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Un’italiana in Islanda: Stefania C., expat mantovana alla conquista di Reykjavík

Una laurea in ingegneria, lo stage in Svezia e poi il trasferimento a Reykjavík per amore

Stefania Crotti.

L'ultima sera del mio soggiorno recente in Islanda, ho incontrato in un locale della capitale un'italiana, che lavorava lì come cameriera. Spinta dalla curiosità di sapere che cosa spinge un'italiana a trasferirsi a Reykjavík, le ho subito chiesto un'intervista...

L’ultima sera del mio recente viaggio in Islanda, rientrata da un tour sfibrante della costa meridionale, ho deciso di provare un ristorante ben recensito del centro di Reykjavík. Avevo già incellophanato le derrate alimentari del Netto da portare agli amici e nessuna voglia di accendere i fornelli. A parte un paio di succhi di frutta ormai caldi e i cracker che la mia padrona di casa aveva gentilmente lasciato per me sullo scaffale della cucina, il mio Airbnb sulla Rànargata non offriva molto di commestibile. Ma i tavoli del Kitchen & Wine, il bistrot del 101 Hotel sull’Hverfisgata, erano già tutti occupati da un gruppo di commensali. La cameriera mi ha fatto sedere sul divanetto di una sala tra la reception e il ristorante per non mandarmi via e mi ha presto detto che era italiana. In attesa di ordinare, abbiamo chiacchierato per qualche minuto.

Stefania, trentenne lombarda, ha lasciato il paese e non pare intenzionata a tornare. Il mio volo easyJet per Gatwick è invece imminente. Invidio il suo grande coraggio, così le chiedo un’intervista. Ecco come si presenta ai lettori: «Sono cresciuta in un paese di mille anime della bassa mantovana, classe 1988. Ho frequentato l’Itis Enrico Fermi di Mantova, sezione informatica, e una volta ottenuto il diploma mi sono trasferita a Milano, dove ho conseguito la triennale in ingegneria informatica al Politecnico di Milano. A inizio anno la Chalmers University of Technology di Göteborg mi ha accettata per un corso magistrale in Computer Science. Vinta l’indecisione generale, ad agosto ho fatto le valigie e sono atterrata in terra svedese. Dopo circa un anno dal mio trasferimento, ho iniziato a frequentare il mio attuale ragazzo, che però è dovuto rientrare in Islanda a fine estate. Passati mesi in una relazione a distanza, di cui non ero entusiasta ma che è comunque sopravvissuta ad ansie e insicurezze da parte di entrambi, ho fatto domanda per poter scrivere la tesi in General Game Playing all’università di Reykjavík. Uno dei focus di ricerca dell’università di Reykjavík è infatti l’intelligenza artificiale: due piccioni con una fava! Vivo in Islanda dal gennaio dell’anno scorso, ho finito la tesi da qualche mese e la mia laurea magistrale è quasi completa. Al momento lavoro in un ristorante mentre cerco qualcosa di inerente al mio corso di studi». Nonostante non le sia mai piaciuto in caldo, conclude, «dopo un anno e mezzo qui comincio a capire cosa porti la gente ad abbrustolirsi al sole».

Come qualche mese fa riportava il Fatto Quotidiano, «la fuga dei cervelli all’estero fa perdere all’Italia in termini di capitale umano circa quattordici miliardi all’anno, pari a un punto percentuale di pil. Il calcolo è del centro studi di Confindustria, che nel suo ultimo rapporto Le sfide della politica economica sottolinea come “la bassa occupazione giovanile è il vero tallone d’Achille del sistema economico e sociale italiano” e abbassa il nostro potenziale di sviluppo, causando un “doppio spreco”».

Stefania ha lasciato la nazione per cercare fortuna; le auguriamo di realizzare i propri sogni al più presto. Un giorno potrà tornare forte di un solido bagaglio culturale per rendere grande l’Italia.

Ciao e grazie di aver accettato di essere intervistata. Ci hai già detto molto di te, ma ho qualche domanda da farti. Cosa ti manca dell’Italia (e cosa non ti manca affatto)?
«Ciao e grazie a te per avermi offerto questa opportunità! Parti subito con una domanda difficile, ma proverò a rispondere senza dilungarmi troppo. Famiglia e amici, chiaramente, mi mancano moltissimo, ma ho il sospetto che la tua domanda fosse più in generale. Mi manca essere circondata da patrimoni culturali, di qualsiasi tipo. L’Islanda ha tradizioni relativamente recenti e nonostante l’amore degli islandesi per la musica e le numerose gallerie d’arte, è un’offerta limitata rispetto a quella italiana. Mi mancano la libertà e la facilità di movimento dell’Europa continentale, con treni, voli low-cost e infinite destinazioni raggiungibili in una manciata di ore. Mi mancano le soluzioni creative e non quadrate che gli italiani riescono a elaborare quando una situazione non è da manuale. Non mi manca, invece, la burocrazia senza capo né coda. E la scontrosità che si incontra quando si ha bisogno di informazioni – che dubito sia una cosa prettamente italiana, ma è una cosa abbastanza accentuata da essermi balzata all’occhio nelle mie visite recenti.»

