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Gianni Agnelli e quella irresistibile storia d’arte e d’amore con New York City

Quando riusciva a venire a Manhattan tutto cambiava. Poteva camminare per strada da solo, in libertà, senza scorta, senza timori... L'Avvocato nella Big Apple

Gianni Agnelli nel ritratto di Andy Warhol

La Voce di New York ha pensato di colmare un vuoto nelle molteplici ricorrenze per il centenario della nascita di Gianni Agnelli dedicando un articolo al suo rapporto molto speciale con questa città, di cui finora si è parlato molto poco. Lo ha scritto per VNY Mario Platero, opinionista de La Repubblica e da molti anni uno dei più attenti osservatori italiani a New York e in America

Del centenario dell’Avvocato Agnelli si è detto di tutto, ma si è detto molto poco della sua storia d’amore con New York. Dopo Torino, era la sua città prediletta, centrale per dare un contorno globale alle passioni della sua vita. A New York c’era una casa, c’erano amici e famiglia, c’erano relazioni di affari e istituzionali, c’erano i musei, le gallerie d’arte e i galleristi, c’era il Racquet and Tennis Club vecchio club sportivo di cui era socio. Il club era proprio davanti al Seagram Building, l’iconico grattacielo di Mies Van der Rohe, al 375 di Park Avenue, dove per molti anni, al ventunesimo piano, sia la Fiat che l’Ifint avevano i loro uffici.

Soprattutto agli inizi, ai primi anni Settanta, per l’Avvocato a New York c’era quell’aria leggera di normalità impossibile da trovare in Italia durante il periodo buio degli anni di piombo, del terrorismo, degli assassinii che a volte colpivano molto vicino. Come nel caso dell’uccisione a sangue freddo del vice direttore de La Stampa Carlo Casalegno il 29 novembre del 1977: quattro membri delle Brigate Rosse gli spararono nel portone di casa.

Gianni Agnelli era considerato un obiettivo numero uno delle Brigate Rosse. Ricordo che una volta a Torino, la città dove continuò a vivere anche negli anni più pericolosi, lo incrociai per caso per strada, su Corso Stati Uniti all’angolo con Corso Galileo Ferraris, ero in moto, una Guzzi Stornello 160, e avevo una ragazza con me. Fermi al semaforo, dalla macchina accanto si abbassa il finestrino e alla guida c’era l’Avvocato, dentro altre tre persone di scorta. Con quella sua voce inconfondibile mi salutò con un sorriso e mi chiese: ”Come va quella?” Si riferiva alla moto, ma l’ambiguità era evidente. Dissi soltanto “benissimo avvocato” grazie. Il semaforo passò al verde, salutò e se andò. Poco più avanti girò a destra per fermarsi alla villa in Crocetta dei cugini Nasi. Era il 1973, un anno prima era stato ucciso il Commissario Calabresi.

Gianni Agnelli alla guida di una Ferrari

Con la sua presenza costante e visibile in città, come quel giorno su Corso Stati Uniti, l’avvocato trasmetteva il coraggio per resistere alle intimidazioni, alle paure, all’attacco violento contro la democrazia. Ma quando riusciva a venire a New York tutto cambiava. Poteva camminare per strada da solo, in libertà, senza scorta, senza il timore di essere attaccato o riconosciuto. Usciva dal palazzo dove abitava allora, al 720 di Park Avenue, girava a destra sulla 70, passava davanti alla Frick Collection per poi passeggiare a Central Park. Mi è capitato qualche settimana fa di essere a una cena proprio in quello stesso appartamento al quindicesimo piano di 720 Park. Molto spazioso, con un piccolo delizioso studiolo che si estende dal salotto, dove Agnelli passava gran parte del tempo, c’è una sala da pranzo quadrata che può sedere comodamente 20 persone, una biblioteca, un bar, due grandi camere da letto e un paio di terrazze non grandi, ma con una splendida vista su Central Park, appena due isolati più in là. Un appartamento che guarda sopra gli altri palazzi, pieno di luce e di atmosfera, in sala da pranzo c’erano tre grandi quadri che rappresentavano Torino. Chiaramente un gemellaggio ideale.

