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Abbas al Consiglio di Sicurezza replica al piano di Trump: no al “formaggio svizzero”

In una accesa riunione al Palazzo di vetro, il presidente palestinese Mahmoud Abbas critica aspramente il piano di pace disegnato dagli USA con Israele

12 febbraio 2020: nella foto d'archivio Mahmoud Abbas durante il suo intervento al Consiglio di Sicurezza dell'ONU (foto ONU/Eskinder Debebe)

A due settimana dalla presentazione alla Casa Bianca del piano di pace sul conflitto israelo-palestinese da parte del Presidente Trump e il premier Netanyahu , il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha avuto il palcoscenico del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per poter replicare. Il presidente palestinese ha detto al Consiglio di Sicurezza che il piano americano non porterà pace e stabilita alla regione, dato che annullerebbe i diritti della Palestina, ed il diretto di autodeterminazione. Inoltre, il piano creerebbe uno stato palestinese che, in effetti, sembrerebbe “come un formaggio svizzero”, ha aggiunto il presidente, con cosi tanti insediamenti israeliani rimasti.

“Vorrei ribadire che questo piano, o qualsiasi parte di questo piano, non dovrebbe essere considerato come un riferimento internazionale per i negoziati”, ha detto. “Questo è un piano preventivo israeliano-americano per porre fine alla questione della Palestina. È stato respinto da noi perché ritiene che l’est di Gerusalemme non sia più sotto la sovranità dello stato di Palestina: questo da solo è sufficiente per noi di respingere questo piano”.

Il segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, con il presidente palestinese e l’ambasciatore israeliano presente nella camera del Consiglio di Sicurezza, dal canto suo ha ribadito il continuo sostegno dell’ONU per una soluzione a due stati: “questo è un momento di dialogo, di riconciliazione, di ragione”, ha affermato.

“Esorto i leader israeliani e palestinesi a dimostrare la volontà necessaria per far avanzare l’obiettivo di una pace giusta e duratura, che la comunità internazionale deve sostenere.”

Questi obiettivi di pace e sostegno internazionale devono essere giusto per entrambi le parti, ma vengono seguiti da tutti quanti? Il piano americano di Donald Trump avrebbe legalizzato gli insediamenti israeliani in Cisgiordania ed all’est di Gerusalemme, ed avrebbe consentito l’annessione di parti della Cisgiordania, mentre Gerusalemme sarebbe rimasta la capitale “indivisa” di Israele, tra le altre proposte.

Un piano del genere viene respinto dai palestinesi, soprattutto per le condizioni che non include alcun beneficio per un futuro stato della Palestina. Per questo, il coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente Nickolay Mladenov, ha riferito che è stato respinto dal governo palestinese, dalla Lega degli Stati Arabi, dall’Organizzazione della Cooperazione Islamica e da alcuni membri dell’Unione africana.

“Oggi è il momento di ascoltare le proposte su come far avanzare il processo”, ha affermato l’inviato dell’ONU Mladenov, “e di ritornare su un quadro di mediazione reciprocamente concordato che garantisce il riavvio di negoziati significativi”.

Come ci si poteva aspettare, l’ambasciatore israeliano Danny Danon pensa che il piano americano abbia invece un “approccio sano” e, nel suo intervento al Consiglio di SIcurezza,  ha aggiunto: “Ciò che questo piano fa diversamente è rifiutare di accettare gli stessi concetti obsoleti dei precedenti piani di pace. Questo piano rifiuta di accettare che l’unico modo per risolvere il conflitto è con una formula fallita da oltre 70 anni”. Inoltre, Danon ha spiegato: “il piano rappresenta il requisito di un approccio realistico che non ha paura di incorporare idee innovative per rispondere alle preoccupazioni di entrambe le parti. Rappresenta la necessita di un approccio pragmatico per risolvere un problema complesso”.

L’inviato dell’ONU Mladenov ha espresso la speranza nella richiesta del Segretario Generale di una soluzione al conflitto ed un impegno costruttivo tra le parti. “Non esiste un altro quadro tranne quello su cui israeliani e palestinesi concordano insieme, un quadro basato sulle pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite, sul diritto internazionale e sugli accordi bilaterali”, ha affermato. “In assenza di un percorso credibile per tornare ai negoziati, affrontiamo un rischio elevato di violenza. La violenza, che trascinerà entrambi i popoli – e la regione – in una spirale di escalation senza fine in vista”.

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