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Libia, la spettacolarizzazione della tortura al centro di un’indagine Onu

Crimini di guerra e contro l'umanità inflitti a migranti e detenuti, commessi da tutte le parti in conflitto dal 2016: nomi e cognomi restano riservati

Un migrante appoggia la mano su un cancello all'interno di un centro di detenzione, in Libia. È stato arrestato e trattenuto prima di poter salire a bordo di una nave che stava attraversando l'Italia (UNICEF / UN052682 / Romenzi)

Prigionieri umiliati: uomini e donne costretti a spogliarsi nudi e compiere atti sessuali o essere testimoni di stupri e sevizie davanti a tutti. È la spettacolarizzazione delle torture inflitte a migranti e detenuti in Libia dal 2016, ora al centro dell’indagine indipendente delle Nazioni Unite, istituita dal Consiglio per i diritti umani nel giugno 2020. Condizioni terribili utilizzate dallo Stato o dalle milizie straniere contro chiunque provasse a contraddire.

Oltre 150 dichiarazioni raccolte e centinaia di documenti esaminati. Le indagini incrociate in Libia, Tunisia e Italia, hanno rivelato la “violenza perpetrata nelle carceri”. Detenzioni arbitrarie, riduzione in schiavitù, reclutamento di bambini soldato, uccisioni di massa, esecuzioni extragiudiziali. Un elenco numeroso di gravi violazioni dei diritti che per la Missione d’inchiesta ha fornito “ragionevoli motivi” per le accuse di crimini di guerra.

I civili hanno pagato il prezzo più alto durante il conflitto in Libia (UNMAS/Giovanni Diffidenti)

Tutte le parti in conflitto, compresi Stati terzi e attori esterni, hanno violato il diritto internazionale umanitario”, ha affermato Mohamed Auajjar, presidente della Missione.

Secondo gli esperti, combattenti stranieri provenienti dal conflitto siriano e mercenari ​assunti da una compagnia militare privata russa nota come Gruppo Wagner potrebbe aver avuto un grande coinvolgimento, soprattutto nel periodo dal 2019 al 2020, mentre erano in lotta per la capitale libica. A Tarhuna, invece, sarebbe stata la milizia di Kaniyat ad essere responsabile dell’uccisione di centinaia di civili.

Nomi e cognomi dei sospettati però, rimarranno in un elenco riservato “fino a quando non sorgerà la necessità della sua pubblicazione o condivisione con altri meccanismi di responsabilità”, ha fatto sapere la Missione.

 

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