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Gianni Agnelli compie 100 anni: cosa ci avrebbe detto oggi l’Avvocato?

Il grande imprenditore presidente della Fiat, senatore a vita e sì, "tombeur de femmes", è stato quel tipo d'italiano che di donne non avrebbe mai parlato...

L’avvocato: era questo il modo con cui veniva chiamato in Italia Giovanni Agnelli, pur non avendo mai esercitato la professione forense. Molte sono le frasi da lui dette o a lui attribuite alcune in particolare ne dimostrano l’intelligenza, la vivacità e l’italianità come quella sugli uomini che, secondo lui, “si dividono in due categorie: gli uomini che parlano di donne e gli uomini che parlano con le donne. Io di donne preferisco non parlare”.

E, forse, questo è stato durante tutta la sua vita il carattere dominante della sua personalità: quella particolare italianità nel trattare con le donne e non solo e, allo stesso tempo, aggiungervi quel pizzico di carattere internazionale che caratterizzava il suo charme ed il suo stile. 

Infatti nell’affermare che si può fare tutto, ma la famiglia non si può lasciare”vien fuori con forza la sua italianità mentre con ogni giovane d’Europa deve poter cominciare i suoi studi a Parigi, continuarli a Londra, completarli a Roma o Francoforte. Dobbiamo recuperare, in chiave moderna, l’eredità degli antichi ‘clerici vagantes’ evidenzia tutto la sua vocazione internazionale. Il giusto mix!

Per i “clerici” faceva certamente riferimento sugli studenti girovaghi che, durante il Medioevo, erano soliti girare per tutta Europa per partecipare alle lezioni che ritenevano più necessarie alla loro formazione, quella che veniva chiamata “Peregrinatio academica”.

Gianni Agnelli (Torino, 12 marzo 1921 – Torino, 24 gennaio 2003)

A cento anni dalla sua nascita si deve soprattutto ricordare l’industriale ed il finanziere con interessi sparsi in mezzo mondo e che dovette affrontare e superare varie crisi in un mondo diviso in due dalla Guerra Fredda.

Apprezzato negli Stati Uniti, ma ben voluto anche in Unione Sovietica e Libia dove certamente non nutrivano particolari simpatie verso gli americani ed i loro amici, fu capace di sapersi porre al centro e di non rimanere coinvolto da questi rapporti un po’ rischiosi per l’epoca. Con l’URSS aveva aperto il fronte il suo Ceo dell’epoca Vittorio Valletta che, tramite l’appoggio del Pci, sbarcò a Mosca dove, con l’accordo siglato col Cremlino, costruirono una fabbrica di automobili in una piccola cittadina che fu chiamata Togliattigrad.

Allo stesso modo, per fronteggiare una forte crisi finanziaria, a metà degli anni ’70 cedette il 9% del capitale FIAT alla Lafico (Lybian Arab Foreign Investment Company), una banca controllata dal governo libico cioè da Muammar Gheddafi che alcuni anni dopo raggiunse il 16% del capitale. La cessione creò un forte disappunto negli ambienti politici occidentali per le tensioni esistenti tra la Libia gli USA e la Gran Bretagna, ma sicuramente dovette garantire il suo buon vecchio amico Henry Kissinger.   

Gianni Agnelli con l’allora presidente della Camera Nilde Iotti; al centro il fratello Umberto Agnelli

Una cosa certamente fu molto negativa l’accordo che Giovanni Agnelli, da presidente della Confindustria, siglò con Luciano Lama ed i sindacati italiani a gennaio del 1975. Con questo super inflattivo accordo partì nel 1975 l’anno del «punto unico di contingenza» che molto contribuì alla fortissima impennata dell’inflazione: imprese e sindacati avevano deciso che, per ogni punto percentuale di crescita del costo della vita, automaticamente scattava un corrispondente aumento dei salari. Il loro obiettivo, veramente incomprensibile, era quello di frenare l’inflazione ma nei fatti fu la miccia che scatenò una spaventosa bomba inflattiva che portò l’Italia ad un’inflazione pari al 21,2% nel 1980.

La sua enorme passione per il gioco del calcio ed in particolare per la sua Juventus lo portavano, quando era a Torino a seguire tutte le partite con una curiosa particolarità: alla fine del primo tempo lasciava lo stadio e di questa sua particolare consuetudine non si conosce il motivo. Si sa, invece, con certezza il timore degli allenatori e dei giocatori che venivano svegliati spesso di buon mattino per parlare di calcio e degli eventuali problemi della Juventus. A questo proposito in una intervista dichiarò che amava il calcio, forse lo amo troppo, a tal punto da mettere in secondo ordine le alternative domenicali. Sì, amo molto questo sport che non ha rivali.

Nel 1991 venne nominato senatore a vita dall’allora presidente della Repubblica Italiana Francesco Cossiga dove caratterizzò la sua presenza politica sempre in modo empirico e al di sopra di schematismi infruttuosi.

Con lui si può affermare che muore nel 2003 il capitalismo italiano basato sulle famiglie ed ancora oggi non ce ne è stato un altro altrettanto valido che abbia messo radici in Italia. 

Infine in Italia non sono pochi coloro che ogni tanto, ad ogni grande evento, si chiedono: ma se ci fosse stato l’Avvocato? Che avrebbe detto? Immaginando l’Avvocato vivo in questi primi venti anni del ventunesimo secolo lo vedo incavolato nero con la sua creatura calcistica, la Juventus, che non riesce più ad imporsi in Europa nella Champions LeaguePer quanto riguarda, invece, la globalizzazione economico finanziaria l’avrebbe sicuramente apprezzata e stimolata perché lui, in primis, l’aveva adottata e fatta propria da Presidente della Fiat che aveva trasformato in una holding internazionale superando gli angusti limiti di sola industria nazionale italiana con la quale aveva capito non si poteva più reggere la concorrenza mondiale.  Avrebbe altresì goduto delle innovazioni tecnologiche ed informatiche visto che, decenni prima, aveva fatto introdurre i robot nelle sue fabbriche pur trovando una forte opposizione nella classe operaia.

L’unica cosa su cui, sicuramente avrebbe sofferto, sarebbe stata la politica attuale: che piaccia o meno all’epoca dell’avvocato, offriva cavalli di razza che, a prescindere dalle varie ideologie, aveva uomini di alto livello in ogni partito italiano.

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