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Il grido dell’Onu: allarme carestia in Tigray, 350 mila rischiano di morire di fame

In Etiopia, situazione umanitaria drammatica: fame usata come arma e donne come schiave sessuali. L'ambasciatrice USA: "le vite africane non contano?"

Il problema della malnutrizione è antico. In questa foto, una donna vittima della siccità in un campo a Makalle, nel nord dell'Etiopia, giace priva di sensi in attesa di cure mediche (UN Photo/John Isaac, 1984)

È una brutale tragedia umana quella che sta avvenendo nel Tigray. Nel nord dell’Etiopia le persone muoiono di fame, non a causa della siccità e nemmeno per gli sciami di locuste. Sono i soldati che vietano ai contadini di seminare nei campi, bruciano le terre e occupano le fattorie, lasciando i tigrini nell’impossibilità di procurarsi del cibo. Ogni giorno, corpi denutriti vengono ritrovati per le strade della regione. Un modo crudele di perdere la vita.

Questa è una carestia provocata dall’uomo. Le responsabilità sono alla radice del conflitto scoppiato lo scorso 4 novembre tra l’esercito di Addis Abeba, appoggiato dalle truppe eritree, e gli esponenti del Fronte Popolare di Liberazione (Tplf), che per trent’anni hanno dominato il governo centrale dell’Etiopia e non vedono nel premier Abiy Ahmed, un leader legittimo. Un paradosso se si pensa che Ahmed fu premiato nel 2019 con il Nobel per la pace fatta con la vicina Eritrea.

Una bambina di tre anni nel Tigray occidentale mangia un biscotto ad alto contenuto energetico per aumentare i suoi livelli nutrizionali (UNICEF/Esiey Leul Kinfu)

Le agenzie delle Nazioni Unite, Fao, Pam e Unicef hanno lanciato l’allarme alla vigilia del G7. Sette mesi di guerra hanno già causato migliaia di vittime, e almeno 1,7 milioni di sfollati, generando una delle peggiori crisi umanitarie degli ultimi anni.

Secondo il rapporto Ipc (Integrated phase classification) sulla sicurezza alimentare, pubblicato giovedì, su una popolazione di circa 5,5 milioni di abitanti, 350 mila soffrono la fame e 4 milioni sono in una situazione grave. Ma il conflitto impedisce agli aiuti di raggiungere chi è senza cibo. La guerra ha interrotto i servizi, chiuso le banche e anche le comunicazioni sono difficili. Delle tre organizzazioni è il Pam-Wfp, Premio Nobel per la pace 2020, quella impegnata maggiormente sul campo, che però non riesce a raggiungere i villaggi più remoti. Se non ci sarà raccolto entro la fine dell’anno, i tigrini dipenderanno dagli aiuti oppure moriranno di fame.

Un bambino riceve cibo a Ukhiya, Cox’s Bazar, Bangladesh. COVID-19 rischia di minare gli sforzi per ridurre la fame (WFP / Saikat Mojumder)

L’Unione europea e gli Stati Uniti hanno chiesto il cessate il fuoco, il ritiro dell’esercito eritreo e alla comunità internazionale di aumentare gli sforzi di assistenza. Servono fondi urgenti.

L’ambasciatrice americana all’Onu, Linda Thomas-Greenfield, ha definito la situazione in Etiopia un “incubo umanitario”. “Centinaia di migliaia di persone potrebbero essere in condizioni di carestia entro settembre” e nel lanciare un appello ai Quindici del Consiglio di Sicurezza, ha denunciato gli “impedimenti posti da alcuni membri” a tenere una riunione pubblica: “Cosa stiamo cercando di nascondere?… Le vite africane non contano?”.

Linda Thomas-Greenfield (UN Photo/Mark Garten)

Moltissime persone in Etiopia vengono uccise ogni giorno. Le donne rapite dai soldati e separate dai loro bambini, vengono usate come schiave sessuali e sono circa i due terzi i più piccoli malnutriti che rischiano di perdere la vita. Reuters ha raccontato alcune delle tragedie che le tigrine sono costrette a vivere quotidianamente. “O ti uccido o ti violento” è stato l’ultimatum che un soldato etiope ha dato ad una donna sorpresa a fuggire.

 

 

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