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I figli della rotta balcanica, sacrifici e pericoli di coloro che sfidano il destino

La testimonianza di alcune famiglie afghane richiedenti asilo e il loro relativo lieto fine. Alcuni figli nati in Italia ma destinati ad essere stranieri per molti anni

di Ornella Ordituro
bambini afghanistan

Madre e figli in fuga in Afghanistan dopo un attentato (Foto UN News)

Incontro i Feroza a Trieste, nell’agosto 2018, durante un colloquio conoscitivo per spiegare loro la protezione che lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla nostra Costituzione, ha diritto nel territorio della Repubblica italiana.

“Come xe, mula?” Mi stringe la mano, mi fa segno di accomodarmi a terra, su un tappeto, e mi passa una tazza di tè bollente. Sorrido e dico al traduttore di non aver capito, perché non parlo farsi, dari, né urdu. Tutti ridono. Jamal, 26 anni dall’Afghanistan, mi aveva chiesto “Come va, ragazza?” in triestino. Io non lo sapevo. Non male come inizio.

Una bambina afghana che fa gli esercizi di scuola

Sharifa, sua moglie, 24 anni afghana, mi passa una caramella. Il tè nell’Afghanistan occidentale, nei pressi del confine con l’Iran, si beve amaro succhiando una caramella al miele o una zolletta di zucchero fatte in casa. Il bicchiere è bollente e aspetto prima di bere; intanto, entrano due bambini sorridenti. La più grande è Athina, ha 5 anni, lunghi capelli neri e uno sguardo vispo. Mi saluta con molto affetto, mi chiede chi sono. L’altro mi osserva da lontano, gli faccio segno di avvicinarsi e gli chiedo “Come ti chiami?” e lui “3 anni!”. Insisto: “E quanti anni hai?”, risponde “Alì”.

I Feroza sono partiti da Herat quando Alì aveva meno di un anno e in testa gli frullano contemporaneamente la sua lingua madre, qualche frase in tedesco e le parole che gli ha insegnato sua sorella o i cartoni in TV in italiano.

Herat è rinomata per l’arte e la cultura afghana ma è anche nota per la presenza di talebani ed estremisti religiosi che vigilano sull’osservanza dei rigidi codici comportamentali, controllando alcune zone della città. La loro presenza e la pressante gestione di talune aree hanno, negli anni, allarmato numerose organizzazioni per la tutela dei diritti umani e messo in difficoltà l’esecutivo provinciale. Questi gruppi sono increscente aumento; i talebani e gli estremisti religiosi si oppongono al governo afghano, ritenuto corrotto e inefficace. Non è da escludere che tali fazioni possano sostenere i talebani negli attacchi contro scuole o altre sedi culturali di Kabul, episodi che si sono diffusi in tutto il territorio afghano. La situazione nell’intero Paese è ancora estremamente complessa e il clima è ancora oggi molto teso. Nonostante siano in atto alcuni sforzi diplomatici tra il governo di Kabul e talebani, l’inizio di un vero e proprio dialogo tra le parti è forse lontano. Le violenze continuano ad aumentare e si teme che le offensive sul campo servano ai talebani per aumentare la pressione e rafforzare la posizione nei territori. I diritti delle donne e delle bambine sono stati particolarmente minacciati dall’arrivo dei talebani; si sono verificati una serie di tentativi per annullare le loro già fragili protezioni legali. Ad esempio, sono quasi inesistenti le pene per chi commette violenza domestica; gli attacchi, le minacce e i femminicidi, di cui sono soprattutto vittime le attiviste per i diritti umani – a cui il governo non ha ancora risposto con misure significative per proteggerle – sono all’ordine del giorno. Del resto, sui documenti di una donna si scriveva “figlia di”, “moglie di”, o “madre di” ma non il suo nome. L’arrivo dei talebani ha reso la donna un fantasma.

