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Paolo Nespoli, professione astronauta: “Dallo spazio vedo la Terra con l’anima”

Un diploma di liceo scientifico e un'esperienza nell'Esercito, dopo gli studi alla Polytechnic University di NY il suo sogno è divenuto realtà

Paolo Nespoli (foto Andrea De Grandi).

"Ho sempre desiderato essere un astronauta. Questo sarebbe rimasto un sogno nel cassetto sinché, grazie alla mia formazione militare nell’Esercito Italiano, ho capito che con la giusta mentalità, passione, determinazione, un buon gruppo di lavoro ed con un adeguato equipaggiamento, anche le aspirazioni impossibili talvolta si riescono a realizzare. Questa la mia esperienza di vita", ci racconta Nespoli

“Manners Maketh Man” ricorda il proverbio. Sono i modi che fanno una persona. Ma quando si incontra Paolo Nespoli, di professione astronauta, è immediato domandarsi quali esperienze abbiano maggiormente influenzato il suo carattere. Quelle sulla terra, oppure nello spazio? In entrambi i casi, il suo percorso di vita rimane unico. Dopo il diploma di liceo scientifico, Nespoli si arruola nell’esercito italiano. Destinazione Libano, assistente del Generale Franco Angioni, capo della prima missione militare italiana dopo la Seconda guerra mondiale. L’Italia “da bere” dei primi anni Ottanta si avviava velocemente ad entrare nel ventunesimo secolo e si assumeva le prime, nuove responsabilità: dentro e fuori dal continente europeo. Paolo Nespoli è l’addetto stampa per i giornalisti in visita al contingente militare.

Ma il suo destino prevede un’altra professione. Un nuovo paese. Nespoli riprende gli studi. Destinazione: New York. Dove incontrerà un italo-americano che lo aiuta a realizzare il suo sogno: George Pugliarello, rettore della Polytechnic University, presso cui Paolo Nespoli ottiene un master in Scienza e Ingegneria Aerospaziale. Il suo cammino verso lo spazio è iniziato. Nel 1991 a Colonia, in Germania, è uno degli ingegneri addetti all’addestramento degli astronauti europei. Dopo pochi anni Nespoli é distaccato al Johnson Space Center della Nasa, a Houston, Texas. Parteciperà a tre missioni spaziali internazionali, collezionando quasi un anno di permanenza dello spazio. Dallo scorso novembre, secondo le regole della professione, dovrebbe essere un pensionato. Il condizionale è d’obbligo. Infatti la attività di Paolo Nespoli oggi continua presso il Massachusetts Institute of Technology-MIT, Cambridge, USA. A pensare l’impensabile, commenta modesto, insieme ad un gruppo di scienziati fra cui alcuni premi Nobel. La nostra domanda di apertura continua a non trovare risposta: quali esperienze determinano il carattere di Paolo Nespoli? Ditemi voi…

Come hai iniziato la tua carriera?
“Ho sempre desiderato essere un astronauta. Questo sarebbe rimasto un sogno nel cassetto sinché, grazie alla mia formazione militare nell’Esercito Italiano, ho capito che con la giusta mentalità, passione, determinazione, un buon gruppo di lavoro ed con un adeguato equipaggiamento, anche le aspirazioni impossibili talvolta si riescono a realizzare. Questa la mia esperienza di vita”.

Hai lavorato in progetti spaziali in Italia, Olanda, Germania, Russia, Stati Uniti, Cina: in questi paesi ci sono delle differenze nelle procedure di lavoro?
“Sostanzialmente la metodologia delle attività spaziali è ovunque molto simile. I protocolli tecnico-scientifici da rispettare, anche se diversi, sono standardizzati. Con una mentalità italiana, completata dai metodi di lavoro europei ed americani, un professionista può anche andare in Russia e, a parte la lingua, sentirsi come fosse a casa”.

Il tuo background di italiano aiuta nelle situazioni di problem solving?
“Essere lo “straniero” di turno, e nel mio caso un italiano, spesso mi ha dato la impressione di dovermi cercare una soluzione. In altri termini, per il fatto di essere italiano nelle situazioni problematiche talvolta sono riuscito a fare quello che i miei colleghi americani definiscono “thinking different”. A trovare soluzioni fuori dalla normalità. In queste circostanze, è vero: il fatto di essere italiano effettivamente mi ha aiutato. Però mi sono state d’aiuto anche le esperienze nell’esercito ed una istintiva curiosità. Non mi accontento di lasciare le cose come sono. Per esempio: nel corso della mia prima missione da astronauta, arrivato nella stazione spaziale ho cambiato l’orientamento di alcuni strumenti di bordo che erano stati lasciati allo stesso posto per più di dieci anni. Dopo una iniziale sorpresa, i colleghi di lavoro mi hanno ringraziato. Invece nella mia seconda missione, il nostro gruppo di astronauti comprendeva: un comandante russo; un italiano, che poi ero io; una collega americana con una anzianità di servizio superiore alla mia. Ebbene, in quel volo la NASA da Houston decise di affidare a me il comando della operazioni non di competenza sovietica. Come straniero io dovevo filtrare i comandi all’equipaggio e come italiano gestire al meglio una situazione che poteva diventare culturalmente complicata. Concludendo, il fatto di essere uno straniero, ed in particolare un italiano, di avere una cultura ed un approccio diverso sicuramente mi è tornato utile in molte situazioni professionali”.

