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Marchionne, l’Italiano che rese celebre l’Abruzzo nel mondo

Il mio ricordo di Sergio Marchionne, il visionario italo-canadese dall'iconico maglioncino blu che ha rilanciato la FIAT

LaPresse 05-07-2007 Torino Economia Presentazione FIAT 500 (©Mauro Scrobogna)

Ha salvato la Fiat, ha dato nuova vita a Chrysler, Dodge e Jeep, ma soprattutto ha creato opportunità di lavoro per molte famiglie italiane

La scomparsa di Sergio Marchionne mi rattrista e non poco. Sebbene io non abbia mai avuto l’onore di conoscerlo, di stringergli la mano e men che meno scambiare due parole con lui, quella figura un po’ enigmatica, a tratti scivolosa, ma sempre ben identificabile con quell’iconico maglioncino blu, era entrata di diritto a far parte del mio immaginario personale e, con tutta probabilità, di un più ampio immaginario collettivo. Diciamo che io, giovane italiano ormai da tempo in America, l’avevo collocato tra gli esempi da seguire e probabilmente non sono l’unico.

Quel figlio di maresciallo dei Carabinieri, nato a Chieti nel non lontanissimo 1952, trasferitosi in Canada da ragazzino e che da lì, passo dopo passo, ha raggiunto i vertici nelle cosiddette stanze dei bottoni, mi ispirava.

Forse perché anche io sono nato a Chieti, forse perché anche io mi sono trasferito all’estero per perseguire i miei sogni, forse perché anche io amo i maglioncini blu. Ma ancor di più perché sono abruzzese, come lui. E chi è abruzzese all’estero sa bene di quel che parlo. Sei una minoranza della minoranza. Non come i siciliani o i napoletani, che perfino se vai sulla luna ne trovi sempre un paio, fieri ed orgogliosi, giustamente, di essere tali. Che ti sbandierano Frank Sinatra, Joe di Maggio, Rudy Giuliani e altri migliaia di conterranei celebri come loro. Qui in America se parli di Abruzzo i tuoi interlocutori ti guardano spaesati e tu, con non poco dispiacere, tagli corto dicendo che è una regione vicino a Roma. E gli abruzzesi, per evidenti ragioni geografiche e demografiche, sono sempre numericamente inferiori agli altri. Sempre. E per mille altre ragioni, sono sempre meno italiani degli altri italiani all’estero in quanto arrivati da una zona che non è Sud, è Nord, non è Roma e chissà cosa sia davvero. Solo gli abruzzesi lo sanno probabilmente.

Ecco che Sergio Marchionne, un po’ come fu in altre vesti Rocky Marciano, rappresenta una sorta di rivincita per gli abruzzesi nel mondo. Un segno evidente che anche una terra di pastori può sfornare uno dei migliori manager che il turbocapitalismo postmoderno abbia mai visto.

Ha salvato Fiat dal baratro, lasciando casse piene e un futuro florido ai vertici del Lingotto. Ha , riuscendo in un’impresa non da poco, farsi applaudire da Trump e Obama in egual misura. Ma sopratutto ha dato una speranza a centinaia di migliaia di vite umane, tutte quelle vite umane che, lavorando con FCA nel settore dell’automotive, portano il pane a casa alle proprie famiglie.

In questi giorni ho letto un qualcosa di incredibile. Non appena arrivato alla Fiat nel 2004, il sabato e la domenica era solito camminare negli stabilimenti vuoti, per vedere quel che non andava. Decise subito di rinnovare spogliatoi e servizi per i lavoratori perché “è impensabile che un operaio possa lavorare bene se l’ambiente circostanze puzza, cade a pezzi e sembra un cesso.” Sano pragmatismo abruzzese.

E con quel pragmatismo ha salvato, appunto, 90,000 posti di lavoro in Italia e quasi 100,000 in Michigan, trasformando un’ azienda italiana da sempre sull’orlo della bancarotta, in una multinazionale riconosciuta e celebrata tra le più competenti del settore. Ultimo capolavoro? Azzeramento dei debiti ormai ultradecennali della Fiat, casse aziendali con oltre cinquecento milioni di dollari di liquidità e un piano industriale con 47 nuovi modelli da proporre sul mercato da qui al 2022.

Se ne è andato in punta di piedi, quasi a non voler far rumore. Con il suo stile verrebbe da dire. Probabilmente la sua eredità più grande è aver messo l’Abruzzo sulla cartina geografica mondiale, portando una ventata di fiducia ed orgoglio in milioni di abruzzesi nel mondo. Non poca roba per chi in genere passa agli onori delle cronache per terremoti, disoccupazione cronica e corruzione politica. Da qualche tempo l’Abruzzo non è soltanto questo, ma è ben altro, grazie soprattutto a lui.

Se esiste un modo per definire la persona che fu Marchionne, io userei il termine “visionario”, perché aveva una mente che non si fermava ai soliti schemi, che valicava gli ostacoli e immaginava il futuro. Un visionario per l’appunto, un po’ come Steve Jobs o Jeff Bezos. Ma in salsa Italo-canadese, con un forte e mai sopito fiero accento abruzzese.

 

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