Un gruppo di giornalisti e primi soccorritori sono stati catturati in un attentato suicida nel centro di Kabul il 30 aprile 2018 (Reuters / Omar Sobhani)

I talebani furono quasi sconfitti nell’ottobre 2001, quando in Afghanistan arrivarono migliaia di soldati americani con l’obiettivo di smantellare al Qaida (responsabile dei grandi attentati dell’11 settembre negli Stati Uniti d’America). I leader talebani furono poi costretti a lasciare l’Afghanistan e si rifugiarono per lo più nel vicino Pakistan, dove il gruppo riuscì a riorganizzarsi e creare una nuova struttura in grado di contrastare meglio le offensive degli americani e del nuovo governo afghano. La vita era ed è in continuo pericolo. L’annuncio della partenza delle truppe americane non lascia presagire nulla di positivo per il prossimo futuro.

In Afghanistan avvengono, ancora oggi, vere e proprie azioni di guerra, attentati pianificati in ogni dettaglio, che per essere condotte hanno bisogno di supporti logistici in più città, rifugi, arsenali.

Così nel 2016, Sharifa e Jamal, rendendosi conto che nessuna città in Afghanistan sarebbe stata comunque sicura, decidono di chiedere asilo in Europa per dare un futuro migliore ai loro bambini – soprattutto ad Athina. Ma hanno paura anche per Alì. Uno dei punti di forza dei talebani, nel corso degli anni, è stato il divieto di scolarizzazione delle bambine e delle ragazze e il reclutamento di nuovi e sempre più giovani combattenti. Il gruppo è riuscito a rimpiazzare in maniera continua i propri miliziani uccisi in guerra, anche nei periodi più sanguinosi del conflitto con un numero sempre più alto di bambini soldato.

L’attentato in Afghanistan contro una casa per studenti (TOLOnews – twitter)

Il viaggio della famiglia Feroza per l’Europa inizia proprio con la tappa più importante: dall’Afghanistan raggiungono l’Iran e arrivano in Turchia. Dalla Turchia di Erdogan sognano il nord Europa. Tuttavia, la   guerra in Siria ha letteralmente trascinato la Turchia in un’emergenza senza precedenti fino alla chiusura delle frontiere nel 2015. In accordo con l’Unione Europea, il governo di Erdogan decide di adottare qualsiasi misura necessaria per evitare le migrazioni irregolari attraverso rotte marittime o terrestri verso la Grecia, così come di smantellare il modello di attività dei trafficanti e offrire ai migranti un’alternativa al mettere a rischio la propria vita. Una volta terminati, o per lo meno sostenibilmente ridotti, gli attraversamenti irregolari fra Turchia e UE, è stato attivato un programma volontario di ammissione umanitaria. Gli Stati membri dell’UE contribuiscono al programma su base volontaria. Mai rifugiati in cerca di asilo non hanno mai smesso di provarci e, di volta in volta, cambiano strada. E così, per tutti i migranti provenienti da Afghanistan, Siria, Iraq e Pakistan l’alternativa è raggiungere l’Europa attraverso paesi extra-UE, ossia superare in qualche modo il muro che separa la Turchia dalla Bulgaria, poi a ogni costo passare per la Serbia, sopravvivere nella rotta tra la Bosnia-Erzegovina e la Croazia, oltrepassare la Slovenia, fino ad arrivare finalmente in Italia o in Austria per chiedere asilo politico.

Per i Feroza, il tentativo di raggiungere la Grecia fallisce più volte, vengono rispediti da una sponda all’altra del Mediterraneo. Ci provano finché non pagano un trafficante per affrontare il tragitto in un camion che trasporta merci e, pedaggio dopo pedaggio, provano a superare the game – l’espressione che i migranti utilizzano per indicare il passaggio tra il confine bosniaco e quello croato – ma vengono scoperti dalla polizia croata e bloccati. I profughi al confine tra la Bosnia e la Croazia non li vuole nessuno. Quelli che affrontano questo viaggio vengono frequentemente sottoposti a respingimenti e a espulsioni collettive, con violenze e intimidazioni, senza che le loro domande d’asilo siano esaminate. Tuttavia, non avendo altre scelte, i Feroza, dopo aver viaggiato per mesi in camion, a piedi, da soli, in compagnia di altri migranti, pagato trafficanti e cercato di non creare ulteriori difficoltà ai due bambini, fanno richiesta di asilo in Croazia per non rischiare di essere rispediti in Afghanistan.

