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Gli stupri di guerra e il dramma invisibile di migliaia di donne ridotte schiave

In un anno l'Onu registra migliaia di casi di violenza sessuale nelle zone di conflitto. La denuncia di Pramila Patten al Consiglio di Sicurezza non basta

Una madre di 27 anni era di ritorno a casa dopo aver comprato del cibo per i suoi figli quando 23 soldati l'hanno rapita. Undici giorni di calvario, durante il quale è stata ripetutamente violentata. Le hanno conficcato dei chiodi nel corpo e oggetti di plastica nella vagina... Non c’è abbastanza giustizia per le vittime e troppi sono ancora gli ostacoli che impediscono di denunciare le violenze subite...

Combattere la violenza sessuale nelle zone di guerra è diventata una priorità assoluta. Sono innumerevoli le storie ancora avvolte nel silenzio di donne e giovani ragazze stuprate da soldati, civili e combattenti, a volte addirittura costrette a sposare i propri aguzzini. Etiopia, Sud Sudan, Congo, Siria, Yemen, Nigeria… sono moltissimi i paesi in cui questo brutale crimine viene utilizzato come strumento politico di sottomissione e controllo, un’arma biologica e psicologica per disumanizzare e destabilizzare le popolazioni.

Ci troviamo in un momento in cui questo crimine, che avrebbe dovuto essere un capitolo chiuso della storia, è di nuovo in prima pagina“, ha denunciato Pramila Patten, rappresentante speciale dell’Onu per la violenza sessuale nei conflitti durante la riunione tenuta mercoledì dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Pramila Patten, rappresentante speciale del Segretario generale sulla violenza sessuale nei conflitti (UN Photo/Evan Schneider)

Era il 1992 quando scoppiò la guerra dei Balcani e in Bosnia Erzegovina migliaia di donne musulmane furono violentate dai soldati serbi. Trattate come schiave, torturate e messe incinta in quelli che poi vennero chiamati i “campi degli stupri”. Da quel momento, la violenza sessuale anche di massa, ha assunto il carattere di crimine contro l’umanità, perché usata come strumento di pulizia etnica. Ma gli abusi di guerra si ripetono ancora e ancora.

Nella regione del Tigray, in Etiopia, donne e ragazze vengono prese di mira dalle milizie etiopi ed eritree per impedire la nascita di nuovi tigrini. Sono emerse testimonianze scioccanti come quella di una 18enne, che durante un tentato stupro ha raccontato al New York Times di aver perso un braccio. Gli operatori sanitari e umanitari avvertono: i casi di violenza nella regione aumentano ogni giorno. Una madre di 27 anni era di ritorno a casa dopo aver comprato del cibo per i suoi figli quando 23 soldati l’hanno rapita. Undici giorni di calvario, durante il quale è stata ripetutamente violentata. Le hanno conficcato dei chiodi nel corpo e oggetti di plastica nella vagina. La giovane è solo una delle centinaia di vittime che ha riferito a Reuters le orribili brutalità.

Gli esperti dei diritti umani delle Nazioni Unite avvertono di un collegamento diretto tra la vulnerabilità pandemica, socioeconomica e il rischio di sfruttamento, compreso il lavoro forzato o di essere venduti, trafficati e sfruttati sessualmente (UNICEF / Noorani)

Donne ridotte a schiave sessuali. Così come in Siria, dove la condizione femminile continua a peggiorare. E le giornaliste siriane, che danno voce alle vittime di violenze, vengono a loro volta minacciate. Anche nella Repubblica Democratica del Congo, madri e figlie, nel tentativo di fuggire dagli attacchi dei ribelli, vengono assaltate dai soldati governativi.

Amnesty International ha raccolto la testimonianza di una donna nello Stato di Borno, in Nigeria, che mentre si nascondeva dai combattenti di Boko Haram, ha assistito allo stupro di alcune donne nella casa accanto alla sua. “Ho iniziato a sentire grida, urla e pianti. Avevo molta paura”. Un’altra testimone ha raccontato: “Ho visto il dolore sui loro volti. Le parti intime di una delle sopravvissute erano molto gonfie… più di una o due persone l’avevano violentata”.

La violenza sessuale perseguita gli sfollati in Sud Sudan. Una madre di quattro figli, Mary, è stata portata in ospedale e ha ricevuto medicine dopo un gruppo di uomini l’aveva aggredita (Flickr, Anouk Delafortrie, EU Civil Protection and Humanitarian Aid)

Nonostante il Consiglio di Sicurezza abbia adottato diverse risoluzioni, le Nazioni Unite hanno registrato migliaia di casi in 18 paesi solo lo scorso anno. C’è “un abisso tra risoluzioni e realtà” – ha commentato Pramila Patten durante la riunione – è il momento di “sradicare questo flagello”.

Ma il vero problema è la sottostima del fenomeno. Alcune sopravvissute hanno rotto il loro silenzio, ma molte altre temono la vergogna, l’isolamento e il rifiuto. “Stigma, insicurezza, paura di rappresaglie e mancanza di servizi” sono aggravate dalle misure di contenimento di Covid-19.

A poco è servito il servizio di supporto online perché le persone che vivono nei paesi più colpiti dalla pandemia a cui si sovrappone anche il conflitto, rimangono difficili da raggiungere. “Le donne emarginate tendono ad essere lasciate sempre più indietro in tempi di crisi e stress sociale“, ha detto la rappresentante speciale dell’Onu ai 15 membri del Consiglio.

6a celebrazione ufficiale della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sessuale nei conflitti (UN Photo/Loey Felipe)

È tempo di “una svolta storica”. Riprendersi dalla pandemia richiede un “approccio inclusivo” e “un cambio di paradigma” per mettere a tacere le armi e amplificare la voce delle donne, garantendone anche la rappresentanza. “Non è il momento di tornare allo status quo, – ha detto la funzionaria dell’Onu – ma piuttosto di scavare più a fondo e affrontare le cause profonde di questo problema come mai prima d’ora”.

Non c’è abbastanza giustizia per le vittime e troppi sono ancora gli ostacoli che impediscono di denunciare le violenze subite. Sebbene siano stati compiuti alcuni progressi nel diritto internazionale sugli stupri di guerra, gli abusi rimangono troppo frequenti e le risposte sono drammaticamente sottofinanziate.

Una ragazza di 12 anni (a destra) che vive in un campo per sfollati nello Stato del Nord Darfur, in Sudan, dice di essere stata violentata da soldati del governo. (UNICEF / Ron Haviv)

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