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Morte Mario Paciolla in Colombia, le tante domande e il silenzio delle Nazioni Unite

Mentre si moltiplicano i dubbi sulle circostanze della morte del volontario ONU, poche e vaghe risposte otteniamo dalle Nazioni Unite alle nostre domande

Alla luce dei nuovi elementi emersi negli ultimi giorni, al consueto press briefing con il portavoce del Segretario Generale ONU, noi della "Voce" abbiamo chiesto con insistenza di quali informazioni è attualmente in possesso la sede centrale delle Nazioni Unite, e quale posizione ha assunto Antonio Guterres sul caso. Vaghe, per ora, le risposte che abbiamo ricevuto: "Siamo stati informati dalla Missione il 15 luglio della morte del volontario ONU Mario Paciolla", ci ha detto il portavoce, aggiungendo che la stessa Missione ha inviato le proprie condoglianze alla famiglia. Ci è stata quindi confermata l'indagine interna portata avanti dalla Missione e la collaborazione con quella condotta dalle autorità locali. Nessuna informazione, invece, in merito all'autopsia, rispetto alla quale ci hanno rimandato direttamente alle autorità locali. Intanto, la giornalista colombiana Claudia Julieta Duque, amica di Mario, sostiene che Paciolla le avrebbe riferito le accuse, ricevute da una collega, di "essere una spia"...

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Mario Paciolla, 1987-2020 (Illustration by Antonella Martino)

La salma di Mario Paciolla, il volontario ONU trovato senza vita lo scorso 15 luglio nel suo appartamento a San Vicente del Caguán (Colombia), è rientrata in Italia venerdì scorso, 24 luglio. Nessuna chiarezza, però, è stata fatta su che cosa sia accaduto davvero al 33enne napoletano. Chi lo conosceva ha subito escluso l’ipotesi del suicidio, sventolata nelle prime ore dalle autorità locali, ma contraddetta da diversi dettagli che stanno lentamente emergendo sulla vicenda. Pochi, per la verità: perché le ultime ore di Paciolla continuano a essere letteralmente avvolte nel mistero. Ma c’è chi ha provato a ricostruire i rari elementi disponibili: in primis, il rapporto “travagliato” tra Mario e i suoi superiori della Missione delle Nazioni Unite in Colombia.

A parlarne è stata la giornalista investigativa Claudia Julieta Duque, corrispondente di Radio Nizkor proprio in Colombia. Le sue inchieste hanno fatto luce, tra le altre cose, su vicende di corruzione e spionaggio e alleanze criminali tra agenti dello Stato e gruppi paramilitari. Duque conosceva bene Mario e ne era amica: così, in un lettera-articolo rivolta al “poeta e giornalista” e pubblicata su El Espectador, allinea sulla pagina alcune informazioni che potrebbero aiutare a ricostruire gli ultimi giorni del cooperante italiano. A partire da quando è stato ritrovato senza vita da una collega, a meno di 24 ore dall’uscita dell’ultimo rapporto della Missione ONU che avrebbe dovuto “raccogliere le tue osservazioni come volontario dell’organizzazione nella regione del Caquetá”, scrive la giornalista: ma “proprio come è successo con la tua morte”, prosegue, “l’Onu è rimasta in silenzio”.

Diverse le criticità che, secondo Duque, sarebbero state individuate da Paciolla rispetto all’operato della Missione delle Nazioni Unite preposta a supervisionare l’attuazione dell’accordo di pace tra il Governo colombiano e le FARC (nelle righe che seguono, citiamo la traduzione italiana dell’articolo della giornalista pubblicata di recente dal Manifesto):

L’ipotesi del suicidio risulta inverosimile per chi come noi conosce la tua vitalità, il tuo sorriso e anche le tue critiche alla Missione quando un collega si ammalava di dengue e il tempo passava senza che fosse trasferito in un’altra città per ricevere l’attenzione medica adeguata. Ti chiedevi cosa sarebbe successo se ti avesse morso un serpente, se ti fossi ammalato gravemente a San Vicente. Sapevi già a chi ti saresti rivolto se fosse successo qualcosa del genere: non sarebbe stato qualcuno all’interno dell’ONU, perché ti preoccupava che la pachidermica burocrazia ti avrebbe lasciato ancora più esposto a incidenti e malattie.

Mario Paciolla, il volontario ONU deceduto in Colombia.

Poco prima di morire, riferisce Duque, Mario avrebbe “sbloccato il lucchetto che assicurava la recinzione del tetto che dava sulla terrazza” del piccolo edificio dove viveva, “in ottica preventiva”: è lì, si chiede la giornalista, che lo hanno trovato?

Nonostante il tuo contratto con la Missione doveva terminare il 20 di agosto, qualcosa è successo quel 10 di luglio. Quel giorno hai avuto un’accesa discussione con i tuoi capi, come hai raccontato il giorno successivo a Anna Motta, tua madre, mentre le dicevi che avresti anticipato il tuo viaggio. Ti sentivi disgustato.

 

In questi ultimi giorni hai insistito molto sul fatto che per te non fosse più sicuro rimanere in Colombia e nella Missione. Per questo hai sbloccato quel lucchetto e hai preparato la tua partenza. Mercoledì 15 avresti dovuto viaggiare a Bogotá. Dovevi richiedere il permesso per viaggiare nel volo umanitario del 20 luglio, una pratica semplice da sbrigare per un funzionario internazionale.

