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Dobbiamo avere ancora paura di Daesh?

L'ISIS continua a rivendicare attacchi isolati, come quello avvenuto in Francia giovedì. La minaccia è ancora viva? Un rapporto ONU lo chiarisce

L'esercito nigeriano pattuglia il deserto del Sahara e punta su gruppi militanti tra cui ISIL e Boko Haram. Foto UNICEF: Gilbertson V

Un paio di anni fa, l'ISIS era nella mente della maggior parte della popolazione: terrorizzava chiunque. Adesso sta perdendo territori e uomini, ma l'associazione terroristica continua a rivendicare responsabilità di attacchi isolati. Sarà questa la strategia della ISIS? La loro ultima speranza per evitare di sparire dall'immaginario comune? Quanto è veramente pericolosa l'ISIS?

Giovedì 23 agosto, un uomo con severi problemi psichiatrici ha accoltellato ed ucciso sua madre e sua sorella nella periferia di Parigi. L’ISIS ha immediatamente rivendicato la responsabilità, ma le autorità francesi non hanno intenzione di lasciar correre la menzogna opportunistica.

I pubblici ministeri francesi non stanno trattando l’attacco come un caso di terrorismo, ha detto il ministro degli Interni Gerard Collomb. Ha notato che l’aggressore ha sofferto di gravi problemi di salute mentale, sebbene fosse stato anche segnalato per glorificare il terrorismo.

L’ISIS, tramite la sua agenzia di stampa Aamaq, ha rivendicato la responsabilità. L’agenzia ha affermato che l’attacco a Trappes è stato motivato dalle richieste dei leader dell’ISIS di attaccare i civili nei paesi in guerra con il gruppo estremista. Qualche ora prima, il capo dell’ISIS, Abu Bakr al-Baghdadi, ha esortato i seguaci ad attaccare i nemici ovunque.

L’ISIS, che ha perso la maggior parte dei territori che un tempo controllava in Iraq e in Siria, è rinomato per aver eseguito dichiarazioni opportunistiche in passato, anche quando non esisteva un legame stabilito tra un aggressore e il gruppo estremista.

L’associazione terrorista di Daesh si trova in una situazioni delicata, dopo aver perso la maggior parte dei suoi territori, e dal momento che oramai son passati anni da quell’onda di terrore che era riuscita a diffondere in tutto il mondo. Un paio di anni fa, la paura del terrorismo era più o meno irrazionalmente, ovunque. Erano riusciti, con le loro strategie militari tanto quanto psicologiche, ad infiltrare le menti in particolar modo degli europei, facendo credere all’opinione pubblica di possedere soldati ovunque, in borghese, nascosti e mimetizzati nelle folle, e che si potesse morire per un attacco terroristico in metro, al bar, in discoteca, al cinema.

Soldati in Siria combattono le forze dell’ISIS

La strategia di rivendicare ogni qualsiasi attacco era estremamente funzionale nel momento in cui sembrava che tutti temessero l’ISIS. Continuava a dargli potere senza che in realtà si mobilitassero del nulla: bastava un qualsiasi attacco isolato, la follia di un singolo, per far credere a pubblico che l’ISIS fosse ovunque, senza che loro avessero neanche il bisogno di esporsi.

Ne è passato di tempo, però, dagli attacchi a Charlie Hedbo, e al Bataclan. Queste rivendicazioni dell’ISIS iniziano forse a sembrare al pubblico ridondanti, estreme, illogiche. Quanto è cambiato, quindi, nell’immaginario pubblico? Dobbiamo avere ancora paura di Daesh?

