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Allarme rosso per l’ambiente, ma gli incontri internazionali solo una passerella politica

Al Dialogo ad alto livello sull'azione per il clima nelle Americhe non si è sentita però la voce forte dei paesi americani che emettono più CO2

Una donna attraversa una strada allagata a Santo Tomás, San Salvador, dopo che la tempesta tropicale Amanda ha causato una frana (© WFP/Mauricio Martinez)

Continuano a moltiplicarsi gli incontri internazionali in vista della COP26 di Glasgow (i lavori dovrebbero svolgersi dal 31 ottobre al 12 novembre 2021). Dopo la conferenza mondiale sulla biodiversità (passati in sordina nonostante i numeri impressionanti presentati e gli accorati appelli del Segretario Generale delle Nazioni Unite), oggi è stata la volta dell’High-Level Dialogue on Climate Action in the Americas, il “Dialogo ad alto livello sull’azione per il clima nelle Americhe”. L’evento, organizzato dal governo argentino con quelli delle Barbados, del Cile, della Colombia, del Costa Rica, di Panama e della Repubblica Dominicana, si è svolto in videoconferenza. Per gli USA assente il presidente Joe Biden, ha partecipato John Kerry.

A introdurre la prima sessione, dal titolo “Sprint to Glasgow: migliorare l’ambizione climatica”, il primo ministro dell’Argentina, Mia Mottley che ha ricordato che “i rischi e le vulnerabilità dei piccoli stati insulari in via di sviluppo dovrebbero essere prioritari nell’agenda globale e nel sistema multilaterale”. Tra i relatori anche il presidente argentino Alberto Fernández, il presidente della Colombia, Iván Duque Martínez, il presidente della Costa Rica, Carlos Álvarez Quesada, il presidente di Panama, Laurentino Cortiz, il presidente della Repubblica Dominicana, Luis Abinader, e il Ministro dell’Ambiente del Cile e presidente della COP25, Carolina Schmidt.

L’inquinamento atmosferico delle centrali elettriche contribuisce al riscaldamento globale (Unsplash/Maxim Tolchinskiy)

Per la seconda sessione sono stati organizzati cinque gruppi. “Meccanismi innovativi per i mezzi di attuazione”, coordinato dal Segretario degli Affari Strategici dell’Argentina, Gustavo Béliz. “Accelerare l’azione per il clima attraverso la cooperazione regionale”, moderato dal consigliere per il clima e la politica estera dell’Ufficio dell’inviato speciale degli Stati Uniti per il clima, Jonathan Pershing. “Coinvolgere il settore privato nell’azione per il clima”, diretto dal Ministro dell’Ambiente e dello Sviluppo Sostenibile della Colombia, Carlos Eduardo Correa. “Costruire sistemi costali e marini resilienti ai cambiamenti climatici”, guidato dal Vice Presidente Esecutivo del Consiglio Nazionale sui Cambiamenti Climatici della Repubblica Dominicana, Max Puig. “Natura e clima: approcci trasformativi per l’adattamento e l’azione per il clima” che è stato gestito dal Ministro dell’Ambiente e dell’Energia del Costa Rica, Andrea Meza Murrillo.

Al termine dei lavori, si è tenuta una tavola rotonda ministeriale, presieduta dal Ministro dell’Ambiente e dell’Energia del Costa Rica, Andrea Meza Murillo, dal Ministro dell’Ambiente e dello Sviluppo Sostenibile della Colombia, Carlos Eduardo Correa, dal Ministro dell’Ambiente di Panama, Milciades Concepción, e dal Ministro dell’Ambiente del Cile, Carolina Schmidt. Sono stati analizzati i risultati delle discussioni della giornata.

Il meeting è apparso più una passerella politica (molti degli interventi, peraltro brevissimi e privi di novità rilevanti, vertevano su argomenti condivisi e diffusi in precedenza e pochi gli ascoltatori alla diretta su Youtube). Più un modo per mostrare alla gente che loro, i leader dei governi dei paesi americani, hanno a cuore l’ambiente, che un incontro per prendere decisioni concrete.

