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Crisi migranti, parla Francesco Rocca della Croce Rossa: “L’Africa chiede solo speranza”

Intervista dal Palazzo di Vetro dell'ONU: "Proteggere i confini non significa dover mettere in discussione la dignità delle persone e i nostri valori"

Press Briefing by Mr. Francesco Rocca, President of the International Federation of the Red Cross and Red Crescent Societies (IFRC), who is in New York for the final negotiations on the Global Compact for Migration. He will discuss an IFRC report on how restrictive immigration policies are turning migration into a humanitarian crisis. (Photo UN / Eskinder Debebe)

Per il Presidente della Federazione Internazionale della Croce Rossa, "é evidente il senso di frustrazione che si vive in questi paesi africani dove vengono trattati soltanto in termini di sicurezza, e non di sviluppo e di aiuto ad uno sviluppo sostenibile. Lo ribadisco, in paesi poverissimi, con tantissime difficoltà, dove però c’è una crescita piccola e costante del PIL, si genera speranza e non si emigra".

Francesco Rocca è il presidente della federazione internazionale della Croce Rossa, e si trova in questi giorni al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite per gli incontri sul Global Compact for Migration. Rocca ha tenuto una conferenza stampa con i giornalisti dell’ONU in cui è stato presentato anche un rapporto della Croce Rossa sul problema migranti.  (Qui video). Dopo ci ha concesso questa intervista.

Alla conferenza stampa vi abbiamo chiesto sulla questione dei porti chiusi che vede al centro in questo momento l’Italia: si possono chiudere i porti alle navi delle ONG che trasportano migranti e rifugiati appena salvati nel Mediterraneo? La legge internazionale viene rispettata? E l’ONU che sta facendo su questo tema?

“Ma io credo che su questo come in tante altre occasioni, purtroppo l’indebolimento di questa istituzione sia evidente. Parlando del caso concreto è ovvio che qui ci sono delle ragioni di preoccupazioni enormi, per la sicurezza e la salvaguardia di esseri umani.  Il riferimento che è stato fatto oggi in conferenza stampa riguardo alla traversata del Mediterraneo e la chiusura dei porti, ciò che manca è chi identifica quelle regole che poi abbiano delle conseguenze anche in caso di violazione. Perché poi è anche vero che qui alle Nazioni Unite si fanno tante regole, se ne adottano tante sulle carte, ma poi non c’è nessun meccanismo di tutela, se non in rarissimi casi, direi in casi straordinari.

Però detto questo io credo che ci sia l’evidenza, rispetto alla violazione della legge internazionale, sull’allargamento della cosiddetta zona SAR, in acque internazionali. La guardia costiera libica, con tutto il rispetto della sua professionalità, ma qui non si tratta di mettere in discussione nessuna capacità tecnica, neppure rispetto a quella europea o quella italiana. Il problema è la Libia in questo momento. Nel senso, ci stanno forse dicendo le Nazioni Unite che la Libia è un posto sicuro? Ci stanno dicendo che in Libia i diritti fondamentali degli esseri umani non sono a rischio? Ci stanno forse dicendo che io oggi posso andare tranquillamente in vacanza sulle coste libiche? Oppure ci sono esseri umani ed esseri umani, alcuni che possono essere messi a rischio mentre ai cittadini europei viene vivamente sconsigliato di andare in quel paese, perché è un paese dove è in corso un conflitto?

Io vorrei anche ricordare che l’Italia ha in Libia un ospedale militare proprio per curare le vittime di questo conflitto in corso. Allora la questione in questo caso credo sia ampiamente sottovalutata.

La guardia costiera libica ha tutto il diritto di pattugliare le proprie acque interne, ma quando si viene alle acque internazionali il problema del porto sicuro e del rispetto della legge, lì mi sembra chiaro che ci sia una violazione”.

Ma dentro le Nazioni Unite per ora, dentro queste conferenze, questi meeting…

“Dentro questa bolla…”

Ecco appunto, che atmosfera si sente qui dentro? Si scambiano solo parole, discorsi, oppure si cerca di trovare accordi per far si che la situazione cambi e non solo poi solo nel Mediterraneo, perché ovviamente la situazione dei migranti in questo momento è una situazione calda ovunque.

