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I fantasmi di Chernobyl che si specchiano sul Palazzo di Vetro e sul futuro

Il 2019 si è concluso con una risoluzione da teatro dell’assurdo delle Nazioni Unite, che esorta a “mitigare e minimizzare" le conseguenze del disastro nucleare

Un'immagine della città fantasma di Chernobyl (needpix/pripyat)

Fra l’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione, l’alternativa in teoria dovrebbe essere chiara per chiunque. Ma con gli ottusi protezionismi, nazionalismi e sovranismi che riemergono - da sempre portatori di miseria e di sciagure -  chiunque abbia sottomano un libro di storia può capire

C’è ancora chi ricorda l’esplosione di Chernobyl? La data era il  26 aprile 1986, quasi trentaquattro anni orsono, che per i tempi della radioattività sono appena una frazione di secondo. Ma per la memoria dei politici, e di un’opinione pubblica sempre più disorientata, è come se la tragedia nucleare fosse accaduta in un’era geologica lontana.

Io a Chernobyl ci sono stato dieci anni dopo l’incidente, per un giorno e una notte, quando era già chiaro che gli effetti devastanti del disastro sarebbero durati per secoli e forse per millenni.

Si dormiva sottoterra dentro un bunker, dopo avere fatto le docce e i controlli con i contatori Geiger. Fuori, a Chernobyl e nella vicina cittadella atomica di Pripyat, si vedevano solo scheletri di edifici  ricoperti da una specie di cenere grigiastra, uomini con gli scafandri bianchi anti-radiazioni e cani abbandonati.

A tutto ci si abitua. Ricordo la conversazione con una donna incontrata dentro il bunker che faceva dei controlli tecnici e aveva la capigliatura di un surreale color verde trasparente. Radiazioni o scelta sbagliata del colore? Mi parve indelicato approfondire.  “Non mi lamento”, diceva. “Lavoro qui solo due settimane e il resto del mese sono a Kiev. Così guadagno il doppio, mi fanno i controlli medici e ho l’alloggio gratis. Finché dura l’emergenza, almeno, riesco a mantenere i figli che vanno all’università”.

L’emergenza di Chernobyl durerà sicuramente a lungo. Perché la zona radioattiva intorno alla torre esplosa di Pripyat  venga messa in sicurezza, occorrerebbero lavori ciclopici del costo di decine miliardi  che nessuno è  disposto a finanziare. Gli scienziati avvertono che la contaminazione per centinaia di anni, e in alcuni punti perfino per millenni, rimarrà troppo elevata.

Chernobyl, di conseguenza, a meno di un miracolo della solidarietà globale, per un tempo indefinito rimarrà come uno di quei quadri allucinati di Arnold Böcklin che ispirarono Savinio e suo fratello De Chirico. Titolo:  “La città dei morti.”

E l’ONU? La domanda è ingenua. Le Nazioni Unite, è vero, attraverso la IAEA (International Atomic Agency) alla quale aderiscono oltre 150 paesi, sarebbero in teoria la sola istituzione sopranazionale indipendente e qualificata per affrontare i tre obiettivi che, nell’era atomica, sono i  più fondamentali per  la sopravvivenza dell’umanità: 1) sicurezza degli impianti nucleari; 2) interventi nel caso di disastri come Chernobyl; 3) controlli anti-proliferazione rigorosi e non discriminatori, come punto di partenza per rilanciare un nuovo piano di disarmo nucleare.

Utopia? Purtroppo  il clima politico globale si muove in senso opposto a quello che la logica imporrebbe. Le Nazioni Unite, ignorate e umiliate dalle cosiddette Grandi Potenze, e in primo luogo dagli Stati Uniti, scivolano verso la progressiva irrilevanza.

L’ONU, con un bilancio dissestato dalla riluttanza dell’America a pagare le sue quote (gli arretrati degli Stati Uniti si aggirano sul mezzo miliardo di dollari)  a ogni nuova crisi rinnova i suoi appelli bene intenzionati ma che cadono nel vuoto.

Ironicamente il 2019 si è concluso con una  risoluzione da teatro dell’assurdo dell’Assemblea Generale, che esorta la comunità mondiale a “mitigare e minimizzare le conseguenze del disastro di Chernobyl”.

Come? Il 26 aprile 2021, in occasione del 35esimo  anniversario della sciagura nucleare, i paesi firmatari organizzeranno una serie di avvenimenti culturali e di “giornate della memoria”. Tutto qui.

Il 2020, con la crisi Iran – Stati Uniti che si incendia e si raffredda a fasi alterne, non promette bene. Il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres deplora vivamente, sollecita riunioni del Consiglio di Sicurezza e lancia appelli al dialogo. Più di questo non può fare.  Se si mette contro gli interessi dei paesi che hanno il veto, rischia di finire come il suo predecessore Hammarskjøld,  ucciso in un incidente aereo assai sospetto in Congo perché insisteva nel voler fare il suo mestiere. 

Fra l’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione, l’alternativa in teoria dovrebbe essere chiara per chiunque. Ma con gli ottusi protezionismi, nazionalismi e sovranismi che riemergono – da sempre portatori di miseria e di sciagure –  chiunque abbia sottomano un libro di storia può capire.

Nel secolo passato, che non è poi tanto lontano, con Sarajevo prima, e poi con la crisi dei Sudeti, il corridoio di Danzica e la blitzkrieg che doveva durare solo cento giorni, il disastro di due guerre mondiali incominciò cosi. Facciamoci l’augurio che, questa volta, l’ottimismo della volontà prevalga. Ma prepariamoci anche al peggio. 

   

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