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Il mistero di Raul Wallenberg, lo svedese rapito dai sovietici a Budapest 75 anni fa

Il diplomatico aveva salvato migliaglia di ebrei dalla furia nazista e si apprestava a far ritorno in Svezia quando sparì nel nulla

Il monumento che commemora Raoul Wallenberg a Budapest

Yad Vashem è l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah di Gerusalemme; il suo scopo, l’obiettivo, è documentare e tramandare la storia del popolo ebraico durante la Shoah; preservare il ricordo e la memoria dei sei milioni di vittime; ricordare e celebrare quei “gentili” che hanno rischiato la loro vita per aiutare e salvare gli ebrei. Al 1 gennaio 2019 ne sono stati censiti 27.362 di questi eroi, che, come è scritto nel Talmud di Babilonia, “salvando una vita hanno salvato il mondo intero”. 

Costruito sul versante occidentale del Monte Herzl della foresta di Gerusalemme, il solo museo storico occupa un’area di oltre quattromila metri quadrati, strutture per lo più sotterranee: gli archivi storici, gli istituti di ricerca sulla shoah, la scuola per gli studi sull’olocausto, la grande biblioteca, spazi espositivi e museali; giardini di grande valore simbolico per gli ebrei. Un luogo simbolo, secondo, solo al Muro del Pianto. All’interno di Yad Vashem, il “Giardino dei Giusti”: un viale in cui ogni albero è dedicato a un “giusto”, uno di quegli eroi di cui s’è detto prima. Negli ultimi tempi, per mancanza di spazio, l’albero è sostituito dal nome inciso nei muri di cinta del giardino.

Tra quelle migliaia di nomi, quello di uno svedese, di cui si sa poco. Si chiamava Raoul Wallenberg.

Raoul Wallenberg (Wikimedia/Julius Jääskeläinen)

Ora è opportuno fare un passo indietro. Budapest, capitale dell’Ungheria. La città è da poco stata liberata dall’oppressione dei nazisti. E’ il 17 gennaio del 1945. Wallenberg lascia la città, assieme al suo autista. Dove vanno? Non si sa. Sono arrivati alla loro misteriosa destinazione, per incontrare chi aveva dato loro appuntamento? Neppure questo, si sa. Gli svedesi chiedono chiarimenti ai sovietici; un muro di silenzio più granitico del marmo. Poi una risposta generica e ambigua: Wallenberg è morto. Stroncato da un infarto, mentre era detenuto nel carcere della Lubjanka, a Mosca. Nel 1947. Ma come ci è finito, e perché, in quel carcere temuto e temibile, la sede della famigerata polizia segreta staliniana, la NKVD antesignana del KGB? Perché è detenuto in quel luogo sinistro, dove si muore o si viene spediti nei gulag siberiani, e quasi mai liberati? Qual è la sua colpa, cosa gli viene imputato? Mistero. Poi, circola un’altra voce: che, sempre alla Lubjanka sia stato fucilato. Sì sa: il piombo fa male al cuore…

Conviene mettere maggiormente a fuoco la figura di Wallenberg: nasce il 4 agosto 1912 a Lidingö, quartiere residenziale di Stoccolma. Famiglia di importanti banchieri, che gli assicura buona e solida formazione ed educazione cosmopolita. E’ ancora un ragazzo, e viaggia per il mondo per fare visita al nonno, Gustaf, diplomatico e uomo d’affari. Tutti in famiglia sono cosmopoliti, per il giovane Raoul, parlare diverse lingue, studiare altre culture e viaggiare è qualcosa di “naturale” come mangiare, dormire, respirare. Studia architettura ad Ann Arbor, negli Stati Uniti; si trasferisce a Cape Town in Sud Africa; poi ad Haifa, nel nord d’Israele (ancora Palestina); lì incontra alcuni ebrei e da uno di loro, di origine tedesca, apprende le atrocità che i nazisti mettono in essere in Germania. 

Il monumento dedicato a Raoul Wallenberg a Tel Aviv, Israele

Nel 1939,  quando scoppia la guerra in patria, la neutrale Svezia, si unisce alla Guardia Nazionale, e lavora con una società commerciale d’import-export di generi alimentari tra la Svezia e Ungheria. Gli affidano la rappresentanza della società a Budapest. 