“Poco fa abbiamo criticato tutta la parte negativa, tutte le cose da migliorare, io credo che qui in questo momento ci sia anche la discussione sotto il profilo delle petizioni, quindi dell’incontro delle donne e degli uomini di buona volontà, rispetto alla discussione sui valori. Ecco io credo che questo ci sia, però come ho detto in conferenza stampa poi una volta adottata una carta, una volta fatti comuni i valori, poi bisogna rispettarli. Cioè quando si esce da questo palazzo e poi ci si scontra con la realtà quotidiana,  e qui sto parlando per me, e l’organizzazione che rappresento, il lavoro che gli operatori umanitari affrontano quotidianamente. Qui si vede tutto il distacco e i limiti su cui occorre lavorare tanto”.

Francesco Rocca durante i lavori di una conferenza all’ONU in cui ha partecipato, intitolata “How to meet the needs of migrants without sacrificing security or sovereignty” (Foto VNY)

Ma nei fatti, la situazione rispetto a com’era un anno fa, o due anni fa, la situazione per esempio in Italia è cambiata veramente in peggio per quanto riguarda l’accoglienza dei migranti, oppure sostanzialmente non c’è tanta differenza fra quello che faceva il governo prima di centro sinistra e quello che adesso avviene con il governo di Cinquestelle e Lega?

“Probabilmente è ancora presto per dirlo perché questo è un governo che è in carica da solo un mese. Il tema rispetto a quello che è il sentimento del paese è l’aspetto più preoccupante in questo momento, perché negli ultimi due anni, è inutile nascondersi, il fenomeno migratorio è stato la punta principale del dibattito politico, e c’è una grossa insofferenza, a livello proprio della comunità, della società civile, e la situazione non è quella di due anni fa, non è quella di tre anni fa. Tra l’altro la mia grande preoccupazione è lo sdoganamento anche delle pulsioni peggiori, cioè per esempio della discriminazione, del razzismo, che in alcuni tratti all’interno della nostra società sta riemergendo. E allora questa sicuramente è una patologia che io mi auguro possa essere curata da questo governo,  non alimentata”.

Nel global compact sulle emigrazioni che si sta tenendo in questi giorni qui a New York, c’è qualche questione particolare che la Croce Rossa porta avanti? Voi avete presentato per esempio un rapporto, c’è qualcosa che voi portate qui che magari è una novità? Un dato, una statistica, che può anche essere una notizia buona, non per forza negativa? Insomma c’è qualche novità che può uscire da questa conferenza di New York che voi annunciate?

“Le notizie buone, mi sembra che in questo momento siano poche. Proprio sotto la complessità del fenomeno, quello che noi portiamo anche come elemento neutrale e imparziale nel dibattito, perché non vogliamo, anzi riconosciamo il diritto di ogni stato di tutelare i propri confini, e di disciplinare una migrazione ordinata, all’interno del proprio territorio. Ma quello che noi vogliamo portare all’attenzione sono i diritti fondamentali di ciascun essere umano, cioè che proteggere i confini non significa dover mettere in discussione la dignità delle persone, degli individui, perché comunque anche la narrativa, la terminologia, la fraseologia a volte utilizzata per raccontare la migrazione, è un narrativa che noi l’abbiamo definita tossica. Cioè che quindi ha accompagnato lo sdoganamento di quelle pulsioni che dicevo, e allora sicuramente un richiamo a tutti per un uso più attento del linguaggio, e nel raccontare il fenomeno migratorio, e nel trattare gli individui, e dall’altro l’attenzione ai diritti fondamentali di base. Chiunque deve aver accesso a un’informazione chiara, a conoscere i propri diritti, a come si presenta una domanda d’asilo, a come si ottiene un permesso di soggiorno regolare, cioè queste informazioni, così come la necessità di un accesso ai servizi di base, anche rimedi sanitari intendo, in questo caso perché questo è estremamente importante, anche perché molte malattie si associano alla povertà, e l’esempio della tubercolosi valga per tutti, ma potremmo farlo anche per l’HIV o altro, se al migrante viene impedito l’accesso ai servizi o se come purtroppo è cominciato ad apparire si obbligano gli operatori sanitari o umanistici a denunciare le condizioni presenti in condizioni di illegalità in un territorio, lì si pone a rischio anche la salute pubblica. In questo senso, dare e offrire questi servizi di base a chi si trova in una situazione precaria all’interno di un paese noi la riteniamo assolutamente un elemento fondamentale e non rinunciabile”.

