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Io mi chiamo Sharon Tate e ancora non so perché questa è stata la mia fine

Racconto immaginato del terribile massacro di cui fu vittima anche la bellissima attrice, che oggi si ricorda grazie al film di Quentin Tarantino

Sharon Tate, fotografata da Willian Herbun, 1967 (Foto da Flickr)

Non so ancora perché siamo stati uccisi. Per odio? Per noia? Perché ricchi e famosi? Perché era destino così? Chissà.

Sharon Tate bellissima attrice e moglie di Roman Polanski – morì a soli 26 anni – per mano di adepti della Manson Family.

Era la notte fra l’otto ed il nove agosto del 1969.

Quattro hippies dissociati e dediti all’uso di droghe – manipolati e psicologicamente indottrinati da Charles Manson.

Sono passati cinquanta anni dall’eccidio di Cielo Drive e recentemente, con il film Once Upon a Time in Hollywood di Quentin Tarantino, con Rick Dalton e Cliff Booth, interpretati da Leonardo Di Caprio e Brad Pitt e Margot Robbie nel ruolo di Sharon Tate, si è tornati a parlare di lei e della sua fine orrenda; anche se Tarantino ha voluto offrirle una pietosa via di salvezza.

 

Ancora oggi non so perché sia successo.

All’inizio pensai  ad un altro brutto sogno.

Come quella volta – mesi fa – in cui nel cuore della notte mi svegliai con la terribile percezione di una sagoma oscura e bassa che circolava nella mia stanza da letto.

Ricordo che la seguii lungo le scale che portavano alla cucina; di colpo alla figura buia

se ne aggiunsero altre tre: anche esse sconosciute e minacciose – seppur ferme come pezzi in una scacchiera –  in attesa di una mia mossa.

Ero paralizzata dal terrore e mi domandai se stavo sognando.

Non feci in tempo a realizzare nulla se non che mi comparve l’immagine statica – come una fotografia – di quattro corpi sanguinanti legati come agnelli sacrificali alle travi del soffitto.

Una ero io, di certo.

Riconobbi subito il volto di Jay a fianco a me e agli altri due – dal volto sconosciuto: eravamo tutti  morti.

Mi svegliai di colpo – madida di sudore – era stato solo un sogno ed io ero viva.

Questo è l’incubo che raccontai al giornalista Dike Clainer quando – qualche tempo prima – mi chiese se credessi nel paranormale o nelle premonizioni.

Lui scriveva sul magazine “Faith” ed io gli stavo raccontando quello che – a distanza di tempo – mi accadrà.

Ora so che fu  tutto vero – perché ci sono io a terra – seminuda con una corda attaccata al collo e con l’altra estremità di essa – attaccata al collo di Jay.

Accanto a noi – come statue cadute dal vento – ci sono Wojciech Frykowsky (detto Fryk) ed Abigail Folger – mia amica e sua compagna.

E’ l’alba del 9 agosto 1969 e così ci ha ritrovato Winfred Chapman – la nostra (mia e di Roman) cameriera.

Non so ancora perché siamo stati uccisi.

Per odio? Per noia? Perché ricchi e famosi? Perché era destino così?

Chissà.

Io non l’ho ancora capito ed anche se adesso ricordo tutto in modo indolore – non ho dimenticato alcun particolare di quella sera:  la surreale consapevolezza che quel corpo dilaniato dalle lame ed immobile – fosse proprio il mio e che riuscissi ad osservarmi nei dettagli senza sentir più alcun dolore.

Io sono stata l’ultima a morire – quello lo ricordo bene.

“Fryk” (Wojciech Frykowski) fu il primo.

Strafatto di droghe ed alcol  e collassato  sul divano del salotto – ebbe la fortuna di morire nel suo stato di incoscienza.

Un colpo di pistola – una calibro 22 e si trovò a vagare nella stanza perplesso circa ciò che gli era accaduto qualche minuto prima.

Jay fu il secondo.

Quando le oscure figure – fra urla, calci, sputi ed insulti – irruppero nella mia casa noi eravamo tornati da una delle tante cene a “El Coyote” – il mio ristorante preferito a Los Angeles.

Avevamo mangiato le loro specialità messicane ed  i miei amici mi avevano fatto ridere un sacco – era da molto che non lo facevo così liberamente.

Loro avevano bevuto – io mi ero concessa solo un sorso di vino dal calice di Jay.

Ero incinta di otto mesi del bambino di mio marito: Roman Polansky e nostro figlio era la cosa più importante per me.

Mi sono sempre pensata madre.

Io sono nata in Texas – da due genitori uniti e solidali, una famiglia old style.

Abbiamo sempre viaggiato molto – in giro per il mondo – per il lavoro di papà: un militare di carriera ma la nostra casa, la nostra famiglia, le nostre radici sono sempre state la cosa più importante per me.

Devo a loro – ai miei genitori – la riconoscenza dovuta della figlia (io) che è stata assecondata nel suo sogno: ho sempre voluto diventare una attrice.

Vinsi molti concorsi di bellezza – feci tanti provini per pubblicità e promozioni televisive.

Piccole parti che mi spinsero sempre di più in questo folle mondo – nel quale galleggiavo schivandone i pericoli: non mi sono mai fatta di nulla, io che ero cresciuta a granturco e pollo fritto.

