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Migranti, Grandi all’ONU punta il dito contro “il linguaggio tossico della politica”

Il rischio è che gli appelli dell'Alto Commissario e l'apparente risposta positiva del Consiglio di Sicurezza continuino a non tradursi in impegni concreti

Press Encounter by Mr. Filippo Grandi, United Nations High Commissioner for Refugees (UNHCR). UN Photo/Eskinder Debebe

Intanto, nessuno discute dell'opportunità di smantellare, o perlomeno sospendere, l'accordo con la Guardia Costiera libica per chiudere ai migranti la rotta europea con la recente escalation in Libia (che fino a qualche giorno fa Salvini definiva un porto sicuro); l'Europa – i cui rappresentanti in Consiglio di Sicurezza sembrano sostenere una gestione condivisa delle migrazioni – resta profondamente disunita nel riceverle; gli USA, che pure all'ONU affermano di condividere i principi enunciati da Grandi, non hanno firmato neppure il Global Compact on Refugees...

Era lo scorso novembre, l’ultima volta che Filippo Grandi, Alto Commissario ONU per i rifugiati, teneva un briefing al Consiglio di Sicurezza con un ordine del giorno sufficientemente ampio da permettergli di toccare tutti i dossier a suo avviso urgenti quando si parla di flussi migratori. Cinque mesi fa, si era rivolto al Consiglio sottolineando che “il forte aumento degli spostamenti forzati riflette le debolezze della cooperazione internazionale e il declino della capacità di prevenire, contenere e risolvere i conflitti”. Cinque mesi dopo, Grandi ha richiamato nuovamente l’attenzione della comunità internazionale su una situazione globale a cui si fatica a fornire una risposta politica efficace, e che è spesso oggetto di propaganda e pregiudizi. Il capo dell’UNHCR ha fatto riferimento a una “stigmatizzazione senza precedenti di rifugiati e migranti”, a “risposte sempre più inadeguate”, e alla sensazione diffusa di assistere a “una crisi opprimente”.

Crisi per chi?, si è chiesto. Non certo per coloro che ne agitano lo spauracchio, ha fatto capire l’Alto Commissario, ma per le madri che fuggono con i propri figli da situazioni di violenza, per i minori che scappano da violazioni di diritti umani, per i governi che, pur con poche risorse a disposizione, aprono i propri confini e accolgono i richiedenti asilo. Grandi ha anzi criticato la tendenza di coloro che, dalla parte privilegiata del mondo, descrivono questa crisi come “ingestibile”. Perché il grosso del peso dei movimenti di popolazione, ha ricordato, continuano a sostenerlo i Paesi poveri e in via di sviluppo.

Nel quadro dei quasi 70 milioni di sfollati e rifugiati nel mondo, Grandi ha fatto riferimento ad alcuni dossier in particolare. Innanzitutto la Libia, che negli ultimi giorni ha visto rinfocolare la guerra civile, con le truppe del generale Khalifa Haftar in avanzata verso Tripoli, il raid delle scorse ore sull’aeroporto internazionale della città e, nella notte, l’incursione rivendicata dall’Isis nel villaggio di Al Fuqaha nel distretto di Jufra, a oltre 600 km a sud-est della capitale. Un quadro che sembra peggiorare di ora in ora, tanto che l’inviato speciale del Segretario Generale in Libia Ghassan Salame ha fatto capire oggi che la Conferenza nazionale libica fissata dal 14 al 16 aprile a Gadames dovrà essere rimandata: “Farò tutto ciò che è in mio potere per poter tenere la Conferenza il prima possibile”, ha promesso.

Grandi ha quindi specificato che l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) e l’UNHCR, nonostante abbiano dovuto ridurre il personale a causa del conflitto come le altre agenzie ONU, sono ancora presenti in Libia, impegnate a cercare di guadagnare l’accesso nei centri di detenzione. Il leader dell’agenzia ONU per i rifugiati si è unito al Segretario Generale nel chiedere la fine dell’escalation militare, e ha invitato il Consiglio di Sicurezza a rispondere con efficacia alle “cause all’origine del conflitto”. Ma ha anche ricordato che l’azione della Guardia Costiera libica, a cui l’Europa – Italia in primis – ha “appaltato” a suon di miliardi il salvataggio dei migranti in mare, non è affidabile, e che la maggioranza dei rifugiati nel Paese vivono in condizioni di detenzione “orribili e inaccettabili”. L’Alto Commissario ha quindi invitato, ancora una volta, l’Europa a stabilire un sistema di asilo comune, basato su una responsabilità veramente condivisa.

Un invito reiterato ciclicamente da più parti almeno dall'”esplosione” della crisi migratoria del 2015, ma che, fino ad oggi, è rimasto lettera morta. Difficile, pertanto, vedere ad esempio nella dichiarazione francese di difesa del “rispetto incondizionato del diritto d’asilo in Europa e in tutto il mondo”, ma soprattutto a favore di quella tanto agognata “responsabilità condivisa” – addirittura definita un “dovere morale” – un reale segnale di maggiore disponibilità a livello europeo a cambiare quelle regole che, ad oggi, sfavoriscono i Paesi più geograficamente esposti alle ondate migratorie, e che non consentono di gestire il fenomeno in maniera più equilibrata ed efficace.

