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Da poliziotto ad “angelo dei clochard” di Palermo. La storia di Samuele Cascio

Dopo 20 anni in polizia, anche nella scorta del ministro Rognoni e di Falcone, sentì la chiamata di Dio per diventare pastore. E aiutare i più deboli

Chi sono i clochard? "Sono gente come noi che, a differenza nostra, si è ritrovata a dovere affrontare delle disgrazie che li hanno portati a perdere casa, lavoro e, in molti casi, anche la famiglia", ci racconta Cascio

Samuele Cascio ha 63 anni. Come dice lui stesso, la sua è stata una nascita miracolosa: sua madre, a causa di condizioni economiche del dopoguerra, aveva deciso di abortire. Ma mentre stavano per procedere, “la voce di Dio bloccò mia madre dicendogli che io ero venuto a concepimento perché Lui aveva un piano preciso per me”, come dice lui stesso. La sua è una famiglia con problemi economici, come del resto molte famiglie del dopoguerra: il padre, invalido di guerra, faceva il bidello presso la scuola locale. Una famiglia, però, ricca di insegnamenti morali e spirituali.

All’età di 18 anni, Cascio si arruola in polizia. A 20 anni, viene ferito da colpi d’arma da fuoco. Mentre si trova in ospedale con l’arteria femorale lacerata e in prognosi riservata, prega “fervidamente Dio per chiedergli aiuto”. Un aiuto “che puntualmente si manifestò: la ferita si rimarginò completamente e quando fui completamente ristabilito, sentii la Sua voce che mi diceva di andarmi ad inserire in una chiesa e servirlo”.

Ma non lascia subito la polizia: riprende servizio e viene assegnato al reparto scorte del Viminale e, in particolare, al Ministro degli interni Rognoni. Proprio in un momento difficile: è il periodo delle Brigate Rosse. Nel 1985, presenta domanda di trasferimento a Palermo e viene messo al comando della scorta del giudice Falcone (per un anno); poi destinato alla squadra mobile sezione falchi antiscippo e antirapina, della quale ricorda che “numerose volte la mano di Dio mi ha protetto dai pericoli che correvo durante gli interventi”.

Ancora giovanissimo (a 38 anni, ma con 20 anni di servizio in polizia), decide di dimettersi e dedicarsi a “servire Dio a tempo pieno”, “di ubbidirgli”. Frequenta la scuola biblica che lo prepara “al ministero di pastore al quale Dio mi aveva chiamato”. Nel 1995, inizia a prendersi cura di una chiesa pentecostale “dove Dio mi cominciò ad usare per curare anime particolari” in un quartiere difficile e particolare: uno dei quartieri più disagiati di Palermo, Brancaccio. Ma non basta, decide anche di “seguire le anime dei detenuti dentro l’Ucciardone e il Pagliarelli, i carceri penitenziari di Palermo”. “La mia attività in questi luoghi è ripagata dall’osservare che diversi detenuti sono toccati da Dio e si convertono”. Dal 2012, resosi conto “del grave problema dei clochard costretti a dormire per strada senza nessuno che li accudisse o fornisse anche solo lo stretto indispensabile”, decide, insieme alla “comunità che serve”, di occuparsi anche di coloro che vivono per strada. Da allora, si occupa dei senzatetto fornendo loro assistenza, e, con i membri della chiesa che guida, svolge anche attività di volontariato per gli anziani presso le strutture che li ospitano. Cercando, al tempo stesso, “di essere una guida per i giovani e per le anime che ci sono affidate dal tribunale di Palermo”.

Innanzitutto grazie di averci concesso questa intervista: sappiamo che siete molto attivi e quindi il tempo non è mai abbastanza… In particolare in che modo aiutate i clochard?
“Ispirandoci alla parola di Dio e all’attività di Gesù: cerchiamo di aiutarli spiritualmente e materialmente, perché ci rendiamo conto che queste persone hanno bisogno sia di nutrimento fisico, che di nutrimento spirituale per confortare le loro anime provate dagli immensi disagi che ogni girono subiscono e provano, pertanto noi forniamo loro assistenza spirituale, sia pregando con loro, sia invitandoli a partecipare alla Chiesa, inoltre forniamo loro un pasto caldo (che consiste in pasta o minestra, acqua, frutta). Forniamo anche vestiario e coperte, in quanto quello che loro utilizzano può essere fradicio di pioggia e sporco”.

Penso che ormai vi sarete fatti un’idea precisa di “chi” sono i clochard che assistete a Palermo (ma la situazione non è diversa in altre città d’Italia)…
“I clochard sono gente come noi che, a differenza nostra, si è ritrovata a dovere affrontare delle disgrazie che li hanno portati a perdere casa, lavoro e, in molti casi, anche la famiglia”.

