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Non ce ne frega un Burkina Faso? Il massacro ignorato dal mondo che conta

L'ennesimo attentato che ha sconvolto il Sahel non ha raggiunto l'informazione occidentale. Il motivo è semplice: buona parte dell'Africa non interessa a nessuno

Un casco blu della Nazioni Unite in Burkina Faso (Onu/Harandane Dicko)

Un breve riepilogo: In Burkina Faso, migliaia di cittadini hanno abbandonato le loro case dopo il massacro avvenuto nella notte fra venerdì e sabato scorso nel villaggio di Solhan, nella provincia di Yagha, in cui sono state uccise almeno 160 persone, tra cui donne e bambini.

L’attacco non è stato ancora rivendicato, ma la matrice è facilmente ipotizzabile. La zona è infatti contesa da tre Paesi (Burkina Faso, Mali e Niger) e, come molte frontiere, è spesso meta prescelta per azioni contro civili e militari portati avanti da gruppi jihadisti vicini ad Al-Qaeda.

Una violenza inaudita, con un numero di morti impressionante. Eppure, la notizia ha faticato a irrompere nel circolo dell’informazione. Qualche articolo, sì, ma nulla di eccezionale.

Un membro di Al-Qaeda in Sahel (wikimedia)

Esistono studi, molto vicini alla sociologia, che si occupano di individuare la “notiziabilità delle notizie”. Ogni giorno, nel mondo, accadono migliaia di fatti: quali di questi meritano di essere raccontati? Di solito, quelli che rompono gli schemi.

Una delle citazioni più famose quando si parla di giornalismo, attribuita a un redattore della cronaca cittadina del New York Sun, è “Quando un cane morde un uomo non fa notizia, perché capita spesso. Ma se un uomo morde un cane, quella è una notizia”.

Ci sono poi quelli che Mauro Wolf individua come “criteri sostantivi”, ovvero la tipologia e il numero di soggetti coinvolti, la prossimità dell’evento, i possibili sviluppi e la capacità di attivare interesse sul web.

Bene, questo è il motivo per il quale, il Burkina Faso, rimane sempre nascosto in un cono d’ombra. Se lo stesso evento fosse successo in Italia, Francia, Inghilterra, Germania o Stati Uniti, cosa sarebbe accaduto? La risposta è semplice e quasi scontata: del Burkina Faso non parliamo, perché del Burkina Faso non ci interessa.

È un Paese troppo lontano (e geograficamente confuso: con chi confina?), povero e ininfluente per poter essere materia dei nostri discorsi quotidiani. Nemmeno i Capi di Stato, loro sì solitamente obbligati a osservare con attenzione lo scenario internazionale, hanno dato troppo peso alla vicenda.

I furgoni della polizia davanti al teatro Bataclan il giorno dopo gli attentati di Parigi nel 2015 (wikimedia/ Maya-Anaïs Yataghène)

Ricchi di parole di cordoglio quando la violenza colpisce gli amici occidentali, nel caso del Burkina Faso regna invece un silenzio di tomba. Chi si aspettava discorsi ufficiali e segni di solidarietà nei confronti di un popolo martoriato dal terrorismo, è rimasto a bocca asciutta.

A intervenire è stato l’Onu attraverso Babar Baloch, il portavoce dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), che ha sottolineato come le vittime siano state giustiziate nell’attacco e che, temendo di essere uccise, migliaia di persone abbiano abbandonato i villaggi di Sebba e Sampelga. Tra loro si contano oltre 2.000 bambini e 500 donne, che hanno urgente bisogno di acqua, servizi igienico-sanitari e cure mediche.

Babar Baloch (flickr/Onu)

L’Unchr, grazie alla collaborazione delle autorità locali, ha consegnato 400 tonnellate di cibo e migliaia di oggetti utili al primo soccorso, oltre all’assistenza medica e al supporto psicosociale.

Tutto mentre il mondo, o almeno quello che siamo abituati a considerare tale, getta il suo sguardo su altri problemi: riapertura delle frontiere per tornare a viaggiare, vaccini e miliardi in arrivo dal Recovery Plan.

Il dramma in Burkina Faso è già storia vecchia. Storia che, probabilmente, non vogliamo nemmeno sentire.

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