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L’Italia nel Consiglio dei Diritti Umani. Nonostante la “tirata d’orecchie” di Bachelet

L'ambasciatrice all'ONU Mariangela Zappia ha promesso costante impegno sulle battaglie di sempre: lotta alla xenofobia e alla pena di morte in primis

La sala dove si riunisce il Consiglio dei Diritti Umani a Ginevra (Wikimedia).

Non è passato molto tempo da quando l'Alto Commissario per i Diritti Umani Michelle Bachelet prometteva l'invio di personale in Italia per vigilare sugli atti di violenza e razzismo verso migranti e rom. "Qui pro quo poi" chiarito, aveva assicurato il ministro Moavero, direttamente con Bachelet. Ora, nonostante le polemiche per il pugno duro di Salvini sull'immigrazione, l'Italia viene eletta a larga maggioranza membro del Consiglio dei Diritti Umani

L’Italia membro del Consiglio dei Diritti Umani per il triennio 2019-2021. L’elezione ha visto 180 su 189 voti a favore: il nostro Paese si è quindi posizionato primo tra i candidati del Gruppo Europa Occidentale e Altri (WEOG) di cui fa parte, davanti a Austria (171) e Danimarca (167). Il ministero degli Esteri ha espresso soddisfazione per quello che ha definito un “importante riconoscimento” da parte della comunità internazionale dell’impegno italiano nel difendere i diritti umani. “L’elevatissimo numero di voti espressi oggi dagli Stati  membri delle Nazioni Unite a favore della nostra candidatura – ha sottolineato Enzo Moavero – dimostra il significativo e convinto apprezzamento dell’intera Comunità Internazionale per l’intenso e costante impegno dell’Italia a favore della tutela e della difesa dei diritti umani. Diritti che sono un pilastro dell’ordinamento giuridico della Repubblica e un riferimento imprescindibile della politica estera italiana. Un consenso così ampio è stato reso possibile dall’efficace azione, portata avanti con coerenza, determinazione di risultato e genuino spirito di squadra, grazie alla mobilitazione dell’intera rete diplomatica e della Farnesina”.

Soddisfazione anche da parte della Rappresentanza Permanente dell’Italia all’ONU. “Siamo soddisfatti e grati ai paesi membri delle Nazioni Unite che oggi si sono espressi unanimemente a favore del nostro ingresso in Consiglio Diritti Umani”, ha commentato l’ambasciatrice italiana Mariangela Zappia. “È un risultato che conferma il nostro tradizionale impegno nella protezione e promozione dei diritti umani nel mondo e il patrimonio di credibilità di cui il nostro Paese gode su queste specifiche tematiche e alle Nazioni Unite in generale. Credo sia anche un riconoscimento importante del lavoro della nostra diplomazia e della fede che l’Italia ripone nel multilateralismo quale metodo imprescindibile per affrontare le sfide di oggi – dalle migrazioni al  cambiamento climatico – e per risolvere le questioni più delicate tra Stati e tra istituzioni e cittadini, proprio come quelle legate al rispetto dei diritti della persona”.

Non solo: l’Ambasciatrice ha promesso un impegno costante nelle battaglie che l’Italia ritiene prioritarie, come “condanna della xenofobia e contrasto a ogni forma di discriminazione, pena di morte, diritti di donne e bambini, lotta al traffico di esseri umani”. Da sottolineare il riferimento alla lotta alla xenofobia, dopo che il neo Alto Commissario per i Diritti Umani Michelle Bachelet aveva, proprio su questo punto, espresso preoccupazione per lo stato dell’arte in Italia. Non solo: Bachelet aveva annunciato l’intenzione di inviare “personale in Italia per valutare il riferito forte incremento di atti di violenza e di razzismo contro migranti, persone di discendenza africana e Rom”. A quella “minaccia”, il vicepremier leghista Matteo Salvini aveva risposto ventilando tagli ai generosi contributi italiani alle Nazioni Unite. Due settimane più tardi, giunto a New York per l’Assemblea Generale, il ministro degli Esteri Moavero, che ha incontrato Bachelet in occasione di un evento sulla pena di morte, ha assicurato di aver avuto l’opportunità di chiarirsi con l’Alto Commissario.

Bachelet non era peraltro la prima, da quella carica, a tirare le orecchie all’Italia sui migranti: il suo predecessore, il principe giordano Zeid Ra’ad Al Hussein, aveva definito “inumano” l’accordo con Tripoli negoziato dal governo Gentiloni – ministro dell’Interno Marco Minniti – per chiudere la rotta libica ai migranti, nonostante i gravissimi e ben noti abusi della loro sicurezza e dignità a cui erano – e sono – sottoposti nel Paese nordafricano. Negli ultimi mesi, poi, la linea dura e la propaganda aggressiva del ministro Salvini sull’immigrazione ha ulteriormente infuocato il dibattito: la chiusura dei porti, la delegittimazione delle Ong, l’approvazione del decreto sicurezza (che abolisce la protezione umanitaria e prevede un restringimento degli Sprar) hanno portato sul piede di guerra associazioni, opposizioni politiche e porzioni della società civile in prima linea per la difesa dei diritti umani, in particolar modo dei migranti.

Ben al di là del caso italiano, il Consiglio ha incassato negli anni diverse critiche per aver accolto tra i suoi membri Paesi che non possono essere certamente definiti campioni nella difesa dei diritti umani: può far discutere, ad esempio, la presenza di Stati come Arabia Saudita, Egitto, Cina o Pakistan. Gli stessi Stati Uniti si sono recentemente ritirati dal consesso, denunciandone l’ipocrisia e i doppi standard, con riferimento, in particolare, all’attivismo delle Nazioni Unite nel censurare Israele e la parallela tolleranza – aveva detto Haley – verso alcuni dei “regimi più disumani del mondo”.

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