Nel 1944 in Ungheria ci sono ancora 800mila ebrei. Sono risparmiati dalla deportazione, le autorità ungheresi non hanno alcuna intenzione di sterminarli. I tedeschi, irritati per il mancato rispetto degli “obblighi” degli alleati e la riluttanza delle autorità locali di risolvere la “questione ebraica”, decidono per misure più forti. L’Ungheria viene occupata, le SS vogliono annientare gli ebrei prima possibile. In meno di due mesi quasi 150 treni trasportano 437.402 ebrei dall’Ungheria alla loro destinazione finale, Auschwitz-Birkenau. Sotto la “regia” di Adolf Eichmann. 

Il mondo comincia a prendere coscienza dell’immane tragedia che si consuma. Il presidente americano Franklin D. Roosevelt crea il War Refugee Board (il comitato per i rifugiati di guerra), per aiutare e salvare gli ebrei e altri gruppi di perseguitati. Il W.R.B. chiede aiuto alla Svezia; che invia Wallenberg come addetto speciale alla missione svedese a Budapest. 

Quando Wallenberg arriva a Budapest il 9 luglio 1944, l’Armata Rossa è già alle porte della città, la sconfitta dei nazisti è questione di tempo. Pressato dai capi di Stato stranieri, tra i quali il re svedese, il reggente ungherese Miklòs Horthy, ferma la deportazione degli ebrei. Comincia un duro braccio di ferro con Eichmann e i nazisti. Wallenberg istituisce una speciale “sezione umanitaria” alla missione svedese con lo specifico compito di salvare gli ebrei. “Inventa” un nuovo tipo di documento, lo Schutzpass. E’ un passaporto di protezione dato a persone con stretti legami famigliari o di affari con la Svezia. Il titolare di questo tipo di passaporto non deve indossare l’obbligatoria stella di Davide ed è esentato dalla maggior parte delle leggi antisemite. Raoul impiega anche centinaia di ebrei nella sezione umanitaria della missione, in modo da fornire loro protezione. 

Nell’autunno del 1944 la guerra per i nazisti è praticamente persa. Eichmann abbandona Budapest. L’operazione di salvataggio di Wallenberg è andata in porto, si può tirare un sospiro di sollievo. Wallenberg comunica al W.R.B. che le deportazioni “sono state definitivamente fermate…il lavoro dei passaporti protettivi è stato quasi completato“. Poi. Un fulmine a ciel sereno: il 15 ottobre i tedeschi architettano un colpo di stato, insediano come primo ministro un fanatico anti-semita: il leader delle Croci Frecciate Ferenc Szàlasi.  Eichmann torna alla carica e costringe tutti gli ebrei su cui riesce a mettere le mani a raggiungere i campi di sterminio a piedi, le tristemente famose “marce della morte ”. Ancora una volta Wallenberg e i suoi collaboratori si avventurano nelle strade, distribuiscono cibo e salvano chiunque si può sottrarre dalle grinfie dei nazisti. Ma il clima è radicalmente cambiato. Le Croci Frecciate non riconoscono i passaporti di protezione o l’immunità diplomatica. Budapest è devastata da una nuova ondata di violenze. Si costruiscono i ghetti, all’interno dei quali vengono ammassati gli ebrei in attesa della deportazione. Oltre cento abitazioni sono sotto la protezione svedese e svizzera, per assicurare agli occupanti riparo temporaneo. Niente. Le Croci Frecciate irrompono nelle case, centinaia di ebrei sono portati sulle sponde del Danubio e uccisi. 

Ebrei ungheresi, marciano a Budapest in attesa di essere deportati ad Auschwitz. (Bundesarchiv Bild)

Wallenberg organizza giornalmente provviste di cibo per i residenti affamati e impotenti. Capisce che la situazione precipita, fa appello alla sua rete di conoscenze per accelerare i soccorsi a Budapest. Non si dà tregua, giorno e notte, si reca alle stazioni ferroviarie e in altri punti di raccolta, ordina agli ufficiali di rilasciare gli ebrei con il passaporto protettivo riportati nella sua lista. Ha familiarità con la burocrazia tedesca, sa come trattare; riesce così a salvare una quantità di vite. Eichmann tuttavia non si dà per vinto. Sa che la partita è persa, ma insegue tuttavia il suo obiettivo di sterminio. La vigilia di Natale la missione svedese viene attaccata dalle Croci Frecciate. Eichmann sa bene quello che fa Wallenberg, e pubblicamente fa sapere che non vede l’ora di vedere fucilato “quel cane ebreo di svedese”. Negli ultimi giorni di guerra  Wallenberg riesce perfino a sventare un piano dei nazisti per far esplodere due ghetti, e così salva la vita ad almeno centomila persone. 