Eppure, questi incontri erano stati preceduti da un accorato appello del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio  Guterres, che aveva definito l’ultimo rapporto dell’IPCC il “codice rosso per l’umanità”. Un avvertimento per l’impatto che hanno e avranno sempre più i cambiamenti climatici: Guterres ha parlato di “miliardi di vite a rischio a meno che non si riducano rapidamente le emissioni”. “L’intero pianeta – aveva detto Guterres – sta attraversando una stagione di incendi e inondazioni che colpiscono principalmente le popolazioni fragili e vulnerabili”. Sia nei paesi ricchi che in quelli più poveri. Un appello accorato, ma come accade ormai troppo spesso, praticamente inascoltato.

A luglio, ben 84 paesi delle NU non avevano ancora trasmesso i propri programmi sulla riduzione delle emissioni di CO2 per includerli nel rapporto delle Nazioni Unite. E, tra questi, Cina e India, due dei tre paesi (il terzo sono proprio gli USA) maggiori responsabili delle emissioni di CO2. In quell’occasione, la responsabile delle Nazioni Unite per il clima, Patricia Espinosa, definì “tutt’altro che soddisfacente” che solo il 58% dei paesi avesse presentato in tempo i propri nuovi obiettivi.

António Guterres, Segretario Generale dell’ONU (flickr.com)

Un “interesse” per l’ambiente che non è cambiato con l’High-Level Dialogue on Climate Action in the Americas. Mario Abdo Benìtez, presidente del Paraguay, ha parlato di un “incontro di alto livello”. Un meeting, però, al quale non si sono sentiti i paesi americani più legati a fonti energetiche o che emettono più CO2 (oltre agli USA). Il Venezuela, il paese con le maggiori riserve di petrolio al mondo. Il Canada, le cui emissioni di gas di scisto (shale gas) causa spaventosi danni all’ambiente. Il Brasile: solo poche settimane fa, con il Programa para Uso Sustentável do Carvão Mineral Nacional, il governo brasiliano ha deciso di agevolare l’utilizzo del carbone (già oggi, il combustibile fossile più diffuso nel paese dopo petrolio e gas). Lo ha fatto incurante delle conseguenze per la salute e per l’ambiente. L’estrazione di carbone ha un impatto significativo sull’ambiente e sulle comunità locali. Il carbone brasiliano è caratterizzato da un elevato contenuto di metallo e, quando gli scarti non vengono smaltiti correttamente, contribuisce allo scolo di acque acide. Una decisione presa nonostante il paese non dipende dal carbone per la produzione di elettricità (potrebbe produrre energia pulita e rinnovabile). Nel corso degli ultimi 100 anni, l’attività estrattiva non regolamentata e la mancanza di trasparenza hanno prodotto un notevole inquinamento dei corsi d’acqua di buona parte del Sud America con gravi ripercussioni sulla produzione agricola e sulla salute delle persone. L’estrazione intensiva del carbone unita a uno smaltimento dei rifiuti inappropriato ha anche cambiato la morfologia del territorio e aumentato l’erosione della terra e l’instabilità dei corsi d’acqua. Incurante di tutto questo, il governo Brasiliano ha deciso di promuovere il carbone come fonte energetica. Anzi, di aggiungere al carbone un’altra fonte energetica pericolosa per l’ambiente: il nucleare (già nel 2007 il National energy plan 2030 prevedeva la realizzazione di quattro nuove centrali nucleari). Scelte che sono un segnale forte dal punto di vista geopolitico.

L’inquinamento riempie lo skyline della città cinese di Shanghai al tramonto. (© UNICEF/Roger LeMoyne)

Politiche che dimostrano che sarà difficile accelerare l’azione per il clima attraverso “la cooperazione regionale e il rafforzamento dell’adattamento e della resilienza” (senza questa parola, ormai non sembra si possa fare più nulla) agli impatti dei cambiamenti climatici presentato da John Kerry, inviato speciale per il clima (come mai con gli altri presidenti non è intervenuto Biden?). Da quando Joe Biden è presidente degli USA, sono aumentati gli sforzi di Washington per fare dei cambiamenti climatici e del riscaldamento globale un cavallo di battaglia. All’inizio di quest’anno, ha ospitato il Leaders Summit on Climate al quale hanno partecipato più di 40 leader. Nonostante questi sforzi, però, l’obiettivo di dimezzare le emissioni di gas serra entro il 2030 (e di azzerare del tutto le emissioni di CO2 entro il 2050) appaiono sempre di più un traguardo impossibile da raggiungere.

 

 

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