Secondo un nuovo rapporto delle Nazioni Unite sulle minacce poste dall’ISIL, presentato giovedì al Consiglio di Sicurezza da alti funzionari antiterrorismo, nonostante le gravi perdite militari, però, lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL / Da’esh) possiede ancora circa 20.000 combattenti e sta continuando ad attuare la sua pericolosa trasformazione in una rete globale segreta, mentre simultaneamente si concentra sulle attività delle sue ramificazioni regionali, come è stato affermato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Il rapporto illustra inoltre come gli Stati membri delle Nazioni Unite e il sistema delle Nazioni Unite continuino a rafforzare, perfezionare e promuovere l’uso efficace di strumenti e misure per affrontare l’evoluzione della minaccia transnazionale rappresentata dal gruppo terroristico e dalle sue affiliate.

Come comunicato al Consiglio da Vladimir Voronkov, sottosegretario generale dell’Ufficio antiterrorismo dell’ONU, nonostante sia stato sconfitto militarmente in Iraq e sia in ritiro a Siria, lo Stato islamico dell’Iraq e il Levante, altrimenti noto come ISIL, rimane una preoccupazione seria e significativa.


Un curdo yazidi di Sinjar che è stato rapito dall’ISISL, fotografato qui nel campo di Mamilyan per gli sfollati interni ad Akre, in Iraq. Foto: Giles Clarke/Getty Images Reportage


Voronkov è stato raggiunto da Michèle Coninsx, Direttore Esecutivo della Direzione Esecutiva del Comitato antiterrorismo dell’ONU (CTED). I due alti funzionari hanno suddiviso il rapporto in tre aree principali, assicurando ai membri del Consiglio che: “La lotta globale contro ISIL e le sue affiliate continua”.

In primo luogo, Voronkov ha affermato che nonostante abbia subito la grave perdita di territorio, ci sono ancora circa 20.000 membri dell’ISIL sia in Iraq che in Siria, e ci si aspetta che un nucleo di combattenti sopravviva, grazie ai conflitti e all’instabilità in corso. Un numero significativo di militanti affiliati a ISIL esistono anche in Afghanistan, Asia sud-orientale, Africa occidentale e Libia, e in misura minore nel Sinai, nello Yemen, in Somalia e nel Sahel.

L’ISIL continua ad esercitare una presenza e un’influenza su un ampio spettro di paesi e regioni: l’Indonesia è stata colpita da una serie di micidiali attentati suicidi a maggio, mentre in Europa c’è preoccupazione per i messaggi crittografati commercialmente e la radicalizzazione nelle carceri.

Il gruppo terroristico sta addirittura tentando di espandere la sua presenza in Afghanistan: Voronkov ha rivelato che durante la sua missione a Kabul, capitale afghana, il 14 e 15 agosto, il presidente Ashraf Ghani ha proposto una conferenza ad alto livello a Kabul l’anno prossimo, con il sostegno dei partner, per sviluppare una strategia regionale antiterrorismo con particolare attenzione all’Afghanistan.

Vladimir Voronkov, sottosegretario generale dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro il terrorismo, si rivolge al Consiglio di sicurezza. Foto: ONU, Manuel Elias

In secondo luogo, mentre il flusso di combattenti stranieri dell’ISIL che tornano a casa è più lento di quanto temuto, i pericoli posti dall’esperienza di fabbricazione di bombe acquisita nelle zone di conflitto (come la preparazione di ordigni esplosivi improvvisati e droni armati) sono le principali preoccupazioni.

Gli ex combattenti nei loro paesi d’origine hanno il potenziale di radicalizzare gli altri, sia nel sistema carcerario o nella società in generale, e gli Stati membri continuano a incontrare difficoltà nel valutare i rischi che essi pongono e devono sviluppare strategie su misura per il loro ritorno e trasferimento.

E in terzo luogo, l’evoluzione dell’ISIL (da una struttura proto-statale a una rete nascosta) ha portato le finanze del gruppo sottoterra, rendendole molto più difficili da rilevare: ha ancora la capacità di convogliare fondi attraverso i confini, spesso attraverso paesi intermedi, fino a la loro destinazione finale.

Riferendosi al rapporto, Voronkov ha osservato che gli Stati membri e la comunità internazionale devono continuare a rinnovare i loro sforzi per contrastare la minaccia globale in evoluzione dall’ISIL.

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