Manhattan (Photo by Terry W. Sanders)

In quello stesso palazzo, al piano terra, c’era l’appartamento/galleria di uno dei più importanti collezionisti e mercanti d’arte antica di allora, Eugene Thaw. Thaw aveva origini piccolo borghesi, ma con la passione e lo studio aveva messo insieme una collezione unica al mondo fatta di capolavori di Rembrandt, Goya, Andrea Mantegna, Samuel Palmer, di impressionisti come Van Gogh e di contemporanei come Jackson Pollock di cui scrisse una monumentale analisi critica. L’Avvocato si fermava spesso a casa di Thaw a chiacchierare, a vedere gli acquisti più recenti a magari a farne qualcuno. Lo ammirava perché Thaw era anche un filantropo illuminato, spesso donava ai musei alcune delle sue opere e alla morte lasciò la sua intera collezione alla Morgan Library.

Gianni Agnelli sulla copertina di Time del 17 gennaio 1969

Erano i tempi in cui le gallerie d’arte erano ancora piccole, a misura d’uomo, non le grandi multinazionali di oggi. Era il mondo che Agnelli – con la moglie Marella – amava più d’ogni altra cosa. Nel quartiere, nel grande quadrilatero dell’Upper East Side c’erano le gallerie di Bill Acquavella, di Knoedler e Wildenstein o Wittgenstein. Solo molto dopo sarebbe venuto Larry Gagosian che Agnelli ammirò subito per il suo nuovo modo di interpretare il mercato dell’arte. C’erano la Frick, il Withney, il Metropolitan e poco più sopra il Guggenheim. Il MoMA era un po’ più a sud, forse venti minuti a piedi. Se non restava vicino a casa Agnelli andava a Soho a visitare le nuove gallerie contemporanee, da Leo Castelli per esempio, che lo presentò a Andy Warhol. Erano gli anni in cui Warhol faceva ritratti per 25.000 dollari e offriva delle prove, se non piacevano se le teneva. Andò a casa di Gianni e Marella, fece delle polaroid, degli schizzi e riportò tempo dopo il risultato del suo lavoro. A Gianni piacque molto il suo ritratto, che lo mostrava con una sigaretta in bocca, ma non prese quello di Marella. Insieme decisero di declinare l’offerta: Marella in quel periodo aveva subito un piccolo intervento e il quadro glielo avrebbe ricordato.

“Gianni era un uomo incredibile di grandissima intelligenza ma anche un po’ superstizioso – mi dice Peter Marino, uno dei più grandi architetti contemporanei –  Lì vicino a casa – continua Peter – c’era spesso un barbone che pretendeva di essere un indovino. E Gianni si fermava ad ascoltarlo. E quello diceva: oggi non andare da questa parte o da quell’altra. E se i programmi cozzavano con le raccomandazioni del barbone, cambiava strada. ‘Non si sa mai’ mi diceva”. Peter ricorda che si andava in giro per ore, chiamava anche alle sette del mattino di sabato per programmare il giro di gallerie, era un appassionato nel vero senso della parola, acquistava le opere per il piacere di averle, per la bellezza, per il messaggio che gli davano, non per speculare come molti fanno oggi.

Da Acquavella comprò Matisse, de Chirico, Picasso. “Era diverso dai collezionisti di oggi – mi dice ancora Peter Marino – era coinvolto in prima persona, conosceva l’arte, aveva un istinto, gli piaceva andare in negozi di antichità riconosceva un mobile pregiato, lo immaginava a casa, dove metterlo”. La riflessione di Marino è che oggi nell’era dei miliardari hedge, è raro trovare persone così, come lui o come Stavros Niarchos, suo amico, anche lui coinvolto in prima persona nei suoi acquisti, nella decisione. “Ho paura che uomini o donne rinascimentali di tale spessore non ci siano più” mi dice.

Gianni e Marella Agnelli

A un certo punto, all’inizio degli anni Ottanta, Gianni e Marella Agnelli decisero di spostarsi appena tre isolati più a Nord di Park Avenue, al 770, all’angolo con la 73. Volevano un appartamento più grande con soffitti più alti a spazi più ampi per poter ricevere meglio. Il loro giro di amicizie si era allargato e Gianni era sempre più a casa, anche per fare riunioni di lavoro. Al 770 comprarono un altro appartamento al piano di sopra, da Connie Mellon (i Mellon sono una delle famiglie più antiche e benestanti d’America, origini irlandesi, una fortuna creata a Pittsburgh in Pennsylvania alla fine del XIX secolo). Gli Agnelli decisero di tenere due stanze di quell’appartamento e di vendere il resto. Per fare i lavori di ristrutturazione ingaggiarono proprio il giovane Peter Marino che aveva già fatto le case di Yves St Laurent e del suo amico Andy Warhol (Warhol nel 1978 lo pagò con uno dei suoi quadri della serie floreale a acquarello a inchiostro che iniziò la grande collezione dell’architetto). L’architetto responsabile delle sale di ricevimento e rappresentanza era Renzo Mongiardino, che però veniva pochissimo a New York. Peter era responsabile della zona privata, le camere da letto e le anticamere che Gianni e Marella di nuovo seguivano direttamente in grande dettaglio.

