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Covid fa rima con autoritarismo: nel biennio 2020-21 democrazia in ritirata

Il quadro del Global State of Democracy 2021 dell’Istituto per la Democrazia e l’Assistenza elettorale (IDEA): l’emergenza sanitaria ha aiutato i liberticidi

Manifestazioni anti-golpe in Myanmar (MgHla (aka) Htin Linn Aye, CC BY-SA 4.0)

È una fotografia inquietante quella scattata dal Global State of Democracy 2021 dell’Istituto per la Democrazia e l’Assistenza elettorale (IDEA). Secondo l’organizzazione intergovernativa con sede a Stoccolma, era da più di un decennio che nel mondo non si verificava un simile regresso dalla democrazia all’autoritarismo. Per il quinto anno consecutivo, infatti, il numero di nuove democrazie è stato inferiore rispetto a quello dei nuovi regimi illiberali. Dal 2016 ad oggi, ben 20 Paesi hanno imboccato la strada dell’autoritarismo – a fronte dei 7 che hanno scelto il percorso inverso. Per trovare una striscia negativa più lunga del lustro attuale, bisognerebbe tornare indietro alla metà degli anni ’70.

Indiziato principale del peggioramento democratico dell’ultimo biennio è la pandemia da Covid-19, che secondo l’IDEA ha “accelerato e amplificato indirizzi politici pre-esistenti, aggiungendo una nuova pletora di sfide inedite a democrazie che erano già sotto pressione”. Il report identifica fondamentalmente quattro categorie di Stati: i regimi compiutamente autoritari, i regimi “ibridi”, le democrazie in affanno, e le democrazie solide. La pandemia si è rivelata un’occasione per rafforzare la resilienza solo di queste ultime, mentre per le restanti categorie ha determinato un peggioramento assai marcato.

Assalitori si arrampicano per raggiungere l’edificio del Campidoglio (foto di Blink O’Fanaye)

Secondo il report, i regimi di Bielorussia, Cuba, Myanmar (new entry del 2021 insieme all’Afghanistan talebano), Nicaragua e Venezuela hanno sfruttato la crisi sanitaria per imbavagliare l’opposizione e rafforzare il controllo sulla popolazione. Inoltre, fa notare l’IDEA, l’offensiva di regimi come Russia e Cina non si è limitata ai confini patri, ma ha sempre più frequentemente preso la forma di una campagna propagandistica volta a sottolineare i presunti vantaggi di avere uno Stato “forte” e decisionista al posto di un processo democratico farraginoso. L’obiettivo è stato quello di capitalizzare sulla delusione popolare nei confronti delle democrazie e sulla loro capacità di risposta alla pandemia, specialmente nella prima fase dell’emergenza.

Lo stress test pandemico ha provocato preoccupanti incrinature anche in molte democrazie di lungo corso. Da una parte l’emergenza sanitaria ha esasperato problemi già esistenti (come la proliferazione di fake news, le diseguaglianze e la corruzione), ma dall’altra ha spinto le democrazie a prendere in prestito il modus operandi degli autocrati. Il caso più eclatante riguarda gli Stati Uniti – dove all’inizio del 2021 un clima politico appesantito dalle accuse di brogli ha determinato un clamoroso assalto al Campidoglio. Non se la passa benissimo nemmeno il Brasile di Jair Bolsonaro, più volte scontratosi con la magistratura e che ha persino invitato la popolazione a scendere in piazza contro quest’ultima, alimentando lo spettro di un golpe. Restando in America Latina, l’IDEA ha manifestato apprensione per la crescente sfiducia nel processo elettorale anche in Messico e Perù – una probabile eco dei fatti statunitensi.

Giovani protestano per il clima per le strade di New York (© 2018 Fred Murphy)

Nemmeno l’Unione europea è immune al fenomeno: tre dei suoi Stati membri – Polonia, Slovenia e Ungheria – hanno infatti segnato un “preoccupante declino democratico” dall’inizio della pandemia. Cartellino giallo anche all’India di Narendra Modi, tra l’altro accusata di portare avanti una politica etnonazionalista. Tra i backsliders anche le Filippine del controverso presidente (uscente) Rodrigo Duterte, definito senza mezzi termini un “predatore della libertà di stampa” dall’ONG Reporters senza frontiere, proprio nell’anno in cui una fotogiornalista filippina (Maria Ressa) è stata premiata con il premio Nobel per la pace.

Non tutto sembra perduto, però. In controtendenza rispetto al trend negativo generale è lo Zambia, dove l’opposizione guidata da Hakainde Hichilema ha vinto le elezioni della scorsa estate. Inoltre, il report sottolinea come l’ultimo biennio sia stato caratterizzato da numerose proteste a favore della democrazia in Paesi come Bielorussia, Cuba, eSwatini, Hong Kong e Myanmar – mentre nel resto del mondo le giovani folle si sono spese a favore dell’ambiente e della giustizia sociale.

Sono tre le proposte formulate dall’IDEA per far fronte alla crisi della democrazia: in primo luogo, i Governi dovranno “riformulare il contratto sociale” con la cittadinanza, dando priorità alla riduzione delle disuguaglianze esacerbate dalla pandemia, alla lotta alla corruzione e alla sostenibilità ambientale. Contemporaneamente, sarà necessario procedere alla (ri)costruzione di una mutua fiducia tra cittadini e rappresentanti delle istituzioni in senso democratico. Infine, bisognerà predisporre gli strumenti per contrastare la minaccia autoritaria attraverso un consolidamento della cultura democratica, della partecipazione popolare e dell’informazione di qualità.

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