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A Palermo 40 anni fa la mafia uccideva Cesare Terranova e Lenin Mancuso

Intervista con Rosario Terranova, nipote del giudice e allora un bambino, oggi attore teatrale: "Una figura che mi ha accompagnato per tutta la vita"

Il corpo senza vita del giudice Cesare Terranova (Foto di Letizia Battaglia)

Sono trascorsi quarant’anni dall’omicidio del magistrato Cesare Terranova e del suo fidato collaboratore maresciallo di polizia Lenin Mancuso, entrambi uccisi brutalmente da un gruppo di fuoco alle 8.30 del mattino del 25 settembre 1979. L’omicidio è avvenuto a Palermo, in via Rutelli, vicino Via Libertà, in pieno centro. Il magistrato era appena uscito di casa, mettendosi alla guida della sua autovettura, Mancuso invece si era seduto nel sedile passeggero. La vettura del magistrato Terranova è stata immediatamente bloccata dal gruppo di fuoco. Il giudice Terranova è morto sul colpo. Mancuso, invece, muore poche ore dopo in ospedale.

Cesare Terranova

Cesare Terranova è stato un grande esempio nella lotta contro il potere mafioso in Sicilia. Nel 1972, è stato deputato alla Camera nella lista del PCI, rieletto nel 1976, fino al 1979, ed è stato segretario della Commissione Parlamentare Antimafia nella VI Legislatura. Insieme ad altri deputati del PCI, ha elaborato una relazione in cui metteva in luce i collegamenti tra mafia e politica. Nel corso della sua lunga carriera, si è occupato delle prime indagini che riguardavano la sanguinosa cosca dei Corleonesi, ma anche il cosiddetto “sacco di Palermo” e la metamorfosi di una mafia che si stava gradualmente trasformando da agricola a imprenditoriale.

La mafia in quegli anni aveva messo da parte la zappa e il gregge; non lottava più per le terre da riconquistare non ostentava più le vacche, i campanacci, le terre, la Giulietta nuova di zecca o il sigaro importato dall’America come simbolo di potere in una piccola cittadina di provincia come Corleone. I mafiosi avevano smesso di essere braccianti agricoli, allevatori e non spalavano più letame in quelle luride stalle piene di zanzare e topi. Davanti ai loro occhi c’era Palermo; una piazza in cui girava il grande business degli affari: droga, appalti. In poche parole: i picciuli, tanti, troppi.

I Corleonesi si  sono conformati quindi ad uno stile tutto nuovo, partecipando a quelle riunioni che si tenevano nei salotti della Palermo bene, con i grandi boss più importanti e in vista della città. Le loro mani callose attraversavano in modo impacciato quelle giacche in camoscio sagomate, le cravatte in seta si stringevano comodamente al collo e i pantaloni in fibra sintetica non puzzavano più di sangue o di grasso animale. La mafia aveva cambiato pelle e registro comunicativo, abito e sottoveste; non serviva più l’aratro o la zappa per demarcare una sottile linea di confine tra due lotti di terreno e affermare prepotentemente il proprio dominio, non più. Quel tempo era finito, apparteneva al passato ormai. Le decisioni, da quel momento, venivano prese attorno ad un grande tavolo, tra aragoste, champagne e profumi che si disperdevano, e l’unica linea di confine da decidere era rappresentato dalla via che c’era tra un nuovo palazzo da costruire e un altro, o da destino segnato di quei poveri esseri umani che ne intralciavano il cammino.