I bambini contadini aiutano a livellare i campi nella provincia di Balkh, in Afghanistan. (Foto Banca Mondiale/Ghullam Abbas Farzami)

Le circostanze diventano molto difficili. La Croazia è un paese europeo ma non in area Schengen, ossia quello spazio di libera circolazione per tutti i cittadini dei paesi dell’Unione Europea e di alcuni Stati terzi e di abrogazione progressiva dei controlli alle frontiere interne. Gli ostacoli burocratici, l’inadeguata assistenza legale e lo scarso funzionamento delle amministrazioni locali rendono assai improbabile che i potenziali richiedenti asilo possano vedere la loro domanda non solo accolta ma addirittura esaminata. Per questo, la maggior parte dei rifugiati cerca di proseguire verso altri Stati europei.

Sharifa è in una situazione di salute molto delicata, si sente insicura, priva di forze per il viaggio e impaurita. A seguito di un malessere – dovuto soprattutto allo spavento per i racconti di altri migranti che sono stati picchiati e derubati dagli agenti croati, che hanno spesso anche distrutto i loro documenti in quello che appare un sistematico e intenzionale tentativo di scoraggiare i tentativi di entrare e restare nel paese – Sharifa si assume la responsabilità di una decisione molto coraggiosa. Implora Jamal di proseguire, in gran segreto, verso l’Austria. Del resto, non hanno grandi possibilità di avere la tutela che sperano in quelle condizioni. Una notte, dell’inverno ormai 2017, i Feroza accettano un altro “passaggio” per l’Austria. Entrano e fanno nuovamente domanda di asilo. In Austria, la situazione diventa più sostenibile, almeno dal punto di vista sociale: iniziano a imparare la lingua, si sentono “al sicuro”, finalmente in Europa in tutto e per tutto al punto che immaginano la possibilità di ampliare la famiglia. I tempi di attesa per il riconoscimento della protezione internazionale diventano, tuttavia, molto lunghi e in verità la loro richiesta era già stata espressa per la prima volta in Croazia. Uno dei principi cardine che costituisce l’attuale sistema di asilo europeo (conosciuto come il sistema di Dublino) è, infatti, quello secondo cui è lo Stato di primo ingresso del migrante a dover far fronte alla domanda d’asilo, accoglienza inclusa; impedendo quindi che i richiedenti tale diritto facciano istanza in più Stati membri. Questo evita il più possibile che vi siano richiedenti asilo che vanno da uno Stato membro a un altro in cerca della soluzione più veloce.

La ferrovia in zona Aurisinia, dalla quale parte/arriva la linea per/da la Slovenia

Ma la sensazione di benessere in Austria dura meno di un anno. Una sera di novembre, la polizia austriaca fa incursione nella struttura dove sono ospitati, li spinge in un van blindato con altre famiglie e, senza dare loro troppe spiegazioni, li riporta in Croazia.

L’incubo del diniego di una vita migliore diventa una tragica disavventura a cui devono subito far fronte.  La mattina dopo, come nel gioco dell’oca, i Feroza sono nuovamente in Croazia, minacciati di essere rimpatriati in Afghanistan. La paura è tanta. Le notizie di famiglie espulse senza che sia stata esaminata la loro richiesta di asilo sono sempre più frequenti.

Jamal non può accettare di non essere riuscito a garantire ai suoi figli e a sua moglie una vita sicura, lontano dalle violenze dei talebani. Sentono che un’altra famiglia, nella loro stessa situazione, ha rimediato un “passaggio” per la Slovenia e chiedono informazioni.