I tuoi genitori ti hanno sostenuta nella scelta di lasciare Mantova?
«Sia i miei genitori sia i miei fratelli hanno sempre sostenuto le mie scelte e hanno cercato di aiutarmi nel limite delle loro possibilità. Dubito che si lamenterebbero se dovessi trasferirmi vicino a casa in un prossimo futuro, ma hanno sempre accettato i miei spostamenti e approvato le mie decisioni. Mi ritengo molto fortunata da questo punto di vista.»

Quanto ha pesato la tua conoscenza della lingua inglese, scritta e orale, nella scelta di trasferirti all’estero? Molti giovani studenti cercano un’esperienza di lavoro o uno stage in Inghilterra o in Olanda, per citare le destinazioni più popolari, ma il loro inglese non è sufficientemente fluent per proporsi a datori di lavoro non italiani.
«Sono una persona abbastanza insicura, quindi devo ammettere che se avessi pensato che il mio inglese non era abbastanza dignitoso per poter studiare o lavorare all’estero, non credo sarei partita. Generalmente parlando, è naturale che diversi lavori richiedano una diversa conoscenza della lingua, quindi un ottimo modo per migliorare il proprio inglese è quello di partire con umiltà e farsi un po’ di gavetta, fino a che non si sente la lingua un po’ più propria. Non tutti possono permettersi corsi e vacanze studio, quindi trovare un lavoro all’estero, per quanto semplice e modesto, è un’alternativa molto valida. Quando si è immersi nella lingua poi si impara molto più velocemente e diventa più facile buttarsi in altre avventure, lavorative e non.»

Quante possibilità avresti di trovare un lavoro soddisfacente in campo informatico in patria?
«Sinceramente? Non lo so. Uno dei pro del cercare lavoro in Italia sarebbe l’ampio spettro di aziende disponibili sul mercato. L’informatica è un campo che si intreccia con molte altre discipline e, in teoria, la domanda di programmatori, data scientist e specialisti dovrebbe essere elevata. Se c’è la possibilità di essere assunta in Islanda – e spero ci sia –, uno stato con trecentocinquantamila persone e il cui numero di aziende, per quanto elevato, è minimo rispetto a quelle sul territorio italiano, voglio credere che anche la probabilità che qualcuno mi dia una possibilità in Italia non sia nulla.»

Come donna ti sei sentita più tutelata in Svezia e in Islanda? L’Italia è fanalino di coda in materia di quote rosa.
«Non per fare polemica ma sì, decisamente sì. Una semicitazione da uno dei miei libri al Politecnico era “una cosa così semplice che anche una donna riuscirebbe a farla”. Noi ci abbiamo riso sopra – per non piangere! –, ma frasi simili non arriverebbero mai sui banchi di scuola islandesi o svedesi. C’è anche meno pressione nel dover rientrare in standard estetici. Raramente ho sentito commenti sul viso, sul fisico, sul peso o sull’abbigliamento. Potersi permettere di non preoccuparsi di bullismo e cattiveria altrui è un privilegio che in Italia molte donne (e uomini, a dirla tutta) non hanno. L’uguaglianza tra i sessi ancora non è stata raggiunta neppure qui, ma si è un poco più vicini.»

Ospedali all’avanguardia, mezzi pubblici in orario, sicurezza per le strade: Reykjavík è simbolo di grande civiltà per noi italiani. L’Islanda è davvero l’isola felice a cui il sud d’Europa guarda con un pizzico di invidia?
«La mia sarà pure un’opinione impopolare, ma credo che ci sia una visione molto romanzata dell’Islanda, come anche della Svezia, anche se per ragioni diverse. Gli ospedali sono ben lontani dall’essere all’avanguardia ed è risaputo, perlomeno tra i locali, che siano a corto di personale e di fondi. Questo comporta che molte malattie e condizioni possono essere trattate solo all’estero. I mezzi pubblici non sono all’altezza di una capitale europea: sono costosi (quattrocentosessanta kr a biglietto, circa tre euro e settanta), sporadici e raramente puntuali. La rete urbana non è ottimizzata come potrebbe essere. Ma le strade sono sicure e tranquille, la criminalità è relativamente bassa e il tasso di disoccupazione è molto più basso rispetto all’Italia. L’erba del vicino è sempre più verde. A volte bisogna allontanarsi un attimo per notare che non tutto quello che noi crediamo pessimo nel nostro paese è poi così male.»

In chiusura: c’è del pregiudizio verso gli stranieri o gli islandesi accolgono volentieri la forza lavoro dagli altri stati europei?
«Gli islandesi sono molto accomodanti e se si proviene dall’Unione Europea è semplice trovare lavoro nell’hospitality. Le cose cambiano per chi proviene dai paesi extra UE, magari c’è un po’ meno tolleranza verso alcune culture rispetto ad altre. Negli ultimi tempi però la mia impressione è che gli islandesi stiano iniziando a stancarsi degli stranieri che fanno la stagione qui, quindi è molto probabile che un curriculum forestiero venga cestinato prima di quello di un islandese. Ad alimentare questa stanchezza è il fatto che solo una bassa percentuale degli immigrati qui si sta effettivamente sforzando per imparare la lingua locale. Qui è possibile vivere per anni conoscendo solo l’inglese, condurre una vita piena. Non ci si deve però sorprendere se si ricevono strane occhiate o, peggio, le filippiche di islandesi alticci che non ne possono più di essere turisti a casa propria. Per fortuna, però, per quanto possa essere mortificante succede di rado.»

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