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Clima: i lavori della COP26 si avvicinano, ma il 42% dei paesi non fa i compiti

A Glasgow, in Scozia, durante i numerosi incontri organizzati in collaborazione con l'Italia, i leader mondiali parleranno di emissioni di CO2 e di ambiente

L'allora premier italiano Giuseppe Conte con il premier inglese Boris Johnson, alla presentazione della Cop26

Si avvicina sempre di più la data in cui si svolgeranno i lavori della COP26. Dovrebbero tenersi (il condizionale è d’obbligo) presso lo Scottish Event Campus (SEC) di Glasgow, nel Regno Unito. Qui, durante i numerosi incontri organizzati in collaborazione con l’Italia, i leader mondiali parleranno di emissioni di CO2 e di ambiente. La data prevista per i lavori è dal 31 ottobre al 12 novembre 2021. Una data ormai vicina che rende ancora più importante quanto è avvenuto: ben 84 paesi delle Nazioni Unite non hanno ancora  trasmesso i propri NDC in tempo per includerli nel rapporto delle Nazioni Unite:  Statement by Patricia Espinosa on National Climate Plans Submitted by 31 July | UNFCCC  Una assenza importante, specie se si considera che, tra questi paesi, ci sono Cina e India, due dei tre paesi maggiori responsabili delle emissioni di CO2 al mondo.

La responsabile delle Nazioni Unite per il clima, Patricia Espinosa, ha dichiarato che è “tutt’altro che soddisfacente” che solo il 58% dei paesi abbia presentato in tempo i propri nuovi obiettivi. Tra i paesi che hanno “dimenticato” di inviarli, oltre a Cina e India, anche alcuni paesi responsabili (direttamente o indirettamente) delle emissioni di CO2, tra i quali  Arabia Saudita e Sudafrica.

Il punto è che, senza questi dati, il rapporto non vale nulla. E anche i lavori partono con il piede sbagliato. Già in passato la Espinosa aveva fatto notare, a proposito di un precedente rapporto, che i paesi stavano facendo troppo poco per raggiungere gli obiettivi di mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2 gradi Celsius (rispetto ai tempi preindustriali) entro la fine del secolo. Per non parlare dell’obiettivo più ambizioso di limitare il riscaldamento a 1,5 gradi Celsius.

Protesta contro il Climate Change a New York (Foto Renato Zacchia)

Quanto ai due principali assenti, l’anno scorso, la Cina ha annunciato che cercherà di far sì che le emissioni di anidride carbonica raggiungano il picco entro il 2030. Ma ha detto anche che, per ottenere la neutralità del carbonio, sarà necessario aspettare almeno il 2060. Anche questo obiettivo, però, non è stato ancora formalizzato e inserito nel piano da presentare ufficialmente all’ONU. Dal canto suo, l’India, secondo gli accordi di Copenaghen del 2010, entro il 2020 avrebbe dovuto ridurre le emissioni del 20/25 per cento al di sotto dei livelli del 2005. E questo senza considerare le emissioni relative al settore agricolo (tra le maggiori responsabili dell’aumento della quantità di CO2). L’impegno prevedeva una riduzione delle emissioni tra 3,3 e 3,6 GtCO2e (escluso LULUCF). I dati rilevati, invece, parlano di emissioni in aumento e superiori del 55-66 per cento rispetto ai valori del 2010. Sarebbe questo, secondo alcuni, uno dei motivi per cui l’India, terzo paese al mondo per emissioni di CO2 (e per di più in crescita), non ha presentato il proprio rapporto all’ONU.

A livello globale, il secondo paese per emissioni di CO2 sono gli Stati Uniti d’America. Loro il proprio obiettivo lo hanno comunicato (quasi) in tempo: ad Aprile 2021. Anche in qui, però, non mancano i punti critici. Invece di intervenire sui settori maggiormente responsabili delle emissioni, il presidente Biden (così come la presidente della Commissione Europea) ha preferito concentrare l’attenzione sulla mobilità elettrica e sulla riduzione delle auto private a benzina, a gasolio o ibride. Una scelta che deve fare i conti con una realtà che non pare essere in grado, in tempi ragionevoli, di essere gestibile. Il compromesso bipartisan al Congresso ha permesso al presidente di ottenere che il Senato approvasse la misura per costruire 500.000 punti di ricarica per veicoli elettrici. Ma le risorse potrebbero non essere sufficienti. Il piano originario da 174 miliardi di dollari (Build Back Better) per rilanciare il settore dei veicoli elettrici prevede solo 7,5 miliardi di dollari per le stazioni di ricarica. Una somma che, secondo gli analisti, non sarebbe sufficiente per costruire una rete nazionale di punti di ricarica sufficiente a soddisfare  la domanda. Attualmente, negli USA, le stazioni di ricarica sono poco più di 43.000 con oltre 106.000 punti vendita (dati Dipartimento dell’Energia). Queste alimentano i veicoli completamente elettrici che, però, rappresentano solo il 2,2% dei nuovi veicoli venduti negli Stati Uniti d’America (equivalenti a circa 1,1 milioni di vetture). Cosa accadrebbe se, nell’arco di qualche anno, gli USA fossero costretti a rifornire un numero di auto cinquanta volte maggiore? Un problema che non sembra essere chiaro neanche a Biden che dopo aver riempito la propria campagna elettorale di promesse sulla lotta al cambiamento climatico e di dichiarazioni circa la riduzione delle emissioni di gas serra entro il 2030, ora pare annaspare.