Si fa presto a definirli “clandestini” ma non si considera mai il loro coraggio di rompere le regole di fronte all’impossibilità di vedere riconosciuto il diritto a una vita più dignitosa. I paesi dell’Unione Europea, infatti, assicurano la protezione internazionale a coloro i quali ne fanno richiesta sul territorio europeo ma il sistema di asilo non prevede come raggiungerlo.

La chiamano “Fortezza” perché all’interno dell’Europa gli  stranieri sono tutelati da un sistema di norme  e  politiche che non solo proteggono gli individui perseguitati per motivi di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale, opinioni politiche, identità di genere e orientamento sessuale – come previsto dalla Convenzione internazionale di  Ginevra del 1951 sullo  statuto dei  rifugiati – ma  anche in considerazione delle vicende del Paese di provenienza (ad esempio, i conflitti armati) e i fondati motivi  per  ritenere  che,  se  vi  facesse  ritorno,  il  richiedente  correrebbe  il  rischio  di  essere condannato  a  morte  o  minacciato  gravemente  contro  la  propria  vita;  di  subire  grave  danno,  a causa di tortura o altre forme di trattamento inumano e degradante.

I boschi della val Saisera (tarvisiano) là dove Italia, Austria e Slovenia si incontrano, in Friuli Venezia Giulia

Senza bagagli, solo con due zainetti per i vestiti dei bambini, acqua e cibo, sempre di notte, cercando di evadere i controlli e nascosti in auto, i Feroza avanzano per le strade non controllate dai militari. E qui ha inizio l’ultimo, lunghissimo tratto percorso a piedi, tra i boschi e le foreste dove si incontrano Austria e Slovenia per raggiungere l’Italia dal Friuli-Venezia Giulia.

La polizia italiana pattuglia la zona ma è impossibile controllare tutti i sentieri del bosco. Vale a Tarvisio come a Gorizia. Ma anche a Basovizza, Pesek e Dolina. I migranti sbucano dalle carrarecce.

L’articolo 10.3 della Costituzione italiana garantisce il diritto di asilo nel territorio italiano allo “straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana”. In sostanza, sono tutelati i cittadini di quegli Stati i cui governi non assicurano un regime democratico, tuttavia, alle “condizioni stabilite dalla legge”. Ciò lascia intendere come il diritto debba essere esercitato in conformità alle leggi ordinarie adottate nel tempo.

Sharifa e Jamal certamente non conoscono l’articolo10 della Costituzione o altre tutele a cui avrebbero avuto diritto in Italia ma arrivati in Slovenia avrebbero potuto scegliere se proseguire e ritornare in Austria e poi continuare il viaggio con la maggior parte delle famiglie con cui avevano condiviso gran parte della disavventura e chiedere asilo in Germania, o avanzare verso l’Italia attraverso il valico di Fernetti.

Athina interrompe il dialogo chiedendo alla mamma un bicchiere tè caldo. Si siede accanto a me e mi dice di aver paura del mare, perché lei si ricorda di quando lo ha attraversato su una barca di notte. Non saprò mai se lo ricorda davvero o voleva darmi la sua versione dopo aver origliato il racconto che mi stavano riportando i suoi genitori.  Ciò che è vero è che anche lei e Alì hanno affrontato quel viaggio.

Bambine all’uscita della scuola a Kabul: cosa accadrà loro al ritorno dei talebani? (Foto © UNICEF/Frank Dejo)

Le prometto, allora, che l’indomani l’avrei portata a Barcola a fare i tuffi ma lei prontamente mi riferisce che preferisce Muggia. È la seconda prova di autentica inserimento nel tessuto sociale triestino che mi danno in un solo pomeriggio. Aveva iniziato suo padre. La “straniera” sono io.  Annuisce e mi dice che ne sarebbe stata felice perché poi con l’inizio della scuola di lì a poco non avrebbe avuto più tempo libero. “Offeri” (brava!) le dice la mamma, già orgogliosa della prima della famiglia a ricevere un’educazione scolastica degna di quel nome. Nelle condizioni in cui sarebbero stati a Herat, certamente c’era da dare priorità alla loro sicurezza e non all’alfabetizzazione. Le bambine rischiano di essere rapite e date in mogli ai combattenti, già da piccolissime.