Finalmente arriva l’Armata Rossa. Le Croci Frecciate fuggono; fugge anche Eichmann. Incubo finito? No: l’ordine tassativo è  massacrare prima i 60mila ebrei rinchiusi nel ghetto murato di Budapest. Wallenberg, ricercato dai nazisti e dalle Croci Frecciate, non è in grado di fare nulla. Poi qualcosa di miracoloso: interviene Pál Szalai, un ex membro delle Croci Frecciate. Incontra  il generale tedesco Schmidthuber, usa l’autorità del nome di Wallenberg, riesce a evitare il massacro, salva gli abitanti del ghetto. Nel gennaio 1945 l’Armata Rossa entra a Budapest. 

Un altro memoriale a Budapest dedicato a Raoul Wallenberg (Flickr/rchappo2002)

Per l’URSS l’Ungheria è un paese nemico, non si fa molta distinzione tra soldati nemici, simpatizzanti nazisti, civili comuni, partecipanti neutrali. Nessuno è al sicuro in quel caos devastante. Il compito di  Wallenberg nella capitale ungherese è praticamente finito, può tornare in Svezia. C’è comunque un lavoro da finire: riunire le famiglie, ricostruire i servizi minimi. Wallenberg elabora un piano, lo vuole presentare alle autorità sovietiche. Siamo arrivati a quel fatale 17 gennaio 1945. Wallenberg lascia Budapest insieme al suo assistente e autista, Vilmos Langfelder. Ufficiali e soldati sovietici fanno da scorta. Nessuno li vedrà più tornare. Erano scortati da ufficiali e soldati sovietici. Nessuno dei due tornerà più.

Un monumento alla memoria di Raoul Wallenberg eretto a Buenos Aires, Argentina (Wikimedia)

Secondo un certificato di morte presentato nel 1957, Raoul muore il 17 luglio 1947. Tuttavia, l’autenticità di questo documento è più che discutibile. Oltre all’ipotesi della fucilazione alla Lubjanka, quella che sia deceduto in un Gulag. 

Secondo Simon Wiesenthal, il celebre “cacciatore di nazisti”, Wallenberg sarebbe anche stato detenuto in un ospedale psichiatrico in URSS in seguito a un suo sciopero della fame. Solo il 17 ottobre 1989 l’URSS ha riconosciuto l’arresto di Wallenberg come un “tragico errore”, e restituito tutti gli effetti personali del diplomatico svedese alla sorella. Il corpo, sempre secondo i sovietici, cremato e sotterrato in una fossa comune presso il monastero Donskoj di Mosca.  Nel 2001 l’inchiesta  della commissione russo-svedese conclude i suoi lavori. Da parte svedese resta il dubbio che Wallenberg sia vissuto prigioniero molti anni dopo il 1947, data ufficiale del decesso; da parte russa si sostiene che probabilmente Wallenberg sia stato fucilato per essersi rifiutato di collaborare col KGB, e perché la Svezia non mostrò interesse a uno scambio di prigionieri. La Svezia si è ufficialmente scusata con la famiglia di Wallenberg per non aver mai preso in considerazione le richieste effettivamente ricevute da Mosca per uno scambio di prigionieri. Israele lo ha riconosciuto come Giusto per la sua grande opera umanitaria e per il coraggio dimostrato.

Restano due interrogativi irrisolti: perché i sovietici hanno arrestato Wallenberg, che tanto aveva fatto contro i nazisti? Perché le autorità svedesi di allora non hanno operato come potevano e dovevano, per ottenere la liberazione di Wallenberg? A 75 anni da quel 17 gennaio, questi due interrogativi attendono ancora risposta. Mai dire mai; ma in questo caso probabilmente mai questi due enigmi saranno risolti.  

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