Foto Gino Crescoli / Pixabay

Il rapporto delle Nazioni pubblicato a febbraio è l’ennesima conferma (se mai ce ne fosse bisogno) che i programmi dei singoli paesi sono molto lontani dal mettere il mondo sulla buona strada per limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi Celsius. Niklas Höhne, esperto di politica climatica presso il NewClimate Institute, ha parlato di “divario gigantesco” tra gli attuali livelli di emissioni e l’azione necessaria entro il 2030. “Con tutti gli impegni sul tavolo, stiamo sostanzialmente stabilizzando le emissioni globali entro il 2030, quando dovremmo dimezzarle”, ha detto Höhne. Anche molti dei paesi che hanno presentato i propri piani, come Australia, Brasile, Messico e Russia, ad  una lettura attenta dimostrano di aver proposto alle Nazioni Unite obiettivi di emissioni identici o più deboli rispetto alle loro versioni precedenti.

La realtà è che, al di là delle promesse elettorali e di tante, troppe belle parole, i governi dei paesi maggiori responsabili delle emissioni di gas serra (basti pensare che la Cina è responsabile di circa il 27% delle emissioni globali di CO2) sono ben lontani da aver deciso cosa fare per salvare il pianeta. E gli impegni dei paesi di ridurre le emissioni di gas serra sono (quasi) tutti ben al di sotto di ciò sarebbe davvero necessario per limitare se non ridurre il riscaldamento globale.

Eppure, dopo quanto è avvenuto lo scorso anno dovrebbe essere ormai chiaro che salvare il pianeta dipende dalle scelte dell’uomo. All’inizio del 2020, a causa del blocco della pandemia, era stata registrata una drastica riduzione dell’inquinamento da carbonio. I dati rilevati alla fine del 2020 hanno mostrato che le emissioni stavano già tornando ai livelli del 2019. Anche a causa della spinta dalla produzione industriale di pochi paesi, tra i quali proprio la Cina, come ha dimostrato Corinne LeQuere, che traccia le emissioni per conto dell’Università dell’East Anglia.

Il “Climate Strike” a New York (Foto Renato Zacchia)

Ma la cosa più paradossale è un’altra: i 38 Stati membri e i 22 membri associati che le Nazioni Unite hanno indicato come Piccoli Stati insulari in via di sviluppo (SIDS) sono responsabili (tutti insieme) di meno dell’uno per cento delle emissioni globali di CO2.  Loro hanno già presentato i propri piani per le emissioni. Una efficienza che non sorprende: sono questi paesi a rischiare di più gli effetti dei cambiamenti climatici. Alcuni di loro potrebbero addirittura diventare inabitabili: molti risentono di eventi meteorologici sempre più estremi e non dispongono di fondi per far fronte ai cambiamenti. Per molti di loro, la situazione è peggiorata a causa della pandemia di COVID-19 che ha ridotto una delle principali fonti di reddito: il turismo. “I loro ricavi sono praticamente evaporati con la fine del turismo, a causa di blocchi, impedimenti commerciali, calo dei prezzi delle materie prime e interruzioni della catena di approvvigionamento”, ha dichiarato Munir Akram, presidente del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite. Per questo hanno tutti presentato i propri piani in vista delle COP26. A loro l’ambiente sta a cuore. Per loro, ridurre le emissioni di CO2 significa vivere o scomparire sotto l’innalzamento dei livelli degli oceani.

Altri paesi, invece, quelli maggiormente responsabili delle emissioni di CO2, non lo hanno fatto. A loro, tutto questo non sembra importare molto. Per questo non si sono neanche presi la briga di inviare i loro proclami pieni di belle parole e di promesse da (non) mantenere.

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