Gianni Agnelli con la moglie Marella e i figli Edoardo e Margherita

Marino mi racconta che conobbe Gianni e Marella attraverso Alain e Margherita Elkann, la figlia dell’Avvocato. Quando i due giovani vennero in America, Peter li aiutò a sistemare prima un appartamento in città, al 29 East 64 dove nacque il primogenito John, poi con l’arrivo di Lapo si spostarono al di là del fiume Hudson ad Alpine, in New Jersey, una casa con giardino di nuovo riorganizzata da Marino: “Era proprio agli inizi – ricorda Alain Elkann – si presentava con una giacca blu lucida e una cravatta lunga. Il suo ufficio era nella sua borsa”. Marino, che faceva parte della Factory e del gruppo di Warhol, ricorda di aver anche messo a posto un appartamentino di Edoardo Agnelli a Princeton, dove studiava. Oggi è una star, nota nel mondo per le sue tute di pelle nera attillate, borchie di metallo, anelli a uncino e berretto militare rigorosamente di pelle nera, di certo è uno dei più grandi architetti del nostro tempo, vera archistar globale. Fra i suoi progetti aperti, la ricostruzione dell’isola di Skorpios in Grecia (che fu di Onassis e Jackie Kennedy) la completa ristrutturazione del palazzo Tiffany dopo il recente acquisto di LVMH, la costruzione delle case di almeno 12 degli uomini più ricchi del mondo. Progetti con budget illimitati. Ma ha nostalgia della raffinatezza semplice, istintiva, dell’eleganza spontanea dell’Avvocato “Irripetibile – mi dice Marino, che più recentemente ha lavorato con la terza generazione della famiglia, con John Elkann e la moglie Lavinia a un paio di loro progetti – Gianni – continua – aveva conquistato ogni angolo sociale della città”.

Gianni Agnelli con David Rockefeller nel 1965

In effetti per Gianni Agnelli New York era divisa in grandi quadranti, ognuno riferito sempre al meglio, ai vari aspetti e momenti della sua vita del giorno per giorno. Il suo amico americano di più vecchia data a New York era David Rockefeller. I due si erano incontrati a Fiuggi nel 1957 a un evento del Bilderberg Group e sono rimasti legati per la vita. Erano molto simili per origini, passione per l’arte, dedizione diretta agli affari di famiglia, ma erano anche molto diversi. Metodico, paziente, sempre serissimo David Rockefeller, improvvisatore, irrequieto pronto alla freddura l’avvocato. Rockefeller era l’amico istituzionale. Il fratello di David, Nelson divenne Vicepresidente degli Stati Uniti con Ford (Nelson era più simile a Gianni di quanto non fosse David).

Fu con i Rockefeller che conobbe Henry Kissinger, il Presidente Ford e molti dei più importanti protagonisti della vita politica americana. Fu con David che Gianni entrò a far parte del prestigioso Council on Foreign Relations, il più importante think tank di politica estera al mondo; e del consiglio del MoMA, che Rockefeller amava più di ogni altra cosa. Gli dava serenità, mi disse una volta, sapere che il giardino del MoMA, fondato da sua madre, cresceva nel terreno della casa dove era nato. Due uomini, lui e Gianni, certamente simili nella passione per l’arte. Insieme – e con altri amici – lanciarono la trilaterale per avanzare il dialogo fra Stati Uniti Europa e Giappone. Entrambi erano presidenti onorari del Council for United States and Italy. A New York Gianni approfondiva l’America della politica, anticipava scenari futuri, imparava lezioni importanti da riportare a casa sia per il suo lavoro che per il suo paese.