I programmi e gli strumenti informatici degli astronauti sono cosi’ diversi da quelli che usiamo sulla terra?
“Sono le condizioni di utilizzo degli strumenti informatici a cambiare. In orbita si lavora in un ambiente tridimensionale completamente diverso. In assenza di gravità. Anche il fatto di operare in un ambiente remoto, confinato ed isolato, come accade nello spazio, cambia le cose. La stazione spaziale è una macchina che deve lavorare senza interruzioni per mantenerti in vita. Quindi la Memory Machine Interface-MEMI di una stazione spaziale lavora in condizioni talmente estreme che il software é sempre pronto a venire resettato per un utilizzo diverso. Chi sta sulla terra fatica a prevedere gli inconvenienti che noi sperimentiamo in orbita”.

Dal punto di vista fisico, cosa rende estrema la situazione nello spazio?
“La capsula spaziale è un posto isolato, da condividere con altre persone. È la tua realtà: non puoi abbandonarla. Qualsiasi errore può portare a conseguenze mortali per i colleghi. Sono responsabilità non da poco. Eppure nei trecentotredici giorni che ho vissuto in orbita non ho mai avuto paura. Per un astronauta la paura è un sentimento negativo. Ti blocca quando comprendi che può accadere qualcosa di estremamente grave. Ma la paura si può dominare con un buon addestramento tecnico. Il nostro dura almeno cinque anni. Veniamo preparati a confrontarci con situazioni estreme. Terminato il periodo di istruzione, l’astronauta è veramente pronto ad ogni imprevisto. Chi va in orbita non è mai uno sprovveduto. Ecco perché nello spazio non ho mai avuto paura: sapevo di essere preparato”.

Per selezionare un astronauta contano più le doti fisiche o psichiche?
“La attività del comitato di selezione è difficilissima, e certamente non invidiabile. L’astronauta è una persona del tutto normale. Qualificata. Pronta a lavorare in gruppo. In condizioni difficili. Disposta a risolvere gli imprevisti con il solo aiuto che riceverà da Space City, a Huston, in Texas. Nello spazio siamo soli durante il nostro duty period giornaliero. Ciascuno deve seguire quanto è stato pianificato per lui. Senza sovrapporsi al lavoro dei colleghi, né sovraccaricare le risorse della capsula che sono limitate. Non è facile. La nostra missione nello spazio è di seguire le istruzioni che riceviamo dagli scienziati dalla terra, talvolta senza neppure renderci conto di quello che ci chiedono di fare”.

Quando sei in orbita cosa provi guardando la terra?
“Si provano delle esperienze incredibili. Pensiamo alla assenza di gravità: nello spazio tutto galleggia. In orbita perdiamo la sensazione di avere un corpo e diventiamo coscienza pura. Vediamo la terra con l’anima. Nello spazio, a quattrocento chilometri di distanza, la terra è un piccolo pianeta tra i tanti dell’universo. Dal cielo si comprende che noi umani abbiamo un eccessivo impatto ambientale sul nostro pianeta. La nostra terra appare senza frontiere. In pochi minuti attraversiamo tutta l’Europa. Sarebbe importante che gli abitanti del nostro pianeta iniziassero a pensare come una comunità collettiva, che condivide un destino comune. Dal punto di vista ambientale la terra è soggetta a fenomeni naturali che si influenzano reciprocamente, senza frontiere, in modo continuo. Pensiamo all’inquinamento climatico. Vista dallo spazio la terra non è un pianeta fragile. Se noi umani continueremo ad influire sulle condizioni ambientali che ci permettono la vita, come atmosfera e temperatura, tra due o tre milioni di anni la terra tornerà ad essere esattamente come è stata in origine, e ricrea ciò che oggi stiamo consumando. Ma, domandiamocelo: noi esisteremo ancora?”.

