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Etiopia, il premier va a combattere al fronte contro i ribelli tigrini vicini ad Addis Abeba

Per Abiy Ahmed è arrivato il momento di "sacrificarsi" per difendere il Paese: l'immagine di leader conciliatore ormai non gli interessa più

Ethiopian Prime Minister Abiy Ahmed speaks during a question and answer session in parliament, Addis Ababa, Ethiopia 30 November 2020. EthiopiaÂ?s military intervention in the northern Tigray region comes after Tigray People's Liberation Front (TPLF) forces allegedly attacked an army base on 03 November 2020 sparking weeks of unrest with over 40,000 refugees fleeing to Sudan. ANSA/STR

Lo aveva detto e alla fine lo ha fatto: il Primo ministro etiope Abiy Ahmed ha indossato l’uniforme militare ed è andato a combattere al fronte contro i ribelli tigrini, che avanzano da settimane verso la capitale Addis Abeba. Non si era ancora visto un Premio Nobel per la Pace spronare i suoi concittadini a fare lo stesso, andare in guerra contro i ribelli.

Il messaggio al resto della popolazione è chiaro: per Abiy è arrivato il momento di “sacrificarsi” per difendere il Paese, come ha spiegato lui stesso su Twitter. Ma c’è anche un altro messaggio da leggere tra le righe: al premier importa ormai ben poco della sua immagine di leader conciliatore, è attento piuttosto all’avanzata militare del Tplf, che si avvicina sempre più alla capitale. Non lo hanno convinto a desistere nemmeno la valanga di appelli per la cessazione delle ostilità (i Paesi occidentali, l’Onu, l’Unione africana, i leader africani).

Del resto, Abiy è abituato ai campi di battaglia: è cresciuto circondato dalle armi da fuoco, combattendo fin da adolescente – negli anni ’90 – con i ribelli che dichiararono guerra al regime comunista che governava l’Etiopia dal 1974.

Vita quotidiana in Etiopia (wikimedia/AnnaMaria Donnoli, Vittorio Bianchi)

Quegli stessi ribelli deposero il governo e crearono un nuovo regime, dominato dall’Tplf e da un gruppo etnico, i Tigrini, che nonostante rappresentassero solo il 7% della popolazione controllarono il potere politico etiope per quasi tre decenni, dal 1991 fino all’arrivo di Abiy a capo dell’esecutivo, nel 2019. Dopo massicce manifestazioni contro il governo, in cui migliaia di persone di altri gruppi etnici scesero in piazza chiedendo più rappresentanza politica, Abiy salì al potere concedendo l’amnistia a migliaia di prigionieri politici, legalizzando i partiti di opposizione e firmando uno storico accordo di pace con l’Eritrea.

Ma il suo sforzo di trovare un’unità dell’Etiopia nella diversità delle sue oltre ottanta nazioni gli è costato un potente nemico, il Tplf, appunto; e il 4 novembre 2020, i ribelli dopo un’escalation di tensioni politiche hanno attaccato una base militare federale. Quel giorno ha segnato l’inizio di una guerra che, secondo i dati delle Nazioni Unite, ha finora ucciso migliaia di persone, costretto almeno due milioni ad abbandonare le proprie case e aggravato la carestia che già colpisce oltre sette milioni di etiopi, secondo il World Food Program.

Ora Abiy, lo stesso uomo che durante la cerimonia di consegna del Premio Nobel per la Pace aveva detto che “la guerra è l’epitome dell’inferno”, non vuole fare un passo indietro; anche se quell’obiettivo significa aprire le porte dell’inferno.

 

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