Gianni Agnelli con Henry Kissinger

Continuo a stupirmi ogni volta che leggo analisi dietrologiche del più intelligente di turno che sa davvero che cosa succede dietro le porte di queste associazioni, che denuncia presunti complotti o azioni coordinate di vario genere. A qualunque livello, incontrarsi, confrontarsi, dialogare, capirsi aiuta a superare diffidenze e sospetti. Questi gruppi, da un piccolo Rotary di provincia al Bilderberg, fino al Bohemian Grove – un eccentrico gruppo che si riunisce una volta all’anno in California di cui l’Avvocato non era socio – arricchiscono per il piacere di stare insieme, di ascoltare di conoscersi meglio. E in questo Agnelli, con i suoi rapporti newyorchesi che gli facevano da volano globale, era un terminale per l’Italia oltre che per se stesso. C’era il quadrante della finanza e imprenditoria americana, con Felix Rohatyn, il banchiere che salvò New York dal fallimento, André Meyer di Lazard, John Gutfreund, il capo di Salomon Brothers, quando Salomon era una potenza o, sul fronte industriale, con Lee Iacocca, Henry Ford o Jack Welch di General Electric. L’azienda che aveva come modello era la United Technology.

Il suo livello di appartenenza al tessuto socio economico americano era unico, non per l’Italia, ma per un’europeo: una volta fu l’unico straniero invitato ai 70 anni del Presidente della Fed Alan Greenspan, organizzato dai suoi amici newyorchesi di alto lignaggio. Era un gruppo ristretto che si trovò a cena nella saletta privata della Grenouille sulla 52 tra Madison e Quinta. In quegli anni, parliamo forse del ’96, Greenspan era uno degli uomini più potenti del mondo sul piano economico e il fatto che un italiano fosse parte della sua cerchia ristretta mi spiegò di un tratto quanto importante fosse per il nostro paese avere un’antenna così ben radicata in America.

Gianni Agnelli con Mario Platero, Ennio Caretto e l’ambasciatore Rinaldo Petrignani

C’era il quadrante dei suoi affari, delle sue responsabilità. La Fiat, con i capi americani, Vittorio Vellano e Gualberto Ranieri, il suo quotidiano, La Stampa, con i corrispondenti Furio Colombo e Ennio Caretto. L’altro giornalista che consultava regolarmente allora era Ugo Stille del Corriere della Sera, l’amico fra i giornalisti era Jas Gawronski. Li invitava tutti a casa separatamente o in gruppo per chiacchierare. Aveva una preferenza particolare per Caretto, come lui di origine piemontese. Mi capitava di vedere l’Avvocato in giro per la città o a Washington nelle occasioni più imprevedibili, una cena in residenza, una conferenza stampa in cui con regolarità faceva il punto sulla costellazione Fiat. Ricordo che una volta, a un incontro stampa organizzato dalla banca d’affari First Boston, qualcuno gli chiese se la Ferrari non avesse un problema di inefficienza produttiva per far fronte adeguatamente alla domanda: ”Guardi – rispose – di Ferrari qui possiamo venderne quante ne vogliamo. C’è la coda. Ma preferiamo per scelta non inflazionare la produzione…e creare un po’ di suspense”.

C’erano situazioni allegre e serie. C’era l’Ifi (poi Infint) con personaggi come Alberto Cribiore nato con gli Agnelli, ma poi passato alla Warner e poi alla Clayton Dubilier Rice fino a diventare amministratore delegato di Merril Lynch e infine Vice Chairman di Citi; c’erano Mario Garraffo, Gian Andrea Botta, Galeazzo Scarampi che gestivano le operazioni finanziarie della famiglia in America sotto la guida di Gianluigi Gabetti. Occhi azzurri chiarissimi, bellissimo uomo anche in età avanzata, Gabetti, anche lui molto inserito in America, era una vera e proprio colonna di riferimento per l’Avvocato, forse l’uomo più leale con cui avrebbe mai lavorato. Ricordo che molti anni fa mi trovavo nella bellissima casa di Gabetti su Lily Pond Lane a Easthampton. Era una domenica qualunque d’estate e si prendeva un caffé in veranda. Fummo interrotti da una chiamata. Era David Rockefeller: si era entrati nella fase finale per l’operazione di riacquisto del Rockefeller Center dai giapponesi che l’avevano rilevato anni prima. Le due famiglie avrebbero operato insieme e Gabetti stava definendo in quel momento gli ultimi dettagli: amicizia, affari, arte erano parte di una stessa equazione. E da Gianni aveva carta bianca.

