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Scegliere per se stesse, per le donne, è ancora un tabù: lo spiega Mariarosa Cutillo

La direttrice dell’ufficio partnership strategiche dell’UNFPA ci ha parlato del report sulla popolazione mondiale, evidenziando alcune problematiche

Mariarosa Cutillo

Lo UN Population Fund (UNFPA) ha pubblicato il suo annuale Rapporto sullo Stato della Popolazione Mondiale, che si focalizza sul tema dell’autonomia e dell’autodeterminazione corporea. Secondo quanto emerge, quasi la metà delle donne del mondo, un numero record, sono private della libertà di decidere del loro corpo e della loro salute.

Mariarosa Cutillo, direttrice dell’ufficio partnership strategiche dell’UNFPA, ha parlato con noi dei dati emersi dalla ricerca, e del loro valore.

Foto: UNFPA

Parto dalle basi. Il report affronta il tema del diritto all’autonomia e all’autodeterminazione, ed in particolare tratta di autonomia corporea. Cosa si intende con questa definizione?

“Per autonomia ed integrità del corpo si intende in realtà la fondamentale libertà di poter scegliere per sé stessi. Questo significa anche il diritto di decidere della propria salute e del proprio futuro, senza subire pressioni violente o psicologiche. Ovviamente, significa anche poter scegliere quando, come e con chi avere rapporti sessuali, o quando affrontare una esperienza radicalmente trasformativa come la gravidanza”.

Sembra qualcosa di molto complesso da misurare. Come avete raccolto dati a riguardo?

“Questa è la prima volta che il concetto di libertà viene declinato in questo senso. Quelli che ti ho appena raccontato in realtà sono pezzetti di tanti diritti umani fondamentali, che per la prima volta sono stati studiati insieme. L’ONU si è posta, tra gli obiettivi dell’Agenda di Sviluppo Sostenibile 2030, quello dell’empowerment femminile, che prevede diversi indicatori. Per misurare l’autonomia e l’integrità del corpo ne abbiamo utilizzati due. Il primo riguarda l’autonomia sanitaria: quanto spesso le donne non prendono liberamente decisioni sulla loro salute, in particolare in materia di contraccezione, e quanto sono diffuse informazione e educazione? Il secondo obiettivo riguarda invece le leggi vere e proprie, quindi abbiamo studiato quanti e quali paesi hanno un ordinamento che non difende l’autonomia individuale di cui parlavamo”.

E dunque cosa emerge dal rapporto?

“Per darti qualche dato, certamente il più lampante è che metà delle donne del mondo non vedono riconosciuto il loro diritto all’integrità e a decidere del loro corpo. In media, le donne hanno il 75% dei diritti rispetto agli uomini, e 7 su 10 di quelli che definiamo gli schiavi moderni (lavoro forzato, schiavitù per debiti, matrimonio forzato, traffico di esseri umani…) sono donne. 20 paesi continuano a prevedere leggi che permettono agli uomini di evitare sentenze penali se sposano le vittime dei loro stupri, e ben 43 paesi non prevedono nessuna legge contro la violenza sessuale entro il matrimonio. Se si parla di empowerment femminile è chiaro che questa è una situazione che deve essere affrontata”.

Però non sono solo le donne oggetto delle vostre ricerche. Cosa mi dice della situazione degli uomini? Anche per loro l’autonomia corporea è un problema?

“Certo, il report presta attenzione a tutte le situazioni di vulnerabilità e riguarda quindi anche uomini e ragazzi. Uno dei principii fondamentali dell’ONU è proprio ‘Leave no one behind’, non lasciare nessuno indietro”.

Transessuali celebrano la giornata internazionale per la visibilità dei transgender a Washington Square Park, New York (di Alessandro Casiraghi)

Il report documenta che in particolare i diritti di omo e transessuali sono meno protetti. Le faccio una domanda un po’ spinosa: pensando alla realtà italiana, crede sarebbe necessario uno sforzo legislativo in più contro omo e transfobia?

“Il nostro report richiama l’attenzione sulla necessità di garantire diritti fondamentali a tutti, e di farli rispettare”.

La pandemia come ha inciso sulla libertà, in particolare femminile, di decidere del proprio corpo e della propria salute?

“In occasione dell’8 marzo sono stati tenuti diversi eventi a riguardo. Purtroppo, a livello globale, la pandemia ha peggiorato la condizione femminile, è stata un passo indietro nella strada verso la parità. Il Covid ha aperto gli occhi del mondo su tanti fronti. Occorre pensare in maniera innovativa, sfruttare questo momento di “Covid reset” per gettare le basi di una società diversa, più equa. La realtà è che, nella crisi economica attuale, vediamo una grande tentazione a tagliare i fondi a progetti e iniziative per lo sviluppo… Occorre resistere. La pandemia ha dimostrato che dove il tessuto sociale e il sistema sanitario non sono saldi e ben compatti, ogni emergenza ha effetti esponenzialmente maggiori”.

Quali sono i passi che l’UNFPA attuerà per raggiungere a livello globale l’obiettivo dell’autonomia corporea?

“L’UNFPA è una agenzia molto operativa. Il nostro lavoro è certamente quello di un’agenzia internazionale che lavora con gli Stati Membri e i partner pubblici e privati, ed ed è fortemente legato alla presenza sul campo. Dal punto di vista legislativo esistono già norme internazionali, potrebbero essere potenziate ma ci sono. Il punto è che occorre richiamare la comunità a rendere questi temi una priorità, e applicare le leggi con più attenzione. Per esempio, nel 2019 al summit di Nairobi l’UNFPA ha invitato attori pubblici e privati ad assumersi precisi impegni, in merito soprattutto a diritti riproduttivi e sessuali delle donne, che faciliteranno il raggiungimento dell’obiettivo di empowerment femminile dell’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile”.

E dal punto di vista del lavoro sul campo?

“Il lavoro del Fondo è nelle comunità, dove portiamo avanti i nostri programmi lavorando con donne e ragazze in tutto il mondo. Attenzione però, non solo con le donne! Gli uomini sono una parte fondamentale della soluzione e partecipano ai nostri programmi di sensibilizzazione e di sostegno alle comunità. I dati ci dicono che le donne con una maggiore istruzione sono meglio capaci di decidere della loro salute, nonché di rifiutare rapporti sessuali indesiderati. L’educazione e l’informazione, tanto delle donne quanto degli uomini, sono il primo strumento che permette di difendersi”.

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