian Aids e Coordinatore dell’Emergency Relief, lo ha ripetuto durante la conferenza, dicendo che c’è “bisogno di maggiore accesso in tutto il Paese. Vogliamo che l’aeroporto di Sana’a riapra per i voli commerciali, e soprattutto per i bisogni umanitari”.

Inoltre, Lowcock ha sottolineato che la somma di fondi raggiunta rappresenta, sì, una somma “sostanziale” di denaro, ma è “piccola rispetto alle necessità” degli yemeniti, che stanno sperimentando un’inflazione del 25% sul prezzo del cibo, a causa di una estrema svalutazione della moneta del Paese, lo Riyāl yemenita.

Lowcock ha detto che questo non sarebbe stato possibile senza un sufficiente finanziamento, ma mancano ancora delle “condizioni chiave” perché si riesca a mandare avanti una risposta umanitaria efficiente.

Prima di tutto serve la riapertura, senza restrizione, di tutti i porti, ha detto il Sotto-Segretario. Inoltre, c’è l’urgenza di provvedere al pagamento degli stipendi nel settore pubblico in tutto lo Yemen, dopo che non sono stati garantiti per mesi; questo renderebbe sia possibile prevenire un’altra epidemia di colera, attraverso la continuazione dei servizi essenziali, sia fornire l’educazione ai bambini.

Ma “i soldi non sono abbastanza”, ha specificato Robert Mardini, il direttore regionale del Commetee Internazionale della Croce Rossa (ICRC) per il Vicino e Medio Oriente. Anche lui ha parlato alla conferenza. “Non penso di dover andare nel dettaglio rispetto alla situazione umanitaria che stanno affrontando gli yementi oggi. Lo sapete. Lo sappiamo. Il mondo lo sa”, ha esordito.

E poi ha continuato descrivendo la situazione. “Un sistema sanitario paralizzato. Un’economia rovinata. Un paese rotto. Insicurezza e paura inseguono ogni ora ogni persona che vive in Yemen oggi. Mettetevi nei panni del padre che affronta quei terribili dilemmi ogni giorno: dovrei usare i pochi soldi che mi rimangono per comprare cibo alla mia famiglia? O medicine per mia moglie? O libri scolastici per i miei bambini? O gasolio che faccia funzionare il generatore per la pompa dell’acqua? Scelte impossibili”, ha detto Mardini. “Noi – e voi – facciamo il possibile … ma, per essere onesti, quello che facciamo è una goccia nell’oceano. La dimensione della sfida è davvero grande”.

Ma il problema, secondo il referente della Croce Rossa, è anche di altro tipo. “C’è un gap. C’è un evidentissimo gap tra due cose. Tra quello che è detto e quello che è fatto. Da una parte ci sono gli statement, le promesse, e i comunicati stampa. Dall’altra, il combattimento infuria, le bombe precipitano ancora, e la sofferenza continua”, ha detto.

Il gap consisterebbe, secondo lui, tra ‘pensiero illusorio’ e realtà sul terreno. “Come alcuni di voi, ero a questa conferenza un anno fa … È passato un anno, e la situazione è precipitata ancora di più. L’aiuto umanitario è fondamentale ma non risolverà il problema. E’ il momento cruciale per una soluzione politica. Gli yemeniti hanno bisogno di vedere una luce di speranza alla fine del tunnel”.

Infatti, Mardini ha messo l’accento sulla responsabilità, morale e legale, al rispetto del Diritto Internazionale Umanitario (DIU), sia per quanto riguarda le fazioni in conflitto, sia per chi combatte al loro fianco. “Detto semplicemente, non ci può essere supporto alle parti in guerra se non c’è rispetto delle leggi sulla guerra. No al supporto senza osservanza! Una condizione semplice che può salvare le vite”.

Sullo stesso tema, poi, giusto per girare il dito nella piaga, è stata presentata una domanda a Guterres durante il suo incontro con la stampa. Dopo che il Segretario Generale si è presentato col sorriso sulla faccia, vantando il raggiungimento di più di 2 miliardi di dollari – una cifra che rappresenta quasi il doppio dell’ammontare di denaro che era stato raccolto nel 2017 – un giornalista gli ha chiesto la sua opinione sulla contraddizione più grande che stanno affrontando le Nazioni Unite rispetto al caso Yemen.

L’Arabia Saudita, che è uno dei motori principali del conflitto e della spirale della morte di milioni di yemeniti, è il principale donatore per gli aiuti umanitari.

Alla domanda rispetto “a questo Paese, che sta dando soldi per riparare quello che sta distruggendo”, ha detto il giornalista, il Segretario Generale ha risposto: “sappiamo tutti che c’è una guerra, sappiamo tutti chi sono le parti in questa guerra, ma le due cose vanno separate”.

Ma poi ci ha riflettuto, e ha continuato: “le soluzioni sono sempre politiche. E’ la ragione per cui crediamo che le contribuzioni finanziarie di questa conferenza siano importanti quanto il commitment delle parti del conflitto a giungere insieme alla fine della guerra”.

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