Voi rappresentate quella Croce Rossa che ha accolto nei porti, nei territori italiani, durante la crisi soprattutto di due anni fa, un numero enorme di migranti come prima accoglienza. Ecco i numeri, siccome sembrerebbe che negli ultimi tempi i numeri siano molto più bassi, per lo meno rispetto a quelli della crisi del 2016-17, ecco chi non dovrebbe far politica, chi non dovrebbe parlare per slogan, che ne pensate di questa grande ondata, di questa grande invasione imminente? Oppure è proprio un’esagerazione, parlare di invasione in questo momento quando il flusso è diminuito?

“Io credo che il tema sia un problema di come è stato governato il fenomeno in questi anni, perchè sarebbe anche ingiusto sottovalutare quanto comunque una migrazione disordinata e sempre trattata sull’onda dell’emergenza abbia avuto come impatto sulle nostre comunità. E poi c’è chi ha cavalcato questa situazione di insicurezza che ovviamente non è suffragata dei numeri, è come la sensazione di insicurezza sociale, in una situazione in cui il numero di crimini in realtà sono scesi e però è aumentata la sensazone di insicurezza. E allora questi fenomeni andrebbero accompagnati in maniera differente. Non alimentando paure o tensioni, che però comunque sociologicamente che vi sia questo rischio è un dato di fatto. Mi preoccupa che si perda il contatto con i numeri, con i fatti. Quindi mi auguro che si torni a parlare, che la politica sia in relazione con i fatti e con i numeri e su quelli poi provare a ripartire, perché sicuramente nell’ultimo semestre l’invasione non c’è stata”.

Migranti recuperati in alto mare nel Mediterraneo (Credits: UNHCR).

Ma l’Italia, il governo italiano, l’Europa, i governi europei, chiedono alla Croce Rossa consigli? Vi scambiate informazioni, vi chiedono dati, tengono conto della vostra opinione?