Quella mafia non usava più l’aratro, ma una ruspa che eliminava le bellissime ville Liberty che impreziosivano Palermo, riempiendo quegli spazi vuoti da colate di cemento che molto spesso diventavano cimitero per i cadaveri da far sparire. Terranova aveva capito che la mafia stava cambiando pelle, e che in quegli anni era in atto un passaggio importante che portava i mafiosi ad abbandonare i campi per diventare imprenditori. Lo aveva capito. Non sono state indagini semplici le sue, perché si è dovuto scontrare costantemente con l’omertà di una terra che faceva fatica a pronunciare la parola “mafia” e con degli strumenti di investigazione molto limitati. Le indagini del giudice Terranova hanno tracciato un solco indelebile per i suoi successori, delineando un quadro chiaro e nitido dell’efferatezza dei corleonesi, che anni dopo metteranno in atto una sanguinosa guerra di mafia che macchierà per sempre il volto di Palermo.

Rosario Terranova

Abbiamo intervistato Rosario Terranova, attore teatrale e televisivo, nipote del Giudice Cesare Terranova.

La mattina del 25 settembre del 1979, a Palermo, Cesare Terranova viene ucciso poco dopo essere uscito dalla propria casa di via Rutelli, vicino Via Libertà. Aveva 58 anni. Il gruppo di fuoco ha colpito mortalmente il magistrato e il maresciallo di polizia Lenin Mancuso, suo collaboratore da sempre al suo fianco. Che ricordi hai di quel giorno?

“Io ero piccolo, sono del ’75, il fatto è successo nel ’79, quindi avevo appena compiuto quattro anni. Posso dirti che, anche se avevo quattro anni, resta indelebile quel ricordo li. Ricordo che tutta la casa di nonna Maria e di nonno Rosario, che era il cugino dello zio Cesare, erano piene di lacrime, di persone che piangevano. Questo è rimasto indelebile per me. Poi sono cresciuto con il ricordo dello zio Cesare perché qualunque cosa accadeva in città era tutto rimandato alla sua figura, quello che lui era stato e quello che lui aveva fatto. Una figura che mi ha accompagnato poi per tutta la vita, al punto tale che quando iniziarono gli anni del maxiprocesso, il mio desiderio fu di andare ad assistere in aula, anche se durò poco perché ero piccolo, avevo dodici anni. Scoppiai a piangere e mio nonno Filippo, il papà di mia mamma poi mi portò fuori perché ero messo praticamente a mignatta perché volevo andare a vedere, nelle gabbie, le facce delle persone che avevano fatto quello che avevano fatto. Zio Cesare è una figura che mi è rimasta per sempre perché poi da adolescente, poi una volta diventato più grande -da ragazzo palermitano- sono cresciuto nel periodo in cui la città è diventata blindata, dove i carri armati che vedevi da piccolino e con cui giocavi con i soldatini si materializzavano e ti rendevi conto che esistevano veramente. La grande responsabilità di un cognome che mi sono poi portato per tutta la vita. Considera che artisticamente, uno dei progetti più importanti che ho fatto è stato “Maltese-Il romanzo del Commissario” per la Rai con Kim Rossi Stuart. Quando Tavarelli, il regista, ci chiamò, diede a ognuno di noi dei personaggi di riferimento, e che avremmo composto la squadra del Commissario Maltese, ambientata nel ’76. Trovandomi ad aprire un album con tutte le foto dei personaggi di quel periodo, ho aperto proprio quest’album fotografico e nella pagina di destra c’era lo zio Cesare e nella pagina di sinistra c’era Lenin Mancuso, il suo angelo custode”. 

Che ricordo hai di tuo zio Cesare? Che persona era nel privato?

“Era una persona molto disponibile, molto riservata ma molto disponibile. In un primo momento poteva sembrare una persona quasi austera, quasi silenziosa però bastava poco e regalava tanti sorrisi. E’ questo che mi raccontava mio nonno Rosario. Mi ha sempre raccontato questo, dei sorrisi dello zio Cesare. Purtroppo ero troppo piccolo, ricordo solo quel giorno pieno di grida, di pianti e di lacrime”.