Le luci, la ribalta, il successo – right – erano  tutte cose che desideravo  – però io sognavo anche di diventare madre ed occuparmi del mio bambino.

Roman Polaski con Sharon Tate (Foto da Flickr)

Ricordo il momento in cui dissi a Roman di essere incinta.

Ricordo la delusione sul suo volto e – di riflesso – sul mio.

Nei rapporti è sempre così: c’è sempre qualcuno che non si sente abbastanza pronto per diventare genitore.

Nel mio matrimonio – quella sicura di voler tenere il bambino – ero io; Roman alla fine mi aveva solo assecondato.

Io rincorrevo una famiglia, la stabilità.

Lui rincorreva i premi cinematografici e la sua libertà.

Erano mesi che Roman doveva rincasare; ma  c’era sempre una urgenza che lo impediva: un incontro importante di lavoro o un riconoscimento da ritirare.

La sera in cui è accaduto tutto, Roman era a Londra – ad un party.

Non gliene faccio una colpa, anzi.

Se fosse stato presente – le figure oscure che ora ci stanno martoriando – avrebbero preso pure lui.

E’ stato tutto relativamente veloce eppure così crudele ed inumano.

Penso a Jay.

Jay (Sebring) mio ex fidanzato ed ora grande amico – fu il secondo a subire la mattanza.

Ricordo le sue ultime parole: “Per pietà, Sharon aspetta un bambino. Facciamo tutto quello che volete – ma non fatele del male”.

Un calcio lo colpì in pieno volto, poi un altro ed un altro.

Col volto riverso sul pavimento – vidi una ragazza con lo sguardo invasato accanirsi contro di lui – brandendo un coltello.

Chiusi gli occhi per non vedere l’orrore – l’apocalisse del male – che si stava consumando nel salotto di quella villa che amavo come la mia vecchia casa in Texas.

In “Cielo Drive” – pensai – è sceso l’inferno.

Passò qualche minuto e Jay non ci fu più.

Urlai, urlammo disperatamente io e Abigail – con tutte le forze che ci restavano, quelle della disperazione.

Non ci sentì nessuno.

Nella stanza solo suoni di morte – frasi sconnesse di odio contro di noi “pigs” – “puttane del potere” – “vacche da sventrare ed appendere come in macelleria”.

Una giovane ragazza mi colpì dritta in faccia con un pugno – con l’altra mano – incise la mia guancia.

“Ora non sei più così bella” – disse – imprecando contro tutto ciò che io ero e lei detestava.

Eppure io sono sempre stata gentile e cordiale con tutti – persino verso questi ragazzi che vivevano randagi nella periferia della città e vivevano di furti e di scarti di immondizia.

Una volta diedi un passaggio ad uno di loro; un’altra allungai loro qualche dollaro.

Perché questi ragazzi ci odiavano così tanto?

Mi urinai addosso – quasi semi incosciente – per il dolore lancinante che provavo.

Sapevo soltanto che dovevo resistere – per lui – il mio bambino.

Debbo pensare a Paul Richard,  Paul Richard,  Paul Richard:  lo avremmo chiamato così.

Fossi anche diventata storpia o mostruosa – avrei sopportato tutto per farlo nascere.

Abigail fu la terzultima.

Lei che si era sempre vantata della sua pigrizia  – lei che era vissuta come una principessa (ereditiera di Folger – il re del caffè) stanca – riuscì a fare  uno scatto fulmineo ed  a liberarsi della corda che ci legava.

Una delle tre ragazze la raggiunse e la freddò con tre colpi di pistola alla testa – esplosi in rapida sequenza.

Ora eccomi qui da sola – come in quell’incubo di anni fa.

Però stavolta è tutto dannatamente reale.

Realizzo il momento in cui parlai al giornalista della mia premonizione:  io la mia morte l’avevo già vista mesi fa.

Capisco che –  dalla notte dell’incubo –  la clessidra della  vita aveva cominciato a far scorrere la sua sabbia ed io non avrei potuto farci nulla.

Forse se avessi veramente colto quel segno – non avrei cercato così ardentemente il mio bambino; ma chi siamo noi – così fragili e terreni – per arrivare a credere a queste cose?

Ricordo che ho pianto tutte le mie lacrime – quelle rimaste –  mischiate a rivoli di  sangue per implorare di “aspettare” ancora qualche settimana.

Ne chiesi due – con un filo di voce – per far nascere mio figlio.

Un atto di pietà inascoltato.

Fu allora che ricevetti la mia prima pugnalata – al costato. 

Mentre il sangue sgorgava copioso – una mano avida ne raccolse un po’ con uno straccio e scrisse “Pigs” sulla porta d’ingresso.

Di coltellate io ne presi sedici – la mia morte fu accompagnata da una lunga agonia.

Mi trovai rannicchiata – in posizione fetale con un bambino che ancora viveva dentro di me – mentre io stavo lentamente abbandonando quel corpo.

Incoscienza. Buio. Ombre. Luce.

Le figure  svanirono, le loro urla cessarono.

Ritrovai me stessa – come ero prima di quell’orrore.

In piedi ed illesa – assieme ai miei tre amici.

Il mio bambino bellissimo era dolcemente adagiato nella sua culla.

Un senso di pace profonda ed armonia attorno.

Io mi chiamo Sharon Tate e questa è stata la mia storia.

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