Hai mai avuto la impressione che possano esistere altre forme di vita nello spazio?
“Purtroppo non ho mai incontrato extraterrestri: avrei volentieri voluto essere il primo. Ma evitiamo giudizi categorici. Sulla terra è difficile comprendere l’ universo. Il nostro metro temporale è diverso. Cento anni per noi terrestri è un tempo infinito, mentre nello spazio non contano nulla. Lo stesso accade per le distanze. I nostri chilometri scompaiono nella infinità dell’universo. Ecco perché dobbiamo evitare di negare in modo assoluto la presenza di altre forme di vita nell’universo. Anzi: personalmente credo che da qualche parte esistano delle forme di vita. Il punto è che noi non riusciamo neppure ad immaginarci a quale distanza si possano trovare, né dove. Recentemente al Massachusetts Institute of Technology-MIT ho incontrato il Professor Rainer Weiss, premio Nobel 2017 per la fisica. Gli ho chiesto di inventare il modo di viaggiare più veloci della luce, che viaggia 300 mila chilometri al secondo. Per dire: un raggio di luce impiega due secondi per andare sulla luna e tornare sulla terra. Se le nostre astronavi, che oggi viaggiano a 30 mila km/h, andassero alla velocità della luce potremmo veramente esplorare lo spazio infinito. Il Professor Weiss mi ha risposto che è impossibile. Invece io credo che si debba tornare ad un “thinking different”, ad innovare, perché almeno i nostri figli possano viaggiare nell’universo. Spero che in futuro qualcuno possa realizzare ciò che per noi oggi è ancora fantascienza. Quando in passato abbiamo pensato cose impossibili poi siamo riusciti a farle. Cominciamo magari a pensare al teletrasporto, allo spostamento immediato attraverso lo spazio della materia da un luogo all’altro. Sogniamo l’impossibile: e lo realizzeremo”.

New York è la città dove tu studiato. Ma è anche dove ha vissuto una delle più note giornaliste italiane, che tu hai conosciuto: Oriana Fallaci. Iniziamo da lei: che ricordi hai?
“Conoscendo il mio desiderio di diventare astronauta, quando ero adolescente la mia fidanzatina mi regalo’ “Se il sole muore”, libro di Oriana Fallaci che nel 1965 descriveva la corsa per la conquista dello spazio. Il destino ha voluto che anni dopo io la incontrassi di persona in Libano. Su questa esperienza Oriana Fallaci nel 1990 pubblicherà il libro “Inshallah” liberamente ispirato alle vicende di guerra di quel periodo. Per tutti noi del contingente italiano la Fallaci era un mito. Io mi sentivo in difficoltà a rivolgerle la parola. Come professionista, la Fallaci era totalmente concentrata sul suo lavoro. Aveva una capacità straordinaria di sintetizzare i caratteri dei personaggi e descrivere gli equilibri della società. Debbo ammetterlo: io non avevo una tale capacità di analisi”.

Di New York, dove hai studiato, che ricordi hai?
“Per motivi professionali oggi sono spesso a Houston, in Texas, e Cambridge, in Massachusetts, dove collaboro con il MIT. A New York sono stato l’anno scorso invitato dal NYU Polytechnic School of Engineering (NYU-Poly), dal 2008 facoltà di ingegneria e scienze dell’ Università di New York. Ogni volta che torno in città mi rivedo quando ero studente. Arrivai con il mio diploma italiano di liceo scientifico, dopo anni nell’esercito, e con una conoscenza minima dell’inglese. Mi è subito piaciuto il sistema universitario americano. Alla NYU-Poly ai tempi venni aiutato dalla comunità accademica italo-americana. Dal presidente della mia facoltà, George Pugliarello. Dal capo del dipartimento di ingegneria spaziale, altro americano di origini italiane: Pasquale Esposito. Dal responsabile del dipartimento di ingegneria meccanica: Frank Romano. A tutto il team accademico della NYU sono grato di avermi insegnato quelle nozioni di ingegneria spaziale che poi hanno realizzato il mio sogno: diventare astronauta”.

A sessantun anni, che bilancio fai della tua vita?
“È una domanda che non mi sono ancora posto. La mia vita professionale continua. Nell’immediato sicuramente c’è la divulgazione tecnico-scientifica con le giovani generazioni. A loro spiego che diventare astronauta non vuol dire necessariamente essere una persona fuori dall’ordinario. Anche un ingegnere spaziale, come tutti, può avere una vita normale. Mi piace ricordare ai giovani che per realizzarsi non è necessario diventare showgirl o calciatore di football, ma innanzitutto seguire le proprie aspirazioni, passioni, desideri. Senza farsi affascinare dagli stereotipi. Nella vita conta solo quello che veramente desideriamo essere. Per quanto mi riguarda continuerò a sviluppare i miei progetti e fare l’ingegnere, come ho sempre desiderato. E sognare l’impossibile”.

 

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