Nessuna distinzione, quindi, tra clochard migranti e senza tetto italiani. Per fortuna. Un recente studio dell’ISPI (confermato, peraltro, anche dalla Caritas) ha sottolineato che in Italia, dall’entrata in vigore del cosiddetto “Decreto sicurezza” che ha ridotto in modo estremo i permessi per i migranti, molti di loro sono finiti in strada. Avete avuto anche voi sentore che il numero degli extracomunitari è aumentato sensibilmente? e di quanto?
“È difficile potere dare un numero preciso, spesso si tratta di gente che teme per la propria incolumità e quindi è reticente nel dare proprie notizie, però posso confermare che vi è stato un aumento esponenziale del numero degli extracomunitari per strada. Chi non vive questa realtà, magari non se ne rende conto, perché purtroppo tendiamo ad ignorarli o a non farci caso, ma nelle ultime settimane abbiamo dovuto raddoppiare il numero dei pasti da preparare per fare fronte a tutte queste persone. Volendo dare qualche numero, in certi casi, nelle zone che noi copriamo durante il nostro giro serale, forniamo più di cento (100) pasti, quando, fino ad un paio mesi fa, ne preparavamo 50-60”.

Sappiamo che, oltre che dei clochard, gestite anche un banco alimentare: un aiuto importante per le famiglie che non riescono ad arrivare alla fine del mese. I dati nazionali parlano di una povertà in aumento in Italia. Secondo il vostro parere qual’è la situazione a Palermo?
“Posso dire che la situazione è drammatica e, mi spiace dirlo, va peggiorando, anche se spesso non ce ne rendiamo conto. Anche loro, come i clochard, presentano una evidenza oggettiva di bisogno, perché vivono per strada e quindi sono una realtà innegabile, vi sono sempre più persone che lamentano disagi: famiglie che non arrivano a fine mese o che devono rinunciare a cure mediche e che magari sfuggono alle statistiche (che spesso sono aride e non danno idea del dramma umano che vi è dietro i numeri) perché non “vivono per strada”. Insomma, bisogna comprendere che in certe frange della popolazione vi è uno stato di bisogno che spesso non viene riconosciuto, almeno ufficialmente. Questo noi lo vediamo, ad esempio, con il netto aumento di coloro che si rivolgono a noi per usufruire del banco alimentare: sono famiglie che magari vivono in una abitazione, ma che non arrivano a fine mese. Posso dire che rispetto ad uno o due anni fa, anche la raccolta del banco alimentare sta diventando più scarsa e si avverte una netta diminuzione di prodotti di prima necessità come pasta o latte a lunga conservazione. Noi cerchiamo, con il poco che abbiamo, di soddisfare le richieste di tutti, ma a volte è veramente difficile e in quei momenti piange il cuore a non potere aiutare tutti”.

Clochard, migranti, famiglie in difficoltà: sono tutti esempi di un grave disagio sociale. Come pensate che le autorità (comunale, regionale e nazionale) stiano facendo fronte a questi problemi?
“Credo che le autorità citate abbiano serie difficoltà a fare fronte a quanto detto perché manca una strategia integrata e che sia di lungo respiro: si preferisce magari la misura tampone che serve a fare fronte momentaneamente all’emergenza senza risolvere il problema. Faccio un esempio: le amministrazioni comunali, durante l’inverno, quando le previsioni segnalano una brusca diminuzione di temperature, varano il “piano antifreddo” che prevede un aumento momentaneo dei posti letto nei dormitori, passata l’emergenza freddo si ritorna come prima e i clochard sono di nuovo in mezzo ad una strada, abbandonati a se stessi. Servirebbe maggiore coordinamento delle autorità coinvolgendo anche le associazioni di volontariato che ormai hanno acquisito una preziosissima esperienza pluriennale sul campo.

Posso dire, con assoluta sicurezza, che manca sia un coordinamento con le autorità, che un sostegno pieno da parte delle medesime: le associazioni di volontariato che ogni giorno si impegnano per risolvere, o quanto meno  lenire, questi problemi hanno dovuto acquisire sul campo una competenza che è frutto di una esperienza ormai pluriennale. Nell’arco degli ultimi anni le associazioni non solo si sono coordinate tra loro, seppur in modo autonomo e non riconosciuto e supplendo alle mancanze del Comune, fornendo supporto gli uni con gli altri, ma hanno anche realizzato una app, chiamata ReteinAzione, che dopo due anni di test è pronta ad essere attivata gratuitamente e che permetterà un uso migliore delle poche risorse a disposizione, un monitoraggio costante e migliore dei clochard a Palermo e un coordinamento più efficace tra le associazioni di volontariato coinvolte”.

Una bella iniziativa. Ma, soprattutto, un esempio concreto dello stato di disagio in cui vive un numero sempre maggiore di persone, italiani e extracomunitari, senza nessuna distinzione e con gli stessi problemi e gli stessi bisogni. Necessità che, purtroppo, pochi, a tutti i livelli, sembrano “vedere” e per la quale ancora meno dimostrano di fare davvero qualcosa. 

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