Tuo zio ha lavorato per molti anni a Patti, poi a Palermo, poi ancora a Marsala e nuovamente Palermo. E’ stato componente della Commissione parlamentare antimafia, distinguendosi per il suo impegno, per l’intuito e la professionalità. Ha seguito importanti processi che portarono alla condanna della cosca dei Corleonesi di Luciano Leggio per l’omicidio di Michele Navarra. Viaggia molto e certamente le scorte del tempo non erano come quelle di oggi. Cosa ricordi di quel periodo e di quei momenti? C’era apprensione in famiglia a seguito degli innumerevoli spostamenti di zio Cesare?

“No, assolutamente no perché è comunque un momento storico in cui anche se ti occupavi di quello, lungi dal potere mai ipotizzare, immaginare e pensare che quel tipo di personaggio poteva essere toccato. Assolutamente. Considera che lui era la persona che scendeva e doveva guidare lui la macchina, quindi si ripeteva questa scena quotidiana di Lenin che si metteva accanto e guidava lui. Era per lui, per loro, dei momenti in cui la scorta veniva vissuta con un atteggiamento della serie “mhà, si la dobbiamo avere ma…ok…forse non accadrà mai”. Non so se sono felice nell’esprimere un’idea simile ma l’ho sempre vista così. E’ un po’, senza andare lontano, Dalla Chiesa con la moglie viaggiavano sulla loro A112 davanti e dietro c’era l’agente. Quindi era tutto un momento un po’ lontano da quello che poi sarebbe successo”.

Oggi la mafia è cambiata ma c’è ancora. Ha cambiato registro comunicativo ma esiste, è viva. Non spara più ma si è conformata con una società che ha cambiato pelle e che non siede più al bar con la coppola, la lupara e il mezzo bicchiere di rosolio. ..

“I peri ncritati e la lupara non ci sono più, adesso hanno la giacca e la cravatta, viaggiano su altre automobili, hanno un registro di espressione totalmente diverso. Devo dirti che sono cambiate anche quelle figure, nel bene o nel male. Quelle figure di una volta; che loro hanno iniziato a combattere ma poi sostanzialmente a sconfiggere, a portarle dietro le sbarre, a condannarle, non esistono più”.

Quale consiglio ti sentiresti di dare a quelle generazioni che purtroppo si aggrappano ai falsi miti della micro e macrocriminalità?

“Io con il mio lavoro giro per le scuole e nel mio piccolo faccio tanta antimafia, portando i libri e raccontando di personaggi che non ci sono più. Si dovrebbe fare un grande lavoro con gli insegnanti, cambiando un po’ e riaggiornando quelli che sono i programmi perché purtroppo tra le nuove generazioni non tutti sanno chi erano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino o sanno forse di loro perché ormai le loro morti sono state spettacolarizzate, ma tutti gli altri uomini; da mio zio Cesare a Dalla Chiesa a Livatino o Fava, dovrebbero prima studiare la nostra storia che non è una storia triste, non deve essere raccontata come una storia triste. Questa gente è morta e grazie alla loro morte noi viviamo in modo diverso. Noi ci possiamo permettere oggi di vivere in modo diverso, con tutte le difficoltà che abbiamo, però questo noi non lo apprezziamo, ormai tutto è diventato un festeggiamento e un ricordo di un giorno: il 22 ci prepariamo, il 23 maggio c’è la festa e il 24 maggio già non se ne parla più. Questo è triste. O che sia mafia, o che sia camorra, o che sia ndrangheta, non si arresta grazie al silenzio e quello che si deve fare è non restare in silenzio. Ben vengano determinate trasmissioni che portano alla ribalta questi fenomeni che esistono, perché sennò noi non sapremmo mai che in una piazza di Palermo, una specie di cantante dedica una canzone allo zio ergastolano. Queste cose si devono sapere, di queste cose se ne deve parlare, perché sennò torneremo a quarant’anni fa. Oggi è ancora più pericoloso perché tu non la vedi. L’annacata che c’era una volta non la vedi. Quindi se ne deve parlare”. 

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