“Diciamo che a livello europeo, l’interlocuzione non dico che sia inesistente, nel senso una comunicazione c’è, il problema è che noi non abbiamo una politica europea, cioè c’è sulla carta, ma poi ogni paese membro ha la sua politica sulle migrazioni, questo lo dice ancora sulla debolezza, e sul fatto che delle soluzioni comuni poi vengano implementate. Che tral’altro non bisogna nemmeno dimenticare che uno degli aspetti che più ha reso instabile la nostra società negli ultimi due anni è stato anche creato dalla mancanza del ricollocamento a livello europeo. Cioè dei numeri promessi dall’Europa, rispetto al ricollocamento dei migranti, di fatto meno del 10% si è raggiunto. Paesi si sono completamente rifiutati di accogliere, e allora questo è un dato indicativo, i governi conoscono bene i numeri, non devono averli da noi, noi possiamo dare solo altri tipi di indicazioni, e l’indicazione che noi abbiamo dato in più occasioni, non solo al governo italiano, ma a tutte le istituzioni internazionali con cui siamo venuti a contatto, è che se non si torna ad investire nei paesi che hanno grande povertà e quindi generano migrazione, a investire e trovare soluzioni per quei paesi che soffrono l’instabilità sociale e politica che genera le migrazioni, mi riferisco ai conflitti che siano dichiarati o meno, il problema non si risolverà. Questo è l’altra grande mancanza in termini di strategia politica dell’Europa, delle grandi potenze, Russia, Stati Initi, Cina, non c’è stata comunque una capacità reale di intervenire sulle cause delle migrazioni, questo è l’altro grande aspetto. Di recente il ministro degli esteri della Guinea mi ha detto: ‘Ma io quando seguo il dibattito in Europa, vedo i progressisti che parlano di risorse. Ma quelle sono le nostre risorse!’. Lui addirittura ha usato un termine forte ‘che ci state rubando e sottraendo’. Noi dobbiamo aiutare in quel senso. Nella richiesta di aiuto per un maggiore sviluppo di quei paesi. Ugualmente quando sono stato in Niger, mi hanno detto ‘guardate che ve li abbiamo bloccati noi i migranti dal Niger verso la Libia, e il flusso si è ridotto grazie alla nostra opera. Allora perché continuate a parlare di sicurezza e a portare qua soldati o altro quando noi invece vi stiamo chiedendo sviluppo, non vi stiamo chiedendo sicurezza’. E’ evidente anche il senso di frustrazione che si vive in questi paesi là dove vengono trattati soltanto in termini di sicurezza, e non di sviluppo e di aiuto ad uno sviluppo sostenibile. Come ho detto in più occasioni, e lo ribadisco, in paesi poverissimi, con tantissime difficoltà, dove però c’è una crescita piccola e costante del PIL, questo genera speranza. Perché per esempio il Kenya, che comunque ha enormi difficoltà, non genera migrazione? Allora domandiamoci come mai solo da alcuni stati è generata la migrazione e non da altri. Nessuno lascia volentieri il proprio paese.

Basterebbe poco. basterebbe pochissimo, perché quando io comunque vedo una speranza, non la vedo per me la vedo per i miei figli ma questo è anche il frutto di quello che hanno fatto i nostri padri, i nostri avi, e vale in tutti i paesi. Adesso io ho citato il Kenya ma posso citare l’Etiopia, che è un altro paese che ha delle condizioni terribili, eppure quella piccola crescita economica, quella piccola possibilità di utilizzare, che per noi magari sono ridicoli quei miglioramenti, ma lì no, lì hanno un impatto, quello che noi chiamiamo l’ascensore sociale, un’opportunità di migliorare la vita, ripeto non per sé ma magari per i propri cari o per i propri figli. In alcuni paesi questo non c’è, c’è solo disperazione, non c’è alcuna risposta per i giovani, e questi non vedono altra soluzione che la fuga”.

Ultimo punto: lei è responsabile di un’organizzazione che appunto è internazionale, quindi voi siete dappertutto. Di tutte queste crisi, sui migranti, sui rifugiati, qual è quella che per la Croce Rossa, a parte il Mediterraneo, desta più preoccupazione?

Rifugiati Rohingya in fuga da Myanmar mentre entrano in Bangladesh (Foto Creative Commons Attribution 4.0 International license/ Tasnim News Agency)

“Ve ne sono due in questo momento, da un lato la fragilità dei profughi dal Myanmar, sono 600.000 al confine col Bangladesh, c’è Cox’s Bazar,, che è questa enorme città, più grande di Genova non so come dire, cresciuta in poche settimane, dove però le condizioni di vita sono estremamente precarie, per esempio io li non posso far altro che ringraziare le autorità del Bangladesh. Ecco, ancora una volta un paradosso, è il paese fra i più poveri del mondo che ha aperto le sue porte, per usare una metafora le sue braccia, accogliendo queste persone che scappavano con disperazione dal Myanmar, o Birmania, e questo è uno degli aspetti di preoccupazione importanti. Poi c’è un altro grave fenomeno, quello delle persone, oltre 1 milione nelle ultime settimane, che hanno raggiunto la Colombia dal Venezuela, e adesso la rotta si è spostata sul Brasile. Stanno lasciando il Venezuela a causa di una crescente povertà e insicurezza sociale. E quindi questo è un altro tema di grande preoccupazione su cui la Croce Rossa è in prima linea perché sta lavorando al confine in maniera intensa senza sosta, però è ovvio che i bisogni sono enormi”.

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