Athina ha subito imparato a leggere e scrivere e in pochi mesi è diventata il traduttore ufficiale della famiglia. Ci siamo rivolti a lei per la spiegazione di alcune parole dall’italiano al farsi e viceversa. Athina fa parte di quelle centinaia di migliaia di minori stranieri che in Italia hanno conseguito un ciclo completo di educazione scolastica ma non possono accedere alla richiesta della cittadinanza fino ai 18 anni, perché la proposta dell’introduzione dello ius culturae è rimasta tale. Anche Alì è diventato l’aiuto traduzione con l’aggiunta di volermi insegnare delle parole in farsi; semmai dovessero tornare in Afghanistan mi hanno fatto promettere di andare con loro.

Si, perché i Feroza hanno ottenuto una protezione “sussidiaria” per 5 anni rinnovabili, legata alla situazione del loro Paese. In sostanza, se l’Afghanistan diventasse un posto vivibile, dovrebbero farvi ritorno.

Tuttavia, considerano ormai l’Italia “casa” e a Trieste hanno pure acquistano un appartamento, a questa eventualità preferiscono non pensarci, nonostante si augurino che la situazione di pericolo finisca – le loro famiglie sono in parte ancora lì.

Inoltre, spiego ai Feroza che nei prossimi giorni saremmo andati al Comune di Trieste per richiedere i documenti di identità di tutti e che i passaporti, invece, potevano richiederli all’Ambasciata di Roma (questa è la norma con una protezione come la loro). Perplessi dicono che ci penseranno sui passaporti, perché non era urgente.

Una giovane ragazza guarda attraverso il telaio di una finestra senza vetri vicino a Kabul, in Afghanistan, 2013. I civili in Afghanistan hanno sopportato il peso di quasi 20 anni di conflitto (UNICEF / UNI152469 / Dragaj)

Athina interrompe nuovamente la conversazione e mi dice “Basta, con queste ciaccole (“chiacchiere” in dialetto triestino), vuoi conoscere mio fratello? Si è svegliato”. E subito dalla porta entra un altro bambino, il più piccolo. Sharifa lo prende in braccio e mi sorride: “Lui è il mio piccolo miracolo. Sono corsa in ospedale un pomeriggio, pochi mesi dopo l’arrivo in Italia per uno svenimento. Ho pensato allo stress del viaggio ma il medico mi ha detto subito che sarei dovuta stare a riposo perché ero incinta”.

L’arrivo di Murtaza (Beniamino in italiano) è stata una gioia enorme per tutti, il lieto fine di una storia difficile e complicata.  Il piccolo di casa è nato a Trieste, è figlio della rotta balcanica. Rappresenta le nuove generazioni di popolazione che, in un tempo e in un luogo, non possono che scegliere salvezza tra le rotte meno pericolose.  Quella balcanica è una di queste.

Murtaza non ha mai visto l’Afghanistan, è stato concepito ed è nato in Italia, anche lui mi dice “ciao mula” – poi aggiunge “bia” (“vieni” in farsi). Vuole farmi sedere. Lui fa parte di quelle altre centinaia di migliaia di minori stranieri nati in Italia che dovranno aspettare i 18 anni per richiedere la cittadinanza italiana. Lo ius soli non è neanche contemplato.

Il mio sguardo perso ormai nel vuoto è interrotto da Alì che mi chiede: “Sai che lingua parla Murtaza?”. E io “no”. Lui risponde “neanche noi”; poi mi domanda se mi piace la pizza, perché lui preferisce la margherita, ma con le patatine. Ormai è ora di cena.

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