Tra le discussioni recenti avvenute con i colleghi dell’ONU, Duque fa riferimento anche all’accusa, che sarebbe stata mossa a Mario da una collega la terza settimana di giugno in occasione di una “riunione informale a Florencia”, di “essere una spia”.

Lo hai raccontato sorridendo, perché ti sei sempre preso gioco dell’assurdo. Oggi, con il tuo sorriso spento dalla tua violenta e improvvisa dipartita, mi chiedo se quello non fosse un primo segnale del pericolo che stavi correndo. Cos’è successo quel giorno, chi ti ha accusato con toni così pesanti, quali provvedimenti ha preso Sergio Pirabal, responsabile dell’Ufficio Regionale, mio ex collega nella Commissione per la Verità in Guatemala?

 

Sempre sorridendo hai commentato il recente richiamo da parte dell’ONU per aver manifestato il tuo disaccordo nella forma, per te discriminatoria, con la quale la Missione stava gestendo la pandemia. Mentre ad altri funzionari si offrivano viaggi e telelavoro, la norma per i volontari è stata la solitudine e l’isolamento.

E ancora:

Non credo alla tesi del suicidio per solitudine e depressione che diversi tuoi amici vorrebbero accettare per dare un senso al proprio dolore. E non credo che per fare una autopsia si impieghino 10 o 20 giorni. Forse per le analisi tossicologiche, ma gli esami forensi dovrebbero essere già pronti e dovrebbero essere resi pubblici dall’Istituto Nazionale di Medicina Legale.

 

So dei tuoi malumori interni nei confronti di un’organizzazione che nel 2019 nel suo rapporto ha dedicato soltanto un paragrafo di sei linee al bombardamento militare nel quale sono morti 18 bambini e bambine reclutate dalla dissidenza delle Farc, dove si è infierito su alcuni corpi giá morti, un evento che ha determinato le dimissioni dell’allora ministro della Difesa, Guillermo Botero.

 

So che hai documentato altri casi del genere, come il dislocamento forzato delle famiglie dei bambini uccisi e dell’assassinio di altre persone. So che ti dava fastidio la leggerezza dei toni dei rapporti dell’ONU, la complessa relazione di alcuni membri della Missione con l’esercito e la polizia, la contrattazione di civili che avevano lavorato per le forze militari, la passività di questa organizzazione di fronte ai bombardamenti contro i civili nel sud del Meta [NdT, regione a nord del Caquetà] e l’aumento degli omicidi selettivi degli ex combattenti delle Farc.

A sollevare dubbi sulla vicenda, anche il giornalista, corrispondente dell’ANSA a Buenos Aires, Maurizio Salvi: “Il corpo di Mario Paciolla è stato trasferito dalla Colombia in Italia con una consegna di segretezza assoluta. Perché? Di cosa si aveva paura? Si è cercato di far dimenticare la sua morte sapendo che la verità su di essa non sarà mai detta?”, si è chiesto su Twitter. Poi, in risposta ad un utente che gli domandava cosa significasse “consegna di segretezza assoluta” (“chi la chiede? Chi la concede?”), Salvi ha formulato un’accusa molto grave: “Significa che i governi si sono messi d’accordo per impedire ai media di accedere alla documentazione sulla morte di Mario. L’ho provato sulla mia pelle. Silenzio dell’Onu, silenzio della Procura, silenzio dell’ambasciata e quindi silenzio indotto dei media italiani e colombiani”.

La scorsa settimana, la Missione ONU in Colombia ci aveva riferito, a una nostra richiesta di chiarimenti, che stava collaborando con le investigazioni delle autorità colombiane, e, in una nota ufficiale, aveva affermato di aver avviato un’indagine interna.

Alla luce dei nuovi elementi emersi negli ultimi giorni, al consueto press briefing con il portavoce del Segretario Generale ONU, noi della “Voce” abbiamo chiesto con insistenza di quali informazioni è attualmente in possesso la sede centrale delle Nazioni Unite, e quale posizione ha assunto Guterres sul caso. Vaghe, per ora, le risposte che abbiamo ricevuto: “Siamo stati informati dalla Missione il 15 luglio della morte del volontario ONU Mario Paciolla”, ci ha detto il vice portavoce Farhan Haq, aggiungendo che la stessa Missione ha inviato le proprie condoglianze alla famiglia. Ci è stata quindi confermata l’indagine interna portata avanti dalla Missione e la collaborazione con quella condotta dalle autorità locali. Nessuna informazione, invece, in merito all’autopsia, rispetto alla quale ci hanno rimandato, per avere notizie “di prima mano”, direttamente alle autorità locali.

Alla Missione ONU in Colombia, invece, abbiamo chiesto un commento in merito alla ricostruzione di Claudia Julieta Duque e informazioni più circostanziate riguardo all’autopsia (o autopsie, visto che si parla di due differenti approfondimenti condotti dalle autorità colombiane e italiane). Al momento in cui pubblichiamo questo articolo, siamo in attesa di risposte. Da parte nostra, continueremo a porre domande.

Qui sotto, le dichiarazioni rilasciate la scorsa settimana dal sindaco di Napoli Luigi De Magistris, che ha chiesto venga stabilita verità e fatta giustizia sulle circostanze della morte di Mario Paciolla.

 

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