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Dall’America guardo all’Italia molto preoccupato e non solo per la mia pensione

A proposito del malessere di nazioni come l’Italia, fondate sul suddetto “lavoro” ma ancora di più sul danaro preso in debito senza l'intenzione di restituirlo

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte al Quirinale prima di ricevere l'incarico dal Presidente Mattarella (Foto Quirinale)

Questo malessere affligge anche, sia pure in modo meno acuto, i virtuosi Stati Uniti (di quanti trilioni è il debito pubblico che Trump vuole raddoppiare?), vecchie volpi in una prassi che se non è proprio un ‘Ponzi scheme’, non ne è nemmeno troppo lontano

Bello e consolante l’articolo sulla situazione italiana scritto qualche giorno fa sul New York  Times da Beppe Severgnini, ma un tantino troppo ottimistico. Dico questo perché, sentendole da qui, le lamentele di un Di Maio o di un Salvini, per quanto formulate nel modo qualunquistico e fascisteggiante che avevamo già a suo tempo udito in Italia e di cui avevamo conosciuto le conseguenze, rispecchiano un malessere che esiste effettivamente e di cui non vedo che, col passar del tempo, possa diminuire ma soltanto aumentare. In altre parole mi è parso che come quadro di quello che sta succedendo nonché della psiche italiana sia molto più realistico quello che ne ha fatto qualche giorno fa su questo giornale il suo direttore Stefano Vaccara, anche se purtroppo un po’ troppo profondo per essere prontamente capito dagli italiani in Italia, cioè dai più diretti interessati.

Di grande interesse mi è parsa anche la diagnosi fatta, sempre su questo giornale, da Nadia Urbinati, però viziata da una sostanziale contraddizione: se si giudica il comportamento del presidente Mattarella l’unica via d’uscita da un vicolo cieco, poi non si può criticarlo come leggermente incostituzionale. Non si può nemmeno criticare (come effettivamente merita) la costituzione italiana – quella che, se non erro, dice che l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro (!) – quando a suo tempo l’unico tentativo di riforma in una direzione più o meno giusta come quella proposta da Matteo Renzi col suo disgraziato referendum, fu respinto da obiezioni come quella a suo tempo mossa dalla professoressa Urbinati, oggi come allora un po’ troppo mossa, come dice il proverbio, dal suo professionalismo a trovare il capello nella minestra di merda (chiedo scusa).

New York 1975: Mauro Lucentini (a destra con la giacca bianca) discute di affari italiani con Umberto Agnelli della FIAT e il conte Cesare Montezemolo

Tornando al malessere fondato, vorrei notare che se questo malessere è oggi caratteristico di nazioni come la Grecia e l’Italia, nazioni, cioè fondate, appunto, sul suddetto “lavoro” ma ancora di più sul danaro preso in debito dal prossimo senza la seria intenzione di restituirlo, il caso è serio perché in fondo non penso che, fatta eccezione per la sempre più che perfetta Germania, io penso che in tutta Europa, dalla fuggiasca Gran Bretagna in giù, non se ne trovino molte che da questo malessere sono esenti. Esso affligge anche, sia pure in modo meno acuto, i virtuosi Stati Uniti (di quanti trilioni è il debito pubblico che Trump vuole raddoppiare?), vecchie volpi in una prassi che se non è proprio un ‘Ponzi scheme’, non ne è nemmeno troppo lontano.

È la vastità e uniformità di questa disfunzione, e l’abitudine di risanarla solo con l’inflazione, che affossa il risparmio a spese della vecchia generazione per creare un vantaggio a quella giovane, che preoccupa me che vivo di una pensione guadagnata con sessant’anni di giornalismo in giro per il mondo; e me ne dà una visione meno ottimistica , per dire, di quella del collega Severgnini o perfino della studiosa Urbinati. Dopo tanti anni in cui mi ero ridotto a trovare speranza solo nel motto après moi le déluge, adesso mi chiedo se farò poi in tempo a scansarlo, questo diluvio, io stesso.

 

Mauro Lucentini, classe 1924, romano, giornalista,  arrivato negli Stati Uniti quando Presidente era John F. Kennedy, è il columnist de La Voce di New York con “Art Street”

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