Del resto, proprio tale drammatica inefficacia europea è stata all’origine di quell’accordo, da tanti considerato aberrante, con la Guardia Costiera libica che l’attuale Governo ha ereditato dai suoi predecessori, pur di diverso segno politico. A questo proposito, vale la pena almeno ricordare che, durante la sua visita in Libia nelle ore in cui iniziava l’avanzata di Haftar, Guterres osservava su Twitter: “A questo punto, nessuno può dire che la Libia sia un porto sicuro di sbarco”. Una tesi, quest’ultima, sostenuta dal ministro dell’Interno Matteo Salvini (che giorni fa la attribuiva addirittura alla Commissione europea, salvo poi essere sonoramente smentito), il quale però, nelle ultime ore, è sembrato più cauto del solito: “La Libia oggi porto sicuro? Nemmeno l’aeroporto è sicuro” ha ammesso. Per poi puntualizzare che “la Guardia costiera libica va ringraziata perché salva vite in mare”. In pratica, nonostante le nuove scintille di guerra civile, nessuno parla di smantellare, o perlomeno di sospendere, l’accordo con Tripoli sui migranti, che li imprigiona in territorio di conflitto dove, per di più, i diritti umani sono sistematicamente disprezzati.

Se dall’ultimo briefing complessivo di Grandi a novembre la situazione libica è addirittura peggiorata, anche altri dossier restano problematici: il capo dell’UNCHR ha ricordato la situazione venezuelana, che la comunità internazionale, ha detto, è solita affrontare dal punto di vista politico, meno da quello umanitario. Sono infatti 3 milioni e mezzo le persone che hanno dovuto lasciare il Paese, molte delle quali accolte dai vicini sudamericani che hanno dimostrato, ha detto Grandi, una solidarietà “straordinaria”. Un’ospitalità, ha avvertito, che non andrebbe data per scontata. Quindi la Siria: la maggioranza dei rifugiati originari di quel Paese vorrebbe tornarci, ha osservato Grandi, ma molti esitano legittimamente a farlo a causa di timori legati alla sicurezza, alla logistica, a possibili rappresaglie e ad ostacoli di tipo legale e amministrativo. Altro dossier affrontato, quello del Myanmar, dove l’implementazione del Memorandum of Understanding da parte del Governo, che pure si è impegnato a portare avanti alcuni progetti di sviluppo, procede in modo molto, troppo lento.

Certo: dallo scorso novembre, l’approvazione del Global Compact on Refugees e del suo “gemello” sulle migrazioni fornisce agli stati “uno schema per trovare soluzioni più efficaci”, non solo “dal punto di vista umanitario” ma anche “a lungo e medio termine”. Bisogna però ricordare che anche su tale iniziativa la comunità internazionale si è divisa, con una schiera di Stati, tra cui l’Italia, che non ha appoggiato il Global Compact for Migration, e gli Stati Uniti che – insieme all’Ungheria – non hanno sostenuto neppure quello sui rifugiati. Nonostante ciò, l’ambasciatore americano Jonathan Cohen ha sottolineato che “come hanno affermato molti colleghi, il Global Compact on Refugees fornisce una base per una risposta prevedibile e una maggiore condivisione degli oneri tra gli Stati membri. Supportiamo gli obiettivi primari del Compact. Incoraggiamo i Paesi che non ospitano rifugiati e i paesi che non forniscono assistenza umanitaria a fare di più. Sosteniamo l’allentamento delle pressioni sui Paesi che danno accolgienza, anche attraverso la scelta di Paesi terzi, e facilitando le opportunità al di là del tradizionale reinsediamento. Sosteniamo inoltre gli sforzi volti a migliorare le condizioni nei paesi di origine per consentire rendimenti sicuri e volontari”. Cohen ha peraltro ricordato che gli Stati Uniti sono il primo finanziatore dell’UNHCR, e ha incoraggiato altri Stati a contribuire più generosamente per sostenere il lavoro dell’organizzazione. Sarà però utile ricordare che gli stessi pur generosi finanziamenti americani sono crollati, dal 2018 al 2019, scendendo da più di un miliardo e mezzo di dollari a 450 milioni di dollari.

Insomma: se da un lato bisogna sottolineare la decisione della presidenza tedesca del Consiglio di Sicurezza – a cui Grandi ha riconosciuto di rappresentare un Paese tra i principali sostenitori della causa dei rifugiati – di consentire al capo dell’UNHCR un briefing complessivo sulla questione, allo stesso tempo il rischio è che gli appelli dell’Alto Commissario, apparentemente ben accolti dal Consiglio, continuino a non tradursi in politiche concrete. Non è un caso che Grandi abbia voluto chiudere il proprio intervento sottolineando che “negli ultimi 3 decenni e mezzo, non ho mai visto tanta tossicità, tanto veleno nella politica, sui media, sui social media, nelle discussioni di ogni giorni, quando si parla di rifugiati, di migranti e di stranieri”. Tale tendenza, ha detto, “dovrebbe preoccuparci”, anche perché il suo frutto più avvelenato è rappresentato da quanto accaduto in Nuova Zelanda. In quel caso, l’orrore è stato compensato dalla risposta della popolazione e della leadership – ha osservato Grandi – nel riaffermare i valori di solidarietà e inclusione. Ma il rischio che risposte di questo tipo si facciano sempre più rare e in controtendenza appare, ad oggi, molto elevato.

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