Central Park, la zona di Manhattan dove vivevano Gianni e Marella Agnelli

Il migliore amico italiano a New York dell’Avvocato era Mario d’Urso, l’altro, per il fatto di essere un vecchio piemontese, era Alessandro Montezemolo, detto il Marchese. Con Mario d’Urso c’era un solido ponte verso il quadrante degli “amici” americani, amici “social” come Bill Paley, il potente fondatore della CBS e sua moglie Babe o come Oscar e Annette de la Renta, come Al Taubman grande immobiliarista e proprietario di Sotheby’s e sua moglie Judy e molti altri. Molto diversi da Rockefeller, più compagni di gioco. Era un jet set molto stanziale, si concedeva al massimo puntate per Thanksgiving a Lyford Cay, alle Bahamas, dai Paley o a Santo Domingo dai de la Renta. Oppure con Mario si andava a Palm Beach. Erano amici  simpatici e “perfidi” come lui, ma nel senso buono della parola. Amavano gli scherzi. Ma se prendevano in giro qualcuno sapevano farlo coinvolgendo nel sorriso il malcapitato. Anche quella era un’arte.  

Gianni Agnelli tra Gerald Ford e Jesse Warner

C’era il quadrante dei medici e degli ospedali. Il quadrante più triste. Perché fu qui che i medici comunicarono alla famiglia che non c’era più nulla da fare per Giovannino Agnelli, il figlio di Umberto Agnelli. Fu a New York che il suo leggendario cardiologo, Isadore Rosenfeld, gli disse di fare un bypass. Più avanti gli diagnosticò il cancro alla prostata che risultò fatale. Fu qui, a New York, che Marella apprese che il figlio Edoardo si era tolto la vita saltando nel vuoto dal viadotto autostradale dell’autostrada Torino Savona. Prima di dirglielo l’Avvocato chiamò la carissima amica di Marella, Annette de la Renta e le chiese di andare a casa in modo da essere con lei e con un paio di altre amiche quando avrebbe telefonato. Alla notizia, lo shock. Poi, insieme, quella tragica mattina, lei e Annette da sole, andarono in Chiesa.

C’era ovviamente il quadrante della famiglia. A New York c’era spesso la sorella, Susanna Agnelli, anche lei con un bel “pied-a-terre” su Park Avenue angolo 65esima al vecchio Mayfair Regent Hotel ristrutturato in appartamenti. C’erano i nipoti Nuno Brandoli e Lupo e Priscilla Rattazzi che avevano scelto da giovani di restare qui: “Gianni chiamava all’improvviso – ricorda Nuno – Il suo senso della famiglia era fortissimo: ‘andiamo al parco’ e si passeggiava. ‘Andiamo a fare colazione’ e si andava al ristorante dietro l’angolo o a casa. ‘Andiamo al cinema’. C’era sempre qualcosa che voleva fare in questa città irrequieta un po’ come lui: al cinema raramente si stava fino alla fine: ‘andiamo, andiamo’ diceva, spesso dopo appena venti minuti”.

Gianni Agnelli col suo cane (Foto di Priscilla Rattazzi)

Priscilla a New York lavora come fotografa: “Feci un libro sul rapporto fra uomini e cani, si chiamava Best Friends. Feci anche una sua foto a Torino con il suo Huskie. Quando lo vidi a New York chiesi a Gianni di fare una prefazione, accettò, e già di questo gli ero molto grata, ma poi scrisse una cosa bellissima e commovente che rivelava da una parte il suo humor, dall’altra la sua grande umanità”. Sono andato a cercare il libro, del 1988 e quella prefazione, in effetti bellissima, ecco un passaggio:

“Una cosa segna il mio rapporto coi cani, la brevità della loro vita. A me appare troppo breve, mi fa soffrire l’idea non espressa, morirà prima. Così per compensare quest’arco imperfetto, queste vite che scorrono accanto, a un ciclo così diverso, ho deciso un giorno di avere un pappagallo. Avrebbe rappresentato dal suo trespolo la continuità attraverso le generazioni successive di cani. Lui sarebbe restato. Dopo di loro e anche dopo di me. Ma la vita non si programma, i ritmi si smentiscono con i loro colpi di scena e le loro sorprese. A modo suo il mio cane lo aveva capito: mi ha fatto trovare sulla ghiaia due penne e un becco, quel che rimaneva del pappagallo, che doveva essere il garante della continuità della vita. Sono tornato al rapporto elementare col cane, con i miei huskies”.

Il nipote Lupo mi racconta del suo amore indiscusso per l’America e di uno scontro duro che ebbe proprio sull’America con sua madre, Susanna (Suni) Agnelli, in quegli anni prima donna ministro degli Esteri italiano. Suni era la sorella più vicina a Gianni, ma secondo lui commise un grave errore quando in ritorsione contro uno sgarbo politico (esclusione dell’Italia dal gruppo di contatto per la Bosnia), bloccò le autorizzazioni per i decolli e gli atterraggi degli F177 Stealth americani dalla base di Aviano.

L’allora ministro degli Esteri Susanna Agnelli con il presidente del Consiglio Lamberto Dini

Un affronto senza precedenti in 50 anni di rapporti bilaterali. L’ambasciatore Bartholomew, convocato a Palazzo Chigi e informato della decisione rimase senza parole. E dire che il governo di allora, il governo Dini era forse il più pro americano che ci fosse mai stato in Italia. Poi gli americani ( anzi gli europei) fecero marcia indietro. Ma restò l’amarezza di Gianni.

Gianni con la sorella Susanna

Aveva un forte legame personale con l’America. Non solo perché era di quella generazione che ricordava la liberazione dal fascismo. Ma anche perché sua nonna materna, Jane Campbell Bourbon del Monte era un’americana con sangue russo, dinamica, intelligente social e brillante come lui. Le sue feste romane con attori di Hollywood come Gary Cooper erano leggendarie. Lupo racconta: ”Tua madre ha sbagliato” mi diceva Gianni, “sono in totale disaccordo. Io sono pro americano fino alla cintura”.

C’era infine il quadrante della filantropia: fece una donazione di 300.000  dollari al Metropolitan Museum per il restauro di 17 affreschi pompeiani di proprietà del museo, con l’accordo di metterli in mostra permanente, un regalo al Met ma anche alla cultura italiana. Il New York Times registrò l’evento inaugurale con queste parole: Il Sig. Agnelli con i suoi capelli argentati, conosciuto in Europa per il suo acume negli affari e per la sua passione di guida ad altissima velocità, è rimasto fermo per buona parte della serata di fianco a un busto dell’imperatore romano Marco Aurelio. Da lì dava il benvenuto a tutti: fra gli ospiti, Lee Iacocca, Felix Rohatyn, John Gutfreund, Alfred Taubman”.

Gianni Agnelli (Torino, 12 marzo 1921 – Torino, 24 gennaio 2003)

Aiutò moltissimo, con l’appoggio deciso di Marella, il lancio della American Italian Cancer Foundation, organizzato da Alessandro Montezemolo e da Umberto Veronesi. La fondazione oggi è guidata da Daniele Bodini buon amico sia di Montezemolo che dell’Avvocato. E’ una delle più importanti a New York per la prevenzione del cancro al seno. Manda nei quartieri più poveri camion per fare mammografie, finanzia la ricerca e sponsorizza la specializzazione in America di giovani medici italiani. Agnelli aiutò il lancio del Friends of FAI in America. Ci fu una cena seduta per 60 persone in residenza dell’Ambasciatore italiano alle Nazioni Unite Sergio Vento. “Fu Giulia Crespi a martellarci entrambi per fare qualcosa, ma il motore fu l’Avvocato, io diedi solo un pranzo” ricorda Vento. Fu Gianni a fare il discorso di presentazione e a trovare la Presidente americana, l’affascinante Lynn de Rotschild, moglie del suo vecchio amico Evelyn. Era l’autunno del 2001. Era brillante e in forma come sempre. Alla serata c’erano anche i giovanissimi nipoti, John e Lapo. Si capiva quanto forte fosse il loro rapporto e si capiva che l’Avvocato era provato. Quando decise di andare un po’ prima del tempo, li guardò e capirono al volo. Si lanciarono a prenderlo. Aveva un bastone. E appoggiandosi fra loro lasciò la residenza per tornare a casa al 770 di Park a quattro isolati di distanza. Coi due ragazzi al suo fianco mi passò accanto e mi salutò, aveva un’aria serena e orgogliosa allo stesso tempo. Non l’ho più rivisto in città. Poco più di un anno e mezzo dopo ci